Donna Moderna

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La Cassazione ha stabilito, con la sentenza 5108/2012, che sia legittimo escludere l’affido condiviso quando la conflittualità tra i genitori sia lesiva per i figli. In particolare, nel caso in questione era stato disposto, dalla Corte d’Appello chiamata a conoscere della vicenda, l’affidamento esclusivo alla madre.

Io sono convinto che, spesso, più di quanto si possa pensare, la conflittualità tra i genitori non sia addebitabile ad entrambi, ma sia addebitabile, esclusivamente o prevalentemente, ad uno dei due.

E, normalmente, a quello che mette in campo tutte le strategie finalizzate non a far valere i propri diritti, ma a distruggere l’altro. Penso a quelli che depositano una serie di denunce infondate, che si difendono in giudizio non cercando di provare i fatti, ma inventandoli, che sono pronti a portare in tribunale testimoni falsi, che sono pronti a dire loro, al giudice, cosa dovrebbe scrivere nella sentenza, perché loro si che saprebbero fare bene i giudici, gli avvocati, i consulenti. E, diciamolo pure, i legislatori.

A quelli che ritengono che l’altro genitore non debba essere disponibile, con loro, nel superiore interesse dei figli, ma che debba essere a loro disposizione, nel proprio esclusivo interesse, perché solo loro sono nel giusto, anche se il diritto dice il contrario. A quelli che, insomma, vorrebbero essere, in un colpo solo, madre e padre.

Per questi genitori io credo che sia necessario non solo prevedere l’esclusione dell’affido condiviso, ma anche l’obbligatorietà di un percorso di mediazione. Perché questi genitori vanno recuperati, e gli va spiegato che la vita è fatta di diritti e doveri e di rispetto degli altri. Perché se non lo si spiega prima ai genitori, poi, dopo, sarà troppo difficile farlo capire ai figli. Che saranno i genitori di domani.

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La Cassazione, con la sentenza n. 4571/2012, ha stabilito la legittimità della riduzione dell’assegno di mantenimento nei confronti di una ex coniuge casalinga. Questo, perché è stato riconosciuto che la donna, essendo comunque insegnante, aveva una potenziale capacità lavorativa.

Trovo questo principio sacrosanto. E’ giusto, cioè, che l’assegno di mantenimento venga quantificato tenendo conto delle reali capacità reddituali del soggetto che ne deve essere beneficiario.  

Vi sono state già altre sentenze che hanno applicato questo principio, chiarendo che, per essere correttamente applicato, deve tenere conto non solo di un’attitudine, astratta, al lavoro, ma anche, in concreto, della possibilità di poterlo effettivamente trovare.

E’ che, poi, stabilito il principio, ho sempre paura della deriva che può determinare, una volta distorto a piacimento per le esigenze di chi non vuole pagare un centesimo, o di chi vuole un vitalizio per sempre. Per chi non l’avesse capito, non ho particolare simpatia per i furbi ed i mascalzoni. E per quelli che, per soldi, passerebbero sulla madre. E anche sui figli. Che non so cosa sia peggio.

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Oggi mio figlio, che ha tredici anni, mi ha chiesto di poter andare a giocare a Softair.

Per quel poco, o niente, che ne so, il Softair è un gioco dove, simulando un’azione di guerra, ci si colpisce con palline di plastica. Occorre avere un equipaggiamento adeguato (una tuta mimetica, un elmetto, degli occhiali protettivi, un fucile, etc.).

Istintivamente ho risposto di no, perché non credo che a quell’età debbano “giocare” alla guerra. Ma per me, stamattina, è stato di grosso sollievo sentirmi dire, a domanda precisa, “l’ho chiesto anche a mamma, ma mi ha detto che, prima di darmi una risposta, vuole parlarne con te”. Perché anch’io volevo confrontarmi con lei. Per capire meglio quali risposte dare. E, se non fosse chiaro, io sono separato e, come tutti i separati, potrei non avere dei rapporti idilliaci con la mia ex moglie.

Ed è stato di grosso sollievo sentirmi dire da mio figlio che veniva a chiederlo a me dopo averlo chiesto alla madre, perché ho capito che i figli (di genitori separati) ci provano, e in continuazione, ad infilarsi nelle maglie, purtroppo larghe, della separazione. Ed è fondamentale che i genitori facciano blocco unico, rispetto ai figli, confrontandosi tra di loro.

Quando sento urlare in giro genitori separati che rivendicano la necessita di poter svolgere appieno il proprio ruolo, li ascolto e mi rendo conto, troppo spesso, che parlano e si comportano come se l’altro genitore fosse morto. Soprattutto, come se i figli fossero uno strumento per dimostrare all’altro di essere più bravi.

E, in questi casi, mi scopro a domandarmi che generazione di adulti del domani stiamo crescendo.

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Ho letto sul Corriere della Sera che il Tribunale dei Minori di Trieste ha deciso di disporre l’alternanza, settimanale, dei genitori nella casa dove vivrà la figlia. Quella casa sarà abitata una settimana dalla bambina con la madre e, la settimana successiva, dalla bambina con il padre, e così via.

Dico subito la mia: non lo ritengo un buon provvedimento. Credo che, dopo la separazione, due persone abbiano diritto di rifarsi una vita e consentire, ai propri figli, di ritrovare un proprio equilibrio. E che quel provvedimento non risolva alcuno dei problemi economici che nascono dalla separazione ma che, anzi, li aumenti. Perché, tanto per fare un esempio, le case, a quel punto, diventeranno tre. E tutte e tre da mantenere in piedi.

Provate a pensare, solo per un attimo, cosa sarebbe la vostra vita, e quella dei vostri figli, in questo frullatore. Tutti hanno diritto ad una casa, ed al senso di stabilità che può dare. I vostri figli devono avere dei punti fermi. Pensate a quello che potrebbe accadere se vi trovaste, a settimane alterne, a dover vivere gli stessi spazi che occupa quella persona con cui non volete più stare, o che non vuole stare più con voi, sapendo che la vostra casa, quella proprio vostra, dove siete padroni delle cose e degli ambienti, sta da un’altra parte. E li, con vostro figlio, non potete starci, perché dovete vederlo necessariamente in quello spazio che non è più il “vostro” spazio, la vostra casa, dove vivete voi stessi, ma una sorta di motel. Perché questo, ora, sarà diventata quella che prima era la vostra casa, ma che adesso non è più di nessuno.  

Io credo che le sentenze servano per fare ordine, per dare regole, più possibilmente certe, a chi non ne ha ed ha poca intenzione di rispettarle, perché pretende di fare ciò che vuole. Temo che questa sentenza aiuti il disordine, e non lo elimini. E che faccia contenti quelli che la separazione non sanno accettarla.

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Divorzio breve

Si parla di: Relazioni

Io trovo che l’introduzione del divorzio breve sia una prova di civilta’. E’ la risposta, piu corretta, ad una societa’ che chiede di riconoscere il divorzio come un fenomeno sociale, e non come una semplice eccezione ai matrimoni, come, da qualche parte, si vorrebbe. Fatta la legge, pero’, occorre che le persone imparino a divorziare. La frase “io voglio essere libero”, messa in bocca ad un sequestrato in mano alla malavita, la sentiamo come nostra. Messa in bocca ad uno che ha commesso omicidi e che sfugge alla giustizia, la sentiamo come una provocazione.

Ho letto molti commenti a favore del divorzio breve. Alcuni, pero’, che, nemmeno troppo nascostamente, tendevano ad appropriarsi di questa possibilita’, ad uso e consumo dei propri interessi. Come se divorziare prima, e non dopo, dovesse significare sfuggire alle proprie responsabilita’. Come se divorziare prima, e non dopo, volesse dire che, finalmente, faccio come mi pare.

Facciamo attenzione: e’ un po’ come per la lotta all’evasione fiscale, sulla quale tutti si dicono d’accordo. Poi, pero’, quando arriva la Finanza, e’ tutto un gridare che cosi non si fa.

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Non ha avuto troppo risalto, in questo periodo, la notizia del bambino, di poco più di anno, gettato nel Tevere dal padre. Troppo presi, soprattutto qui a Roma, a parlare della neve. Ma quella tragedia nasconde una realtà che continuiamo a non vedere: quella di chi non accetta la separazione, di chi non riesce a superarla. E’ facile liquidare questa vicenda, allontanando il terrore che ci trasferisce, dicendo che quell’uomo “è matto”. Non conosciamo i termini di quella storia per poter dare giudizi, ma per poter fare qualche riflessione, in generale, si.

La tragedia di Medea risale al quinto secolo avanti Cristo. Li c’era una madre che, ripudiata dal marito, sceglieva - si, sceglieva – di uccidere i figli per punirlo. Ma quanti, in una separazione, senza arrivare a tanto, vivono con la sola ed esclusiva finalità di punire l’altro, e mettono in campo strategie e comportamenti finalizzati solo a questo risultato, danneggiando i figli?

Dobbiamo chiedercelo, perchè le separazioni sono un fenomeno in aumento nel nostro Paese. E quando un fenomeno diventa sempre più comune, bisogna crescere, come persone, ed imparare a viverlo, a conviverci. Non si può continuare a giustificare tutto e tutti, perché “non ha retto alla separazione”. Chiunque di noi si sia separato conosce, e bene, il dispiacere di vedere meno i figli, di dover fare i conti, in ogni caso, con la “perdita” della famiglia. Questi, difatti, sono gli effetti, ineluttabili, della separazione. Non posso pretendere di vedere i figli “quando voglio”, perchè anche l’altro genitore avrà diritto, come è ovvio e giusto che sia, a stare con i figli. E non posso giustificare qualunque mia pretesa perché “sono i miei figli”. I “tuoi” figli, difatti, sono figli anche di un’altra persona. Oltre ad essere, soprattutto, persone anche loro, e non oggetto di un diritto di proprietà. Ma questo si dimentica, perchè per imparare che esiste anche altro, oltre il nostro recinto, bisogna crescere, e diventare adulti. E io temo che, in giro, ci siano ancora troppi ragazzini.

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Oggi il Corriere della Sera ha pubblicato gli ultimi dati Istat lanciati dalle agenzie di stampa, che riporto:

“Nel 2009, le persone che hanno sperimentato la rottura di un matrimonio (separati legalmente o di fatto, divorziati, coniugati dopo un divorzio) sono 3 milioni 115 mila, il 6,1% della popolazione di 15 anni e più.

In seguito all’interruzione dell’unione coniugale, le donne ricoprono più spesso il ruolo di genitore solo (35,8%, contro il 7,3%), mentre gli uomini prevalentemente vivono da soli (43%, contro 25,4%) o formano una nuova unione (32%, contro 23,3%).

La quota di separate, divorziate o riconiugate in famiglie a rischio di povertà è più alta (24%) rispetto a quella degli uomini nella stessa condizione (15,3%) e a quella delle donne in totale (19,2%). Le percentuali più elevate di donne a rischio di povertà si trovano tra le sinlge (28,7%) e tra le madri sole (24,9%).

Chi ha cambiato abitazione (41,3%) è tornato per lo più a casa dei genitori (il 32,5% degli uomini e il 39,3% delle donne), oppure ha preso un’altra abitazione in affitto (il 36,8% e il 30,5%).

Dopo la separazione, a veder peggiorare la propria condizione economica sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1%), chi al momento dello scioglimento non aveva un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e chi aveva figli (52,9%).

Il 19% di chi ha vissuto la rottura di un matrimonio ha ricevuto aiuti in denaro o in natura nei due anni successivi alla separazione. Si tratta, in gran parte, di donne e di persone che vivono al Sud.

La maggioranza delle madri che vivono con i figli riferisce che quest’ultimi non hanno dormito a casa del padre nei due anni successivi la separazione (52,8%); il 20,1% dichiara che, oltre a non aver dormito dal padre, non lo hanno mai frequentato.

A seguito della separazione, il rendimento scolastico dei figli peggiora nel 20,7% dei casi e nel 6% il peggioramento è tale da determinare una bocciatura o il rinvio di esami universitari.

Dopo la separazione i figli non vedono o vedono meno i genitori o i parenti del padre e della madre (rispettivamente, nel 18,6% e nel 8,7% dei casi).

Dopo la separazione, il 5% dei genitori non può più sostenere le spese mediche per i figli con la frequenza necessaria, o non riesce a fargli frequentare corsi extra-scolastici (14,7%), a mandarli in palestra (16,1%) o a mandarli in vacanza nei luoghi e per la durata che era loro abituale (24,1%).”

Sono un padre separato. Credo che quando si affronti un problema, occorra affrontarlo obiettivamente. Ho la sensazione, ogni tanto, che quando si parli dei problemi economici legati alla separazione, si sposi una contrada: quelle dei padri, o quella delle madri. Si combatte per i padri separati poveri, non per le madri, o viceversa. In questa maniera non si combatte contro un problema, contro una piaga sociale, ma a favore di qualcuno e contro qualcun’altro. Sembra quasi che la finalità non sia quella di evitare che la separazione o il divorzio producano situazione di povertà, ma che le producano solo da una parte. Che se, poi, le producono dall’altra, non è affar mio. Anzi, potrebbe star a significare che le cose, per la mia parte, stiano cambiando per il meglio. Temo che stiamo iniziando a vivere in un clima di padri contro le madri, e viceversa, e non di chi versa in situazioni di difficoltà, padri o madri che siano, alleati tra loro, contro i problemi che la separazione produce.
Per fortuna che poi arrivano i dati dell’Istat, e ci ricordano che la realtà non la scrive chi sa raccontarla meglio.

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Credo che il modo migliore per dare serenità ai figli passi, in primo luogo, nel rispetto che si ha per l’altro genitore. In primo luogo nel rispetto della sua figura di genitore agli occhi dei figli, davanti ai quali non va mai screditata. Poi, nel rispetto dei suoi spazi, quando è con i figli. I figli, questo rispetto, l’avvertono, e si sentono più liberi di vivere il rapporto con il padre e la madre. Scrivo questo non perchè abbia competenze specifiche, perchè non ne ho affatto, e, anzi, mi scuso se dovessi scrivere qualche castroneria, ma perchè sono un padre separato, e vivo i miei figli. E li sento più liberi, e più sereni, nel raccontarmi della loro vita, e delle esperienze che vivono, tutti i giorni, con la madre. Con mamma abbiamo fatto questo. Mamma ci ha raccontato questo. Si sentono liberi. Liberi di vivere il rapporto con me parlando di tutto ciò che riguarda la loro vita. E, quindi, di quella fetta straordinariamente importante che rappresenta, nella loro vita, il rapporto ed il tempo trascorso con la madre. Sentono di poterlo fare. Non hanno paura di un giudizio negativo. Soprattutto, non hanno paura di un mio pregiudizio. E si, che io, come ogni separato, potrei avere rapporti magari non sereni con la mia ex moglie. Ma questo, ai figli, non deve arrivare. Io questo l’ho capito. Sul campo. E, non so perchè, come padre ne sono contento. Poi, magari, mi sbaglio.

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Imparare a separarsi

Si parla di: Relazioni

Oggi ho pranzato con un amico. Abbiamo mangiato velocemente, e velocemente si è lamentato con me del mantenimento che deve pagare, ogni mese, alla moglie. Per lei e per suo figlio. Non perchè non sia giusto, mi ha detto. Perchè magari, di fondo, lo sarebbe pure. Ma perchè se penso che io le do dei soldi che poi lei ci fa quello che vuole. E soprattutto, mi ha detto, se penso che mantengo anche la mia compagna, con cui non vivo, e, soprattutto, i suoi figli, perchè il suo ex marito, un finto nuovo povero, malgrado debba un mantenimento mensile, non paga nulla, non è un lavoratore dipendente con una busta paga, non ha beni da andare a pignorare, si nasconde, paga tutto in contanti e fa una vita splendida. A suo dire, un mascalzone. Si è lamentato, insomma, nei pochi minuti che ci sono bastati per mangiare un’insalata, di tutto e del contrario di tutto. Poi, prima di prendere il caffè, mi ha chiesto come potesse fare, quale potesse essere la soluzione. Ho preso il caffè. Gli ho sorriso. Ho pagato il conto. Poi, prima di salutarlo, l’ho abbracciato forte.

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Ho letto gli interventi che si sono susseguiti. Proviamo a fare un ragionamento in più. Poniamo che io sia un padre separato che abbia interesse a non dare un soldo alla sua ex moglie per il mantenimento dei figli, o poniamo, viceversa, che io sia una moglie che cerchi di lucrare il più possibile dal suo ex marito per il mantenimento dei figli. La legge prevede che ciascun genitore sia chiamato a provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. Il giudice, che deve stabilire la misura del mantenimento periodicamente dovuto, dovrà farlo tenendo conto di alcuni parametri di riferimento. Tra questi, i tempi di permanenza del figlio presso ciascun genitore e le sue risorse economiche.
Ora, è evidente che se io fossi quel padre, o quella madre, farei di tutto, strategicamente, per ottenere il collocamento dei figli presso di me. Per prima cosa, quindi, l’assegnazione della casa coniugale e il più ampio periodo di frequentazione dei figli. Questo, per ridurre, quanto più possibile, i giorni che i figli debbano trascorre, ad esempio, nell’arco di un mese, con l’altro genitore, così da sostenere che la misura del mantenimento che devo dare, sarà via via minore, o, nel caso contrario, che devo ricevere, sarà via via maggiore. Se poi dovessi essere quel padre, le proverei tutte, davvero tutte, per dimostrare di essere povero e disoccupato, o di esserlo diventato quantomeno dopo essermi separato. E per avallare questa strategia, per giustificare, cioè, che i figli è bene che vivano con me, e quindi che la casa mi venga assegnata, e poi che i figli trascorrano più tempo con me, dovrò iniziare a dare delle motivazioni. Spesso, molte volte, non che io sia un bravo padre (che, spesso, o molte volte, uno, così, per incanto, lo diventa dopo la separazione, quando fino al giorno prima era, diciamo così, un genitore distratto) ma che l’altro genitore sia una pessima madre. E, da qui, la scivolata a richiedere una consulenza per accertare “che fare” di questi genitori che litigano e dei loro figli, è un attimo.
Ma facciamo l’ipotesi contraria. Facciamo finta che io sia veramente quel padre, povero e disoccupato, che vuole fare veramente il padre, o quella madre, calpestata da un padre farabutto. Quegli strumenti, quegli stessi strumenti che consentono ai disonesti di fare danni, sono quelli che consentono, viceversa, di fare giustizia, di risolvere le situazioni, di fare emergere realtà difficili. Ma lo consentono davvero, poi? Sembrerebbe di no, se non con molta difficoltà. E questa difficoltà è data, soprattutto, dalla lentezza dei tempi della giustizia.
Ed è qui il punto. Il problema non è tanto nella legge, che è da migliorare, non v’è dubbio, o nei giudici, che ve ne sono di bravi o meno bravi, così come per gli avvocati, ma nella risposta che la giustizia può dare. Quella risposta è sempre troppo lenta, perché mancano gli strumenti, mancano le risorse, perché possa essere più veloce e penetrante, perché possa svolgersi in poco tempo, e non in anni, perché gli accertamenti possano essere sempre “completi”. Quando una causa inizia con figli che hanno sei anni, e finisce con figli che ne hanno undici, ormai è tutto fatto. I danni sono fatti.  E si contano morti e feriti. La speranza è che quei genitori, o uno dei due, abbia tenuto la barra dritta.
E’ qui il problema. Una giustizia che corre troppo lenta rispetto alla vita che deve regolare, è una giustizia che non arriva. E chi vuole violarla, il modo lo trova. Con quella giustizia impara a conviverci, perché impara a scansarne i colpi, giorno dopo giorno, anno dopo anno. E a disegnarsene una tutta sua. Al di là della legalità. Perché quando arriva il provvedimento, la condanna penale, l’ufficiale giudiziario a pignorare, io, che ho il pelo sullo stomaco, mi sono già organizzato tutto, o quasi tutto, per il meglio.
Ecco perché quando uno dei due non ha un codice morale, un po’ di dignità, un minimo di rispetto dell’altro, è difficile che la legge possa fare qualcosa. Perché spesso arriva in ritardo sulle necessità che la vita impone.

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