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Quanto te la racconti?

Il tempo: l’anno di quarta superiore. Il soggetto implicato: io. La co-protagonista: la mia professoressa di storia e filosofia. Il contesto: una delle più penose interrogazioni di storia a cui si possa assistere. La descrizione degli eventi: non erano neppure trascorsi 5 minuti da quando avevo iniziato a rispondere alla prima domanda della prof, che lei con sguardo torvo (ma divertito) mi fermò, fece una lunga pausa che mi fece sudare freddo e poi decretò: “Chiara, arrampicarsi sugli specchi può essere interessante come impresa, ma di certo risulta essere MOOOLTO scivoloso”. Messa alle strette non ci fu altro da fare che confessare: “Professoressa mi scusi, non ho studiato, è meglio se non perdiamo tempo.” Il voto finale: 4. La conclusione: recuperai dopo aver studiato, il mese seguente.

Ogni volta che ripenso allo sguardo di quella professoressa, non posso fare a meno di pensare a tutte le volte in cui io mi sono trovata a mettere qualcuno alle strette nel mio lavoro. Sì, perché anche se animate dalle più buone intenzioni, la realtà è che spesso le persone “se la raccontano”.

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Cosa intendo con “raccontarsela”? Intendo il cercare di convincere noi stesse di qualcosa di cui non siamo convinte, perché crediamo che ascoltare a fondo quello che davvero pensiamo ci darà un risposta che ci farà troppo male vedere. E soprattutto sappiamo che una volta che ascolteremo quella risposta, sarà inevitabile cambiare. E cambiare spesso significa fare qualcosa che è molto distante da quello che stiamo facendo ora, lontano dalla vita che conosciamo.

Ho ascoltato durante i corsi o le sessioni individuali, centinaia di donne raccontarsela quando iniziano a sentire che è il momento di lasciare qualcuno, ma tentennano. Ce la raccontiamo quando diciamo che stiamo sopportando infinite sofferenze nel nome del bene o dell’amore che abbiamo per qualcuno, facendo le vittime sacrificali, quando in realtà abbiamo solo tanta, tantissima paura di iniziare a fare cose ugualmente sagge ma che andranno inevitabilmente a modificare il nostro sistema di relazioni (personali e non). Perché come dice George Pransky, uno dei massimi esponenti mondiali dei 3 principi (ovvero l’approccio, che sta dietro ciò che scrivo), tendono a prendere decisioni che vanno contro la loro più saggia decisione, nel tentativo di evitare un dispiacere a qualcuno. Che fare allora se ti accorgi che qualcuno a cui tieni (inclusa te stessa) se la racconta? Hai tre possibilità:

1. La prima è quella di reggergli il gioco. Partecipare insieme a lei/lui a questo teatro, sostenendolo nel suo raccontarsela. Tanto prima o poi quel teatro si smonterà da sé, quando sarà il momento giusto.

2. La seconda è quella di ascoltare e basta senza nulla in particolare per la testa. Ascoltare la persona senza esprimere un tuo parere a meno che non ti venga richiesto. Se poi il parare te lo chiedono, ascoltati in profondità senza raccontartela e senza la paura che il tuo dispiacere, possa offuscare quello che realmente senti saggio dire o non dire.

3. La terza è quella di guardare in modo torvo ma divertito. Ovvero lanciare uno sguardo penetrante che parla da sé. Per utilizzare questa terza opzione ti consiglio però di premunirti, perché ti è richiesta una certa dose di solidità per sostenerla con fermezza, senza prendere sul personale gli insulti o le frustrazioni che la persona di fronte a te, sentendosi pungolata, cercherà di riversarti contro. In questo caso, ricorda che ciò che dirà non ha nulla a che fare con te, ma che è solo molto spaventata nell’ammettere a se stessa quel qualcosa che da parecchio tempo non vuole ascoltare. Sii paziente… Sta reagendo nello stesso modo in cui reagisci tu, quando ti dicono che te la racconti!

E voi ragazze, quanto ve la state raccontando nella vostra vita e in che ambito in particolare? Ah, dimenticavo la buona notizia: quando smettete di raccontarvela, e vi mettete in ascolto della vostra saggezza più profonda e ci rimanete collegate, non ci sarà nessuna sofferenza, ma grande lucidità. La sofferenza è tipica della fase del raccontarsela… quindi in realtà non avete molto da perdere nello smettere di raccontarvela! Perché quando smetti di farlo tutto ciò che rimane è ciò che realmente è. 

Attendo vostre news… A presto ragazze!

P.S.: quale delle tre strade suggerite senti più tua e perché? Ascoltandoti in profondità te ne viene in mente anche una quarta di saggia possibilità? Attendo i commenti…

 

Commenti

  1. 25 settembre 2014 / ore 12:14
    Monica

    Ciao a tutte, forse c’è una quarta possibilità: prendere un pò in giro la persona che abbiamo di fronte (e anche noi stesse) e portarla a ridere di sè. L’ironia secondo me funziona molto bene….

  2. 25 settembre 2014 / ore 18:56

    Io me la racconto troppo questa mia vita e forse dovrei solo viverla giorno x giorno senza aspettarmi piu’ niente.Buona serata a tutte!

  3. 25 settembre 2014 / ore 21:31
    Rossella

    Non me la sono mai raccontata perché ho sempre saputo quello che volevo e per il resto mi accontento di non buttarmi via tanto per fare qualcosa… penso che ciascuno di noi abbia una sua vocazione e a mio modo mi sento già realizzata. Sono relativamente giovane, ma se penso a molti dei miei insegnanti – tanto per dirne una- non capisco perché una trentenne che non è sposata si trova a recitare nella parte di Bridget Jones. Non sono la prima e neanche l’ultima a pensare che una donna e un uomo si possano realizzare anche vivendo il valore della famiglia nella loro casa paterna… ne ho conosciuti – e ne conosco- tantissimi e tantissime che vivevano con una sorella piuttosto che con la madre… la crisi non c’entra niente con la voglia d’indipendenza. nella vita si fanno tante scelte che hanno pari dignità, non è che “dovrebbero”… hanno pari dignità perché esistiamo, un uomo che quando torna a casa trova sua sorella che lo aspetta è un uomo realizzato e non è detto che fuori di casa non si sentirà libero di frequentare tutte le donne che vuole… lo fanno anche gli uomini sposati: perché non dovrebbe farlo? Se una donna non lo fa avrà i suoi buoni motivi e tirarla troppo per le lunghe, dai e dai, intuisce che è sostanzialmente una questione di valori… ma ben venga, significa che ci accontenteremo di continuare a fare parte del nostro piccolo mondo antico con buona pace di chi ci reputa dei bamboccioni.
    Dai… vedi che me la racconto pure io! E anche parecchio, ma si deve fare… non ci possimo prendere troppo sul serio!
    Un caro saluto

  4. 29 settembre 2014 / ore 17:28
    Maria Rosaria

    Cara Chiara,
    alcune volte me la racconto, me la canto e me la suono! E quando me la raccontano gli altri faccio parte del terzo esempio. Mamma mia, sono proprio incorreggibile! Un caro saluto

  5. 1 ottobre 2014 / ore 15:00
    Chiara Grandin

    Buon pomeriggio ragazze, ho letto tutti i vostri commenti e in certi punti mi avete fatto sorridere! Mi piacerebbe che come Monica, anche molte altre di voi ipotizzassero la loro quarta opzione… è bello vedere quante idee diverse possono emergere e tutte interessanti e magari potenzialmente utili ad altre di noi. A presto e grazie a voi che avete commentato fino a questo punto… non perdetevi il mio post di oggi! E’ già on-line!

  6. 3 ottobre 2014 / ore 15:19
    Anto

    Chiara!Certo che me la racconto,sn così brava che convinco tutti anche me,purtroppo…e magari mi ritrovo a fare l’esatto opposto di quello che mi sn raccontata.

  7. 10 ottobre 2014 / ore 17:07
    Arianna

    Bhe, si , in fondo ce la raccontiamo tutti un pochino.
    La cosa che più conta secondo me è non esagerare.
    Mi spiego: se uno si racconta delle cose di sé che non interferiscono con le vere dinamiche della vita, allora va bene.
    Se uno non è più consapevole, comincia a credere alle cose che si racconta e non vede più nulla, allora deve fermarsi. E iniziare a dirsi la verità. Senza fronzoli ;)

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