Storia di Costanza e di suo nonno Enrico
Quando lei nacque, una bambina ahimè!, suo nonno ordinò che le imposte della casa rimanessero chiuse per quattro giorni. In segno di lutto. Quello fu il benvenuto che il nonno-padrone dette a Costanza e che continuò a manifestarsi nel tempo, con una serie di persecuzioni nei suoi confronti. Come del resto nei confronti di tutte le donne di casa. Ad esempio, Nonno Enrico non voleva che si spendessero soldi né per i vestiti di Costanza, né per le sue scarpe, né per libri e quaderni della scuola. Una bambina, sosteneva, non aveva alcun bisogno di studiare. Doveva diventare invisibile, così da non dare alcun fastidio né con il suo pianto, né con i suoi primi discorsi, né con possibili malattie. Se si fosse permessa, poi, di parlare, per interrogare gli adulti, per esprimere quel che pensava o per contrapporsi; se avesse fatto capricci che, invece, ai maschi venivano consentiti; se si fosse ammalata, costringendo la sua famiglia a pagarle le medicine, avrebbe veduto vedersela con i divieti di nonno Enrico. Era, poi, lui che consigliava, al padre di Costanza, suo figlio, di picchiare la ragazzina di santa ragione; era lui che aveva trasformato suo figlio in una bestia in nome della supremazia familiare dei maschi sulle femmine. Però, Ivo, il papà di Costanza aveva molto amore per la sua figlioletta e se, in taluni occasioni, sempre davanti al terribile nonno Enrico, le allungava qualche sberla e perfino un calcio, quando il nonno Enrico non c’era, le dava spesso carezze dolcissime sulle guance e sulla testa. E, poi, baci affettuosissimi e caramelle e cioccolati che, nascostamente, uscivano dalle sue tasche e mai erano destinate a Federico, il maschio primogenito. Così, Costanza sentiva che lei e suo padre erano prigionieri del nonno Enrico, il quale anche con la piccola, bistrattata, silenziosa nonna Clara abitava, purtroppo, insieme a loro. Costanza, infine, ce l’aveva molto con sua madre. Rosita, infatti, quasi seguendo il modo di comportarsi di Clara, non parlava quasi mai. Era un’ottima donna di casa, molto efficiente e gran lavoratrice. Ma silenziosa ed incapace di contrapporsi al marito e al suocero. Anzi, lei, di buon grado, era solita, come la nonna Clara, accudire, quasi fossero bambini, il nonno, ogni volta che tornava dalla campagna, e il marito, ogni volta che tornava dal lavoro. E se erano arrabbiati non si metteva mai a contrastarli: neppure quando Costanza veniva aggredita verbalmente o picchiata. Neppure di fronte alle urla e alle sevizie . Non interveniva mai. E se ne stava lì, assai spesso con la suocera al suo fianco, come impietrita, ad assistere ad ogni sceneggiata , ad ogni esternazione di rabbia, ad ogni violenza. Qualche volta, poi, anche la mamma e la nonna le prendevano di santa ragione. O perché avevano dimenticato di sistemare qualcosa o perché il cibo non era cotto a puntino oppure perché il nonno Enrico aveva voglia di sfogarsi e trovava il pretesto per offenderle e picchiarle. Erano quelle le occasioni in cui Costanza stava più male. Avrebbe voluto che il nonno morisse, che suo padre reagisse, che sua madre e sua nonna urlassero la loro rabbia contro il nonno e si difendessero. E, ancora, che la difendessero. Non era, forse, anche lei una donna seppure ancora bambina? Non era anche lei una creatura di vetro, una femmina alla quale sarebbe toccato di essere schiacciata, fermata, minacciata, di assistere a violenze o a subirne? Poi, però, un giorno il nonno si ammalò e Costanza iniziò a creder che fossero state le sue preghiere a farlo crollare. Aveva, infatti, pregato tanto la madonnina di liberarla., vergognandosi , però, alla fine di ogni avemaria perché l’intenzione dei suoi rosari era che il nonno passasse a miglior vita. Ma Nonno Enrico aveva una tal fibra che, seppure dal letto, continuava a dettare legge. Sbraitava e minacciava tutto il giorno tra le lenzuola e le coperte ma si vedeva, però, che quelle erano le ultime forze che gli restavano. Un po’ alla volta, come un ceppo consumato dal fuoco, cominciò a spegnersi e, una notte, verso le tre, mentre tutti dormivano profondamente cominciò a vomitare sangue. Senza riuscire, peraltro, a chiedere aiuto. Costanza, però, forse per quel senso di colpa che sempre animava le sue giornate, quasi pensasse:<<Ma non sarò stata io a ridurlo così?>> si svegliò di soprassalto e si accorse che il nonno stava veramente male. Allora, senza svegliare gli altri, lo soccorse , lo ripulì, lo lavò e lo asciugò, gli mise sulla fronte pezze fredde, gli preparò i medicinali che il medico aveva indicato. E, in men che non si dica, nonno Enrico si riprese. Con stupore, allora, s’accorse che a curarlo così bene e a impedire che morisse soffocato dal suo vomito, era stata la tanto maltrattata nipotina. Sgranò gli occhi, fece uno strano gesto di ringraziamento con le mani e , all’improvviso, due lacrime gli scesero lungo il viso. <<Proprio tu?>> – le disse, alla fine con voce stentata e arrochita dal male. <<Proprio io! – confermò Costanza- Ora stai meglio, vero? Vedrai che, domani mattina, ogni tuo male sarà passato.>> E, così, incredibilmente, fu! Dal giorno dopo, il nonno cominciò a migliorare ma né lui né Costanza dissero mai agli altri cos’era accaduto quella notte. Pertanto, il cambiamento di Nonno Enrico fu, per loro, un’autentica sorpresa. Un’inaspettata, impensabile felicità. Il nonno non urlò più, non maltrattò più nessuno e predilesse, da quel momento, la compagnia di Costanza e lei, guardando con occhi attenti, le altre donne di casa le iniziò al cambiamento. Quelle, infatti, si fecero più ciarliere, più allegre, gioiose. Ed anche suo padre, cambiò. Al punto che un giorno, assestando una tirata d’orecchi al suo prepotente primogenito, sempre ostile e sgarbato con la madre, la nonna e la sorella, ebbe a dire:<<Impara a rispettare le donne!>>.




