Tutti i contenuti della categoria ‘Prime volte’

FricoHo il formaggio!
Il messaggio in codice mi arriva via SMS da un amico friulano che da tempo mi parlava di un specialità delle sue parti di cui non avevo mai sentito parlare: il frico. Finalmente questa ricetta da semplice racconto diventa realtà.
Il formaggio in questione è il Montasio e il frico alla fine non è altro che una specie di frittatona di formaggio fuso e patate (questi gli ingredienti del frico morbido, dato che esiste anche quello croccante fatto di solo formaggio).  E’ stata la scoperta più gustosa di tutto l’inverno!
La sera della cena a base di frico è arrivata con il nome in codice “Frico Night” e per la prima volta in cucina  mi sono limitata a guardare (anche se per deformazione mentale ho dovuto preparare qualcosa per forza, in questo caso una Tarte Tatin alle mele), mentre il mio amico pensava a tutto: formaggio, salame, cipolle e patate. Lo so, non è certo un pasto leggero, ma visto che la primavera si fa aspettare…
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caramelloUltimamente sto sperimentando diverse cose che hanno tra gli ingredienti base il caramello: il croquembouche che ho fatto per Capodanno, la Tarte Tatin alla mele e quella ai pomodorini che fu il mio primo esperimento di “torta rovesciata” (ve ne parlerò a breve, con tanto di contributo video) e infine il creme caramel zucca e vaniglia che ho scoperto sul blog di Cavoletto (che ormai sta diventando la mia specialità). Beh, posso dirvi cosa che ho imparato da questa mia breve esperienza: il caramello è vivo, o almeno io credo lo sia.Quando ero piccola avevo già provato a farlo per crearmi dei lecca-lecca personalizzati e ho dei ricordi tremendi dell’odore che permeava tutta la cucina di Roma non appena il caramello, nel giro di pochi attimi, si bruciava carbonizzando le padelle di mia madre. Dopo quei piccoli esperimenti non mi ero più azzardata a rifarlo, abbassandomi a comprare boccette di caramello sciolto contenenti chissà quali assurdi additivi per rimanere così cremoso e zuccheroso. Ora, però, ho preso coraggio e ho rimesso lo zucchero sul fuoco.Ed ecco il motivo per cui mi trovo qui a parlarvi dell’animo umano del caramello: lo zucchero (iniziamo con 100 g) si versa in un piccolo padellino e con l’aiuto di un cucchiaio d’acqua si lascia sciogliere a fiamma media. Cosa accade a questo punto per me è ancora un’incognita.Se guardo il padellino e magari con un cucchiaio tento di capire a che grado di scioglievolezza è arrivato lo zucchero il mio caramello, ancora in divenire, si infuria: comincia a sobbollire freneticamente, diventa chiaro e croccante, si irrigidisce e… CRAC! FRRR! ZACK! Lo zucchero si cristallizza.
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tarte tsatin emile henryPer Natale mi sono regalata il piatto per Tarte Tatin dell’Emile Henry. A prescindere dalla bellezza dell’oggetto in sé (se ancora non l’avevate capito sono una feticista degli utensili da cucina) è la pirofila più adatta per realizzare una delle torte più buone di Francia: signore e signori la Tarte Tatin!
La tradizione vuole che questa torta di mele nasca da un errore commesso nel 1898 dalle signorine Tatin, proprietarie dell’omonimo Hotel Tatin a Lamotte-Beuvron, in Francia (questo il sito ufficiale della torta): in una giornata frenetica Stéphanie Tatin, una delle due sorelle, addetta alla cucina lasciò cuocere troppo a lungo nel burro e nello zucchero le mele affettate e pronte per essere inserite in una classica torta di mele e per evitare di buttare le mele ormai completamente caramellate le coprì con la pasta e le finì di cuocere in forno così com’erano, mele sotto e pasta sopra. Una volta che la torta fu cotta la ribaltò e il risultato, anche a detta degli ospiti dell’albergo ignari dell’errore, fu davvero eccezionale.
Da quel giorno la torta passò dall’essere il risultato di una semplice distrazione all’essere la specialità del piccolo hotel. È passato più di un secolo da quel giorno, ma fortunatamente quella ricetta, grazie a un lungo passaparola, è arrivata fino ai nostri forni.Tarte Tatin

Lo scorso weeekend finalmente ho messo alla prova la mia nuova pentola e la mia abilità culinaria realizzando la mia prima Tarte Tatin: un successo assoluto! Il Convivente era entusiasta: lui che ama solo la torta di mele di sua madre, proprio lui che odia le mie apple pie perché sempre troppo “speziate”, mi ha riempito di complimenti chiedendone “Ancora, ancora e ancora”. Non so se sia stato merito del caramello, delle mele succose e dolcissime oppure della crema che ho preparato per accompagnare il tutto: fatto sta che da ieri questo dolce è entrato di diritto nella Top Ten dei dolci che so preparare meglio.

A questo punto se volete provarci anche voi ecco la ricetta.
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dsc07185.jpgDa qualche giorno sono iniziati i corsi di Novembre della Piccola Accademia di Cucina, la scuola di cucina organizzata da Sale&Pepe e nata dalla collaborazione tra la redazione del mensile di cucina e Csaba dalla Zorza.

Beh, non mi ero accorta che non vi avevo mai raccontato la mia prima volta a lezione di cucina. Lo scorso mese ho partecipato al mio primo corso in assoluto: era dedicato alla “Tavola country chic” organizzato dalla stessa Csaba dalla Zorza (autrice anche del libro “Conutry Chic“) nella sede della scuola ConGusto di Milano e tenuto dallo chef Maurizio Bosotti.
Quattro ore di corso incredibilmente rilassanti. Altro che massaggi, ragazze: andate a fare un corso di cucina!
Riflettendo sulla serata, credo ci siano un po’ di cose da sapere riguardo ai corsi di cucina e vorrei condividerle con voi.
Premetto: sono tutte considerazioni fatte dopo la mia prima volta. Se voleste dire la vostra e dare qualche consiglio sui corsi ai quali avete partecipato ben venga.
E ora passiamo al decalogo secondo la signorina Fiamma di cosa avviene e cosa bisogna fare quando si partecipa ad un corso.

1. Non si cucina. O meglio, si può dare una mano allo chef, ma in realtà si guarda, si annusa e si prendono appunti. Se, come me, avete visto “Julie & Julia” penserete: “E allora perché Julia Child cucinava?”. Semplice, era un corso per professionisti.

2. Si mangia. Tanto. Tutti i piatti realizzati nel corso della serata vengono divisi tra i partecipanti per poter studiare anche il gusto di ciò che è stato preparato.

3. Si fa amicizia. Potreste conoscere ragazze simpatiche che, come voi, sono lì per imparare.

4. Maschi? Pochi. Non andate con l’intenzione di rimorchiare un appassionato di cucina perché se è lì di solito si è appena sposato. E se si trova lì con la moglie, invece di essere a casa a “far altro”, non è un buon segno. L’unico segnale positivo è che uno così non fa più parte degli uomini a piede libero.

5. Fate domande. Non abbiate paura di sembrare ignoranti: lo chef è lì per voi, pagato da voi, e ne saprà sempre più di voi (o almeno io sono stata fortunata perché Maurizio Bosotti è stato davvero un eccellente maestro quella sera).
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Bread and chocolateOggi ricorre la quarta edizione del World Bread Day il cui motto è: “Let’s bake and talk about bread on this day again! Anybody is cordially invited to participate (inforniamo e parliamo di pane tutto il giorno! Siete tutti invitati a partecipare).
A segnalare questo evento è stata per prima Sigrid, ovvero la bravissima foodblogger e foodphotographer meglio conosciuta come Cavoletto di Bruxelles.

L’unica volta in vita mia che ho preparato del pane, fino ad oggi, è stata con le scatole dell’Ikea e già ho avuto modo di raccontarvi la mia esperienza.
Ora però per festeggiare il pane mi venuta in mente una ricetta che non ho ancora provato a fare e che mi è stata regalata da “Mamma Mimma”, la madre di una mia cara amica: si tratta dei fantastici panini al cioccolato. Niente a che vedere con la versione “commerciale”…

Per festeggiare il pane e celebrarlo li preparerò proprio nel weekend (ora purtroppo non sono davanti a un forno), voi se volete potete anche cominciare subito!

Panini al cioccolato di Mamma Mimma

Ingredienti: 250 latte, 1 cubetto lievito di birra, 500 gr. Farina, 100 gr. Zucchero, 1 uovo, ½ cucchiaino da caffè di sale, ½ bicchiere di olio di semi, 1 bustina di vanillina, 100 gr. di cioccolato fondente a pezzetti o gocce di cioccolato.
Preparazione: Sciogliete il lievito nel latte tiepido con un cucchiaio di zucchero e due/tre di farina, mescolate ed attendete circa mezz’ora che faccia le bollicine. Aggiungete l’olio, l’uovo intero, il sale, lo zucchero rimasto e la farina. Mescolate bene, poi lavorate con le mani l’impasto. Aggiungete il cioccolato fondente, formate delle palline, disponetele nella teglia da forno, fatele lievitare in luogo tiepido finché non raddoppiano il volume. Infornate a 180°/190° gradi, quando saranno dorati fateli raffreddare e gustateveli!

(Foto di Joye~)

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dsc06328.jpgLa Signorina Fiamma e il Convivente cominciano a vivere di vita propria e questo anche grazie a voi lettrici. A febbraio, per Kowalski, uscirà il libro “Due cuori e un fornello. Convivenza con cucina” dove la storia d’amore e cucina della Signorina Fiamma prenderà forma: dal primo incontro con il Convivente a chissà quale roseo e goloso futuro insieme.
Per realizzare uno dei capitoli del libro abbiamo pensato a voi Donne Moderne e alla community del sito.
Che ne dite di partecipare con le vostre ricette?
L’idea è quella di creare il “Menù della Donna Moderna“: siete libere di inviarmi la vostra ricetta preferita, il vostro piatto forte, quello che amate cucinare per il vostro lui, per gli amici e i parenti, dall’antipasto al dolce.
Le ricette, semplici o elaborate che siano, verranno poi testate dalla sottoscritta e scelte per la creazione di un capitolo tutto “vostro”. Un piccolo regalo per ogni cuore e ogni fornello!
Come fare? Semplice! Basterà entrare nel forum cliccando qui e rispondendo alla mia richiesta con la vostra ricetta. Nel caso in cui già non lo foste dovrete  registrarvi velocemente sul sito di Donna Moderna e poi rientrare nel forum.
Mi raccomando scrivete direttamente nel forum, per praticità non si accettano ricette inviate via mail o inserite nel profilo.

Per rendere omogenee le ricette vi chiedo di inserirle così:

- Nome della cuoca.
- Titolo della ricetta.
- Per quante persone è indicata la ricetta.
- Ingredienti (specificando grammi, litri…).
- Preparazione.

Ci state? Io vi aspetto!

Avete tempo fino al 30 ottobre.

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2782932675_559cf6e4ee2.jpgIeri sera ho comprato due fette di Lemon Bar in un locale milanese che fa tutte cose molto americane (con l’aggiunta di qualche Tarte Tatin) ed erano troppo buone.
Ora, io mi sono ripromessa di prepararmi questo dolce da sola, ma non voglio farvi aspettare troppo per la ricetta.
Ho fatto una veloce ricerca on-line (per le ricette di origine straniera guardo sempre prima su Foodgawker) e ispirata dalla foto più golosa, ho trovato la ricetta adatta.
Avete presente l’impasto dei biscotti “tuttoburro” Walkers? Gli shortbread? Beh, l’impasto è praticamente quello lì, solo che è ammorbidito da una crema acidula e dolcissima al limone.
Chi le farà per prima in casa propria lo scriva qui… magari io mi ci metto nel weekend. Alla faccia della dieta!

Lemon Bar

Ingredienti: per l’impasto: 110 gr di burro, 220gr di farina, 50 gr di zucchero, 25 gr di zucchero di canna, mezzo cucchiaino di sale, la scorza di un limone. Per la crema: 4 uova grandi, 160 gr di zucchero, 180 ml di succo di limone (circa 3 grossi limoni spremuti), 40 gr di farina e la scorza di un limone.
Preparazione: Riscaldate il forno a 180° C. Preparate l’impasto per la base: in un frullatore mettete insieme tutti gli ingredienti fino a che l’impasto non si amalgama e forma una palletta grumosa. Stendete la pasta così ottenuta in una teglia rettangolare 33×22x5 cm  (o quadrata) e create un bordo abbastanza alto. Punzecchiate con una forchetta e infornate per circa 25 minuti. Lasciate raffreddare poi la base coperta con della carta forno per evitare che si indurisca troppo. Mentre cuoce la base preparate l’interno: in una ciotola mischiate le uova e lo zucchero fino a far diventare l’impasto omogeneo e chiaro, aggiungete poi il limone, la farina e la scorza grattugiata. Quando la crosta è pronta versatevi dentro la crema al limone. Abbassate la temperatura del forno a 150°C . Una volta che la temperatura del forno sarà scesa riponete la teglia in forno e cuocete la lemon bar per circa 30 minuti. Sfornate e lasciate raffreddare completamente, poi tagliate in rettangoli uguali e cospargete di zucchero a velo prima di servire.

(foto di Jing a Ling)

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Fior di cicoriaDa piccola non amavo le verdure lesse e la cosa che odiavo di più era la cicoria: amara, dura, odiosa! L’altro giorno però mi si è presentata a casa: è quasi un anno che mi faccio consegnare la frutta e la verdura a casa con BioExpress e sono molto felice, soprattutto per l’opportunità di sperimentare vegetali che forse non avrei mai comprato.Quando ho visto questo mazzo di “roba verde”, come la chiama il Convivente, non ero sicura di cosa fosse, poi ho guardato il foglietto allegato e ho scoperto che la tanto vituperata cicoria era entrata di nascosto nella mia cesta di verdura. In realtà è colpa mia: tra le cose che ho esplicitamente eliminato dalla cesta non ho mai pensato di inserire anche la cicoria, mai avrei pensato che qualcuno potesse considerare ancora la cicoria come una verdura da recapitare così a casa della gente.

Ho passato due giorni chiedendomi: “E mo’ che ce faccio?” (quando penso a cosa cucinare esce la mia anima romana).

Non volevo buttarla, da tempo ho acquisito molto più rispetto per il cibo (prima quando vedevo che una mela aveva qualche buchino la buttavo subito, ora mi invento il modo migliore di recuperarla), così per cominciare lo lavata bene sotto l’acqua corrente.

La guardavo sempre con un po’ con sospetto poi ho deciso che doveva finire in pentola: ho preso una foglia alla volta, l’ho sciacquata ancora un po’ e l’ho messa in pentola con due spicchi d’aglio interi e un goccio d’olio, ho coperto il tutto e non ci ho pensato più.

Dopo circa mezz’ora il coperchio sbuffava (forse anche lui non sopportava più quelle foglie) e la cicoria ormai si era ristretta, tanto da non sembrare più neanche così “malvagia”.

Ho aggiunto un po’ di concentrato di pomodoro, mezzo bicchiere d’acqua, una manciata di uvetta, un po’ di pinoli e qualche oliva taggiasca, ho alzato la fiamma e fatto rosolare per bene.

Dopo dieci minuti l’ho assaggiata: non era così amara come ricordavo, anzi.

Buona! L’uvetta l’aveva addolcita e il pomodoro con le olive le avevano dato forza, così ho deciso di portarla in tavola.

- Cos’è?

- Cicoria.

- Gambi di roba verde.

- No è cicoria, tipo spinaci o bieta, ma un po’ amara.

- E perché uno dovrebbe mangiare una cosa amara?

- Già.

P.S. Io me la sono finita tutta, era ottima ed è piaciuta anche al Convivente. Come si dice? Provare per credere.

 

 

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linzer2.jpgGiovedì prossimo a Riva del Garda ha inizio la “Notte di fiaba”, la manifestazione che da dieci anni trasforma per quattro giorni consecutivi la città in una favola a cielo aperto: ogni anno una fiaba diversa viene raccontata e interpretata da un compagnia di attori per le vie della città e centinaia di bambini (e genitori) seguono estasiati i personaggi tra piazze e stradine. Il tutto fa da contorno alla serata finale: lo spettacolo pirotecnico (sabato 29 agosto alle ore 22.00) che illuminerà tutto il lago. La fiaba di quest’anno è “Hänsel e Gretel” e una golosa come me non poteva mancare all’appuntamento, correndo il rischio di finire tra le grinfie della strega cattiva (la stessa che superati i trent’anni potrete chiamare in amicizia “Cellulite”). Ma tanto l’estate è finita e il conto alla rovescia per la prova bikini si azzera nuovamente quindi concediamoci qualche strappo e godiamoci qualche minuto il piacere di sentire gli zuccheri circolare liberamente dentro di noi.
Pronte? Perché la ricetta di oggi segue proprio questa strada.
Vi presento la Linzer Torte, un amore al primo assaggio: i denti affondano all’improvviso nella pasta frolla saporita, morbida e friabile, mentre la lingua incontra il ripieno di marmellata ai lamponi e il palato sperimenta il retrogusto di cannella. Emozione pura.
Il Convivente dice che mi si vede in faccia quando qualcosa mi piace davvero, torno subito bambina: gli occhi mi s’illuminano e non riesco a trattenere il sorriso, quasi mi vergognassi di godere di quel piacere così personale e privato.
Questo crostata di origine austriaca, considerata la torta più antica del mondo, l’ho assaggiata per la prima volta proprio a Riva del Garda: era il dessert del buffet offerto dall’hotel Du Lac e du Parc e se oggi ve ne parlo è grazie a Primo De Donà, capo cameriere dell’albergo.
- La prego, devo assolutamente sapere come è fatta questa torta!
- Domani è ancora qui?
- Certo!
- Vedo cosa posso fare…

Il giorno dopo mi sono presentata nella sala cercando il mio messaggero e lui era lì: ha sfoderato dalla tasca interna della giacca un foglietto ripiegato (quello che vedete in foto) con la ricetta della Torta Linzer (dose per sei torte!) con gli omaggi di Vuerich Loris, chef pasticcere.

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2491777638_69b8b24de8.jpgNon riesco a concepire il fatto che un piatto preparato da me non possa piacere (al Convivente). Lo so, è un po’ integralista come visione, ma cucinare ogni sera significa mettersi in discussione: scegliere cosa fare, portare in tavola idee nuove, aspettare il giudizio (a volte basta un minimo movimento al lato destro del labbro superiore). Come vedete è quasi un lavoro, piacevole ma pur sempre un lavoro, e preferisco pensare che non ci sia niente di sbagliato in quello che faccio e che anzi, come spesso ripeto in queste pagine, sia giusto osare rischiando di fare scelte azzardate. In questi anni è sempre andato tutto liscio: mai una critica, magari qualche suggerimento, ogni tanto qualche polemica sulla sapidità dei piatti (ho la sensazione che il Convivente abbia perso parte delle papille gustative e per questo non riesca a percepire il salato come lo percepisco io), ma mai una critica seria. Mai, tranne quel giorno…

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