Il lieto fine delle favole? Tutto da reinventare

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Care amiche di salvataggio, dopo aver visto il criticato Grace di Monaco di Olivier Dahan, mi sono ripromessa di sponsorizzarlo in questo blog, dal momento che lo considero un film consolatorio per tutte le non principesse (ergo per la stragrande maggioranza delle donne del globo terrestre). Sicuramente ci sono  alcune forzature storiche (tanto per citarne una, un Charles De Gaulle arcigno e nasuto più preoccupato per lo charme dell’intrusa di Filadelfia che per i fatti d’Algeria), ma l’opaca gabbia (seppur dorata) in cui è stata richiusa la scintillante Grace; la triste rinuncia alla passione e al talento della sua vita (la recitazione); lo straniamento che si impossessa di una persona costretta a simulare una felicità costante, sono descritti in maniera credibile ed empatica. La spettatrice man mano ringrazia dal profondo del cuore il suo karma fricchettone; la sua casa arredata in maniera abborracciata, con stratificazioni di mobili spaiati ereditati da chissà chi; il marito coatto che la porta ai tornei di pelota e non ai balli di corte; la colf a ore  un po’ stordita che dimenticherà pure le fragole marce in frigo ma che almeno non milita nel controspionaggio. Senza contare che sentir sussurrare dalle rosicone over anta quanto è diventata brutta Nicole Kidman, risulta il più utile esperimento di sociologia femminile contemporanea: tutte bravissime a stroncare la pagliuzza che offusca il glamour delle star (troppo botox, troppa magrezza, troppa altezza), tutte negate nello scorgere le proprie travi di cedimento avanzato. Perché diciamolo fuori dai denti: seppur un tantino imbalsamata  e con qualche ammaccatura qua è là, l’attrice australiana è ancora bellissima. E sfoggia con suprema eleganza abitini bon ton (che ci starebbero da cane) e cappellini in pendant (che ci starebbero ancor peggio).
Invece non è affatto chic, né di nobili principi,  né particolarmente soave la protagonista de Il sale rosa dell’Himalaya l’ultimo, convincente romanzo di Camilla Baresani. Giada, un’autentica provinciale che a Milano ha trovato la sede ideale della sua arrampicata fasulla; un robottino in tubino nero che a tratti fa quasi tenerezza per il suo arrivismo naif. La conosciamo mentre aspetta per cena, con programmata conclusione in camera da letto, il pollo industriale (sposato) che diventerà il primo cliente della sua agenzia. La sua ansia “performante”  le sarà fatale: mentre esce per comperare il sale rosa dell’Himalaya, la chicca indispensabile per taroccare come suo un piatto comperato da Peck, incontra due brutti ceffi che la catapulteranno nel peggiore girone infernale, dove le strategie di marketing valgono un fico secco. Eppure proprio da questa esperienza raccapricciante, con triste contorno di parenti e amici più mostruosi dei mostri, Giada rinascerà migliore, una donna nuova, capace di risorgere dalle ceneri del suo tracollo. Stupendo se stessa e il lettore con colpo di scena all’insegna dell’amore meno scontato. Perché a ben vedere al lieto fine delle favole si arriva rimbalzando i numerosi tonfi della vita, non inseguendo sparuti principi.