di ci_polla
Quando chiedo a me stessa di scrivere su un particolare argomento, la mia mente ricorre puntualmente ai ricordi più lontani e poi cerca le differenze nel presente.
Mi rendo conto di quanto il valore tempo abbia un’importanza rilevante, anche verso le mie emozioni.
Faccio parte di una famiglia molto matriarcale.
La mia nonna paterna mollò suo marito, nonché mio nonno e s’imbarcò come infermiera sulle navi che portavano in America. Esattamente nello stesso periodo, suo cognato, il mio prozio s’imbarcava sulle stesse navi per trovare “Lamerica”.
Mio padre fu cresciuto prima da due affettuose zie triestine e vedove, poi venne drasticamente mollato in un collegio, causa gelosia della madre, che continuava a imbarcarsi…
Per le donne degli anni trenta mia nonna era pazza e cattiva.
Per me non reggeva un marito simpatico ma fannullone. Si fece carico di sé stessa e del figlio nell’unico modo che conosceva. Ci fu la responsabilità di non aver cresciuto un figlio, pagò il prezzo con l’incapacità affettiva dello stesso.
La mia nonna materna rimase presto vedova ma mandò avanti con tre figli per un bel po’ l’azienda agricola in Sicilia. (sia chiaro che l’unico figlio maschio studiò grazie ai sacrifici e al lavoro delle sorelle che rimasero ben indietro).
Mia madre mollò mio padre e se ne andò. Fu malamente e duramente giudicata dal tribunale familiare (parentale) che invece di riaccoglierla la condannò e prese le difese del padre abbandonato.
Il tribunale degli uomini minacciò l’uso dell’allora tanto in auge “Abbandono del tetto coniugale” che rientrava nel penale.
Per le donne degli anni ’70 mia madre era una poco di buono che cercava chissà che cosa.
Per me cercava quella libertà che non aveva mai avuto e che non aveva scelto di perdere.
Le donne delle mia famiglia non hanno dato per scontato il fatto di subire sottili violenze e se ne sono andate.
Ho fatto lo stesso a 17 anni quando non capivo la totale disattenzione nei miei confronti, e quando scoprii che chi doveva volermi bene, pensasse solo che sarei diventata “uguale a mia madre”.
Forse è per questi esempi che ho avuto, che non ho mai accettato di subire delle violenze.
Ero un maschiaccio che difendeva gli amici tardi di testa dai soliti prepotenti. Mi faceva sentire forte.
Ho sempre fatto distinzione tra uomo e donna e tra maschio e femmina.
Nei panni dei primi ci si nasce. I panni dei secondi si scelgono.
Ho scoperto tardi la mia femminilità. Mi sembrava segno di debolezza. Essere donna no, me lo avevano insegnato le donne della mia famiglia prima di me.
Oggi ho chiesto a Blanca se sono più forti le femmine o i maschi.
Mi ha risposto che la sua amica Chiara è più forte della maggior parte dei suoi compagni maschi e gli stessi maschi lo sanno bene…
Allora le ho chiesto se sono più prepotenti le femmine o i maschi.
Mamma, i maschi sono prepotenti perché sono pigri e le femmine sono gentili, quindi a volte non sanno dire di no ai maschietti carini. (!)
Le femmine sono prepotenti tra femmine quando sono invidiose.
Però i maschi non sono coraggiosi perché non sanno dire i loro sentimenti, invece le femmine sì.
Una psicologa non me lo avrebbe fatto capire meglio.
L’adoro.
Io da troppo tempo non riesco a fare le dovute distinzioni tra violenze. Le vittime sono sempre vittime di qualsiasi età, sesso,colore, razza, siano.
Ma vi racconterò di quando sono stata aggredita al quinto mese di gravidanza della Blanca.
Sabato ore 18.00 in centro a Milano. Ho comprato un costosissimo giubbotto alla mia prima figlia Rebecca e un litro di latte per la colazione dell’indomani.
Infilo le chiavi nel portone, salgo tre scalini e mi stupisco di non sentirlo chiudere alle mie spalle.
Mi sento abbracciata e un volto troppo vicino da riconoscere mi fa sorridere, perché penso ad uno scherzo del mio amico inglese e quasi vicino di casa. La voce è sommessa, calda e mi dice che non mi farà male se gli do la borsa.. Adesso vedo il taglierino vicino alla mia guancia. Urlo, urlo forte, ma la borsa mi serve per difendere la mia pancia e non gliela do. Lui non lo sa, ma io non riesco a dirglielo. Urlo e non gli do la borsa. Dopo secondi che si dilatavano all’impossibile, in cui strillo la mia richiesta d’aiuto, riesco finalmente a chiamare Marco, che al primo piano dormiente, riesce finalmente a sentirmi. Finalmente accorre. Il mio uomo, il padre delle mie figlie, fratello ed amico.
Il ladro cerca di scappare, ma purtroppo non ci riesce, perché Marco lo aggredisce e nel casino si becca il taglierino sulla mano: il sangue esce. Urlo, prego Marco di lasciarlo andare, di farlo per me. Lo lascia andare. Lui scappa urlando che lo stanno ammazzando, così le persone che accorrono pensano che Marco sia l’aggressore e lui la vittima. Buffo, no?
Io ho ancora la mia borsa, la giacca di Rebecca e un uomo che mi ha salvato.
Lui è scappato con il mio litro di latte.
Nonostante questo non riesco a pensare a me stessa come vittima/ donna, ma come vittima in una situazione di debolezza.
Nonostante questo, continuo a pensare che chi aggredisce lo fa perché ha paura ed è disperato. La cattiveria e la rabbia arrivano dopo.
Insegno questo alle mie figlie: a non avere paura, a riconoscere la paura in sè stesse e negli altri. A non subire sapendo di poterlo sopportare. Quante donne lo accettano ancora?





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[…] e là nei racconti scolastici dell’anno scorso. Oggi come non mai mi sento di raccontarla e ricordare tutte le donne piccole grandi che subiscono violenza. Non basta però un giorno solo. Tutti i giorni ci dobbiamo ricordare di questi […]