lamora.jpgdi Morena Menegatti

Mi è stato chiesto se mi andava di farlo e ho detto di sì.

Ho accettato perché della violenza nei confronti delle donne non si parla mai abbastanza. E quando se ne parla è violenza fisica. La peggiore, quella che ti distrugge nel corpo e nello spirito.

Tuttavia ci sono milioni di donne che quotidianamente subiscono una forma di violenza sottile, subliminale, leggera. Una violenza che abbiamo imparato ad accettare perché “ci sono cose più importanti nella vita”. Una violenza che ti fa pensare che, in fondo (in fondo!), se la tua carriera è drasticamente interrotta dalla maternità, o se, peggio, non hai più un lavoro fisso perché donna, sposata e potenzialmente fertile, beh, non è gravissimo. La famiglia ti darà quello che il lavoro temporaneamente (illusa!) ti toglie.

Così oggi le donne che si laureano a 25 anni, escono di casa almeno a 30, perché prima non hanno trovato uno straccio di lavoro “sicuro”, dove per sicuro si intende pagato mensilmente con certezza, e iniziano un percorso confuso. Sono in genere donne cresciute da genitori che per loro volevano il meglio, desideravano che fossero forti e sicure di sé. Indipendenti. Donne cui è stato insegnato che non hanno nulla di meno di un uomo.

Di meno no. Di troppo sì, però. E quando se ne rendono conto in genere è troppo tardi. Lo realizzano quando sentono la ferita bruciare sotto pelle. Lo capiscono appieno quando si vedono trattate da subalterne. Loro hanno qualcosa di troppo, decisamente. Hanno la possibilità di diventare madri, il che sul lavoro non è apprezzato. E quando anche fosse apparentemente accettato, viene fatto pesare: perché anche se hai il part time per l’allattamento, dovresti proprio rimanere a quella riunione che sfora di poco il tuo orario di lavoro, e se hai il bambino con la febbre è un peccato che tu debba stare a casa senza poter ricorrere a una baby sitter o alla nonna, e se hai due gemelli, beh… non possiamo certo offrirti un posto di responsabilità che richieda la tua devozione incondizionata all’azienda.

E’ in questo clima che muovi i primi passi nel (tuo) mondo del lavoro e non ti è chiaro cosa stia davvero succedendo attorno a te. Inizi a maturare esperienza, accettando per questo forme contrattuali al limite della legalità. Per anni aspetti di avere un lavoro sicuro prima di abbandonarti alla splendida esperienza della maternità. Perché tu hai bisogno di un posto fisso per partorire, perché è il solo modo per beneficiare dell’aspettativa, certa di poterti abbandonare al tuo status di madre in itinere senza troppi pensieri. Tuttavia quel lavoro “sereno” non arriva. Prima è a tempo determinato, poi a tempo indeterminato in un’azienda a tempo determinato e infine ti accontenti di aprire la partita iva (”unico modo per poter continuare a lavorare”, ti dicono senza mezzi termini in azienda, dopo la “ristrutturazione”) e posticipi le tue scelte di donna, divorata da un senso di inadeguatezza senza pari, con l’orologio biologico che scandisce anche le frazioni di secondo. La tua responsabilità di madre potenziale ti suggerisce di non abbandonarti a questa esperienza col rischio di rimanere senza lavoro e senza (almeno) un’entrata, anche se solo temporaneamente.

Sei avvilita, disgustata, furiosa. Vorresti sopprimere il sistema malato e rivoltante di cui sei vittima. Vorresti vendicarti nei confronti di tutti quegli uomini che si sono permessi di illuderti e vorresti sopprimere tutte quelle donne che hanno deliberatamente scelto il lavoro, mostrandosi “migliori” agli occhi delle Risorse Umane. Vorresti schiacciare tutte quelle persone che ti dicono quanto sei in gamba e sprecata lì dove sei. Perché loro non capiscono, non hanno idea, non immaginano quanti compromessi tu stia accettando per sopravvivere da sola in questo mondo maschio e vigliacco.

E tu cosa ne pensi?


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