• Tutti i nostri Blog »

  • giovedì, 20 novembre 2008

    Noki on heaven’s door

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 13 Novembre 2008
    Commenta

    La perdita di un telefonino è un evento traumatico. Per me lo fu già nel 2001, quando Eric I smise di funzionare, portando via quel poco che poteva contenere in materia di rubrica e sms romantici. In fondo quella volta la sim sopravvisse, permettendo il trapianto su Eric II e poi anche su Sam I. Ma in seguito ho visto cellulari e sim arrivare alla fine della loro avventura.

    Proprio in questi giorni festeggio dieci anni di telefoni cellulari - ne ho avuti sei. Fa uno ogni venti mesi. Beh, è una buona media, superiore a quella delle mie ultime fidanzate.
    Tra l’altro come con le ex, ogni rapporto si è concluso in modo strano. Uno ha interrotto le comunicazioni da un momento all’altro. Uno l’ho perso in una terra lontana. Uno semplicemente non era all’altezza - ogni tanto bisogna essere duri e ammettere che ci si è sbagliati dal punto di vista qualitativo. Con un altro c’era un problema di comprensione: parlare era impossibile.

    Il penultimo, Noki I, è forse quello che ha avuto il destino peggiore: l’ho lasciato per un modello più ricco e intelligente: Sam II. Più chic, ma meno grazioso. Il fatto è che non ci stavano più sms. Siccome ne conservo un sacco, la sim è già satura da tempo - il che significa che i miei ricordi deve ricordarseli l’apparecchio. Con Noki I avevo ormai saturato anche la memoria del telefono. Sicché per la prima volta ho lasciato un cellulare con cui mi trovavo bene. E’ stata una scelta molto materialista. Oddio, a dire il vero non del tutto: avevo bisogno di spazio per nuovi ricordi. Ma lo si potrebbe definire la necessità di fare spazio a nuove esperienze.

    Ora la morte di Sam II mi ha costretto a tornare con Noki I, che per qualche mese se ne è stato accantonato nell’armadio. I primi giorni di riallacciamento del nostro rapporto sono caratterizzati da un disagio enorme. Perché lui sa. Sa che nonostante tutto quello che ha fatto per me, nonostante tutti gli sms e le telefonate emozionanti che mi ha dato, io alla fine l’ho abbandonato per un fighetto maniaco dei tuffi. E sta pensando: “Lo sapevo che non sarebbe durata. E ora hai di nuovo bisogno di me, ma quanto durerà?” E non è un caso se in questi giorni da lui non ricevo né una telefonata né un sms come quelli di una volta.

    CELL’ho fatta

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 11 Novembre 2008
    Commenta

    L’altra notte mi è capitato un incidente demente. Ci sono cose che ogni tanto sospetto capitino solo al sottoscritto. Oppure cose talmente sceme e imbarazzanti che capitano a tutti ma nessuno racconta, non saprei - sta di fatto che sono tornato a casa alle 4 di notte. In casa non c’era nessuno (…laddove non si fosse capito dall’intestazione, la nostra coppia è in crisi, e lei era a dormire da sua madre) (forse)
    Beh, sta di fatto che mentre chiudo la porta di casa so che devo fare pipì entro sette secondi oppure morire, esplodendo come l’astronave di Alien quando c’è il conto alla rovescia - meno 5, meno 4, meno 3…

    Corro in bagno, mi sbraccio per liberarmi dagli indumenti - nel farlo, per non so quale bizzarro movimento scoordinato, faccio uscire il telefonino dal taschino anteriore della giacca. Il telefonino vola e compie un grazioso tuffo nel water. Ciufff. Alle Olimpiadi sarebbero usciti i voti dei giudici:

    8.0    7.0     7.5    5 (maledetto giudice francese)    7.5    8.0

    Un momento devastante. Rantolando recupero il telefono (nell’unico modo possibile) (…no, non avevo ancora fatto pipì. L’acqua non era sporca. Certo non l’avrei bevuta) e lo appoggio atterrito di fianco al lavandino. Faccio pipì con un senso di colpa immenso. Mi precipito a controllare: magari non è niente. Magari è un modello fatto apposta. I coreani gli insegnano a nuotare.
    Col cavolo. Morto.
    E un pochino, anch’io.

    Naturalmente, sto cercando di incolpare Laura per tutto questo. Non è semplice, ma so che ce la farò.

    Tutti hanno ragione

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 9 Novembre 2008
    Commenta

    Oggi camminavo in piazza Duomo e sono passato di fianco a un gruppetto di ragazzi tra i 16 e i 19 anni. Al centro del crocchio c’erano un maschio e una femmina. Entrambi con ciuffo ma moderato: emo ma non troppo. Lei non era molto carina, se devo dire la verità. Oddio, nemmeno lui, però lei sembrava il tipo destinato ad avere le idee chiarissime. Era robusta e perentoria. E lo stava catechizzando davanti agli altri; lui non diceva niente e prendeva atto. A un certo punto lei ha alzato la voce: “Hai capito? E’ così che funziona. Ricordatelo”.
    Non ho la minima idea di cosa stessero discutendo (oddio, discutendo. Per discutere bisogna essere in due) ma mi sono identificato subito in lui. In giro non faccio che trovare gente che mi spiega come funziona. In giro c’è pieno di gente con le idee chiarissime, sembrano tutti pronti ad andare da Maria De Filippi e catechizzare qualcuno. Mentre io faccio parte di una minoranza di fessi che prendono atto. Chi vede annaspare la propria relazione sa cosa intendo dire. Sanno tutti dov’è il problema. La sanno tutti lunga.

    A casa mi è venuta in mente una poesia che inizia facendo riferimento a quelli che la sanno lunga. Io di poesia non capisco niente, e l’autrice della poesia, che si chiama Wislawa Szymborska, è polacca (solo i polacchi hanno questi nomi. Come cavolo parlano?), ha 85 anni e ha vinto il premio Nobel. E mi ha incluso gentilmente in una sua statistica, secondo la quale “la poesia piace a non più di due persone su mille“. Anche questa particolare poesia si basa su una statistica. Si chiama

    Contributo alla statistica

    Su cento persone:
    coloro che la sanno lunga:
    - cinquantadue;
    insicuri a ogni passo:
    - quasi tutti gli altri;
    pronti ad aiutare, purché la cosa non duri molto:
    - ben quarantanove;
    buoni sempre, perché non sanno fare altrimenti:
    - quattro, be’, forse cinque;
    inclini ad ammirare senza invidia:
    - diciotto;
    sempre in ansia per la paura di qualcuno o qualcosa:
    - settantasette;
    attrezzati per essere felici:
    - al massimo ventiqualcosa;
    innocui singolarmente, selvaggi in mezzo a una folla:
    - come minimo, più della metà;
    crudeli, se costretti dalle circostanze:
    - è meglio non saperlo neppure in termini vaghi;
    quelli col senno di poi:
    - non molti di più di quelli col senno di prima;
    quelli che dalla vita sanno solo prendere:
    - trenta (vorrei sbagliarmi);
    piegati dal dolore, senza una luce nel buio:
    - ottantatré prima o poi ;
    nel giusto:
    - trentacinque, che è un bel po’;
    nel giusto ma comprensivi:
    - novantanove;
    mortali:
    - cento su cento.
    Numero fino a questo momento invariato.

    Cercasi cancelliere disperatamente

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 7 Novembre 2008
    Commenta

    Stamattina in metropolitana ho tirato su un giornale freepress abbandonato. Uno tra migliaia di fogli che, con rispetto parlando, infestano la metro. E ho scoperto un mondo. Gli annunci personali. Non che ci volesse molto, immagino. Ma era un mondo che avevo sempre ignorato. Che errore! Ognuno è un miniromanzo, che viene da completare con l’immaginazione.

    Alcuni fanno sorridere:
    A te: ti ho visto in metro, capelli castani zaino Invicta, sceso a Lotto. Ti chiamano Piro! Vorrei conoscerti. Marta.
    Al bel baffuto seduto davanti a me a lezione l’altro giorno sotto l’angiolone col pesce: non vedo l’ora di farmi fiocinare da te. La tua murena.
    Ad Antonella: ti vedo tutti i lunedì e i giovedì mattina portare fuori la spazzatura del nido, come sei bella!
    Alla ragazza che viene nel banco Napoli cass di sicurezza: anche se sei ingrassata un po’, sei sempre bellissima. Ammiratore incallito.
    Per il tamarro di Statistica in Bicocca: ma quanto sei figo? Voglio conoscerti!
    Per il cancelliere Giannino: ti vedo sempre in tribunale. Presto mi farò avanti. Luana.

    Alcuni sono puro marpionismo d’assalto. Sia femminile che maschile.
    Al graduato che mi ha dato esaurienti informazioni lunedì a piazza Lodi: grazie sei molto affascinante; un caffè?
    Alla mora in metrò linea verde domenica 26: ci siamo guardati più volte, sn sceso a Piola. Vorrei conoscerti. Ivan.
    Alla cassiera dell’Esselunga Legnone rossa dagli occhi di tigre: mi fai morire! Ti ho dato il biglietto, chiamami.
    Al bel Michele in Hugo all’uno: quando Dio distribuì bellezza, prestanza e vigore, tu eri sempre il primo della fila. Quanto splendore in un solo uomo.

    Questo è suggestivo - se si fa caso a un particolare:
    A E. che lavora all’asl di corso Toscana con i capelli corti, primo piano: sei bellissima e mi piaci tantissimo! Ci siamo viste qualche volta… Chi sono?

    Gli autisti degli autobus suscitano romanticismi inaspettati. Non si capisce perché scioperino:
    All’autista della linea 47: ogni volta ke ti guardo il mio kuore si riempie di amore. Hai ragione, tu non si può vivere senza amore. Infatti io non posso vivere senza te, ti amo kon tutta l’anima vita. Da patatina al mio orsakkiotto dagli okki verdi.
    Al conducente della linea 328 di sabato 25 ottobre alle ore 15:30: sei come le onde del mare che riflettono il tuo sguardo affascinante.

    Alcuni mettono un piccolissimo magone tascabile:
    A Marinella: non ti ho mai dimenticato, tacu
    A Roberto: ti amo tanto, ritorna da me, non puoi aver cancellato tutto, non ci credo. Ti aspetto, un bacio grande grande. Tua Claudia.
    A piccola Pam: mi manchi, Tiziano.

    La settimana prossima lo prendo di nuovo, vedo se qualche vicenda prosegue.
    E quasi quasi ci scrivo qualcosa anch’io. In fondo quella pagina è una specie di blog comune. Mezzo gaudio.

    sUorpresa

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 4 Novembre 2008
    3 Commenti

    Sono tornato a casa appena in tempo per vederla andare via, vestita di nero, con un ombrello nero, con la camminata frettolosa e dritta, mai vagamente sensuale, che hanno solo quelle che fanno il suo lavoro.
    Intendo dire: le suore.
    Se ne andava via dopo aver dato la benedizione natalizia nel palazzo dove abitiamo.
    Né io né Laura eravamo a casa.

    Beh, ormai è andata.

    Considerazioni:
    1) Come si può concepire una benedizione natalizia praticamente due mesi prima di Natale? E’ assurdo, l’altro ieri era il dì dei morti! Stanno diventando come i supermercati che bang, il 1 gennaio espongono le maschere di carnevale, a luglio allineano zainetti e diari scolastici? Bisogna anticipare perché c’è la crisi? Entrare in azione appena si accendono le luminarie lungo le strade - sempre prima, sempre prima?

    2) Le suore possono benedire? Niente in contrario, intendiamoci, ma da quando in qua? Mi sono perso qualche cosa? Tra un po’ diranno anche messa? Faranno le campanare? Verranno nominate vescove? Guardate, non è che sia contrario in linea di principio. Mi turba il cambiamento rispetto ai ruoli definiti di quando ero bambino, tutto qui. A me già mette a disagio vedere una donna che guida un autobus. Una volta a Milano ho visto una muratrice. Bella topolona, tra l’altro. Ma mi turba pensare che noi uomini e voi donne siamo intercambiabili.

    3) Ma soprattutto: se una casa non viene benedetta, è da considerare maledetta? Insomma, il nostro Natale ha il destino segnato? Gesù Bambino non passerà?

    Bancone di prova

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 2 Novembre 2008
    Commenta

    “…e parlar di surgelati…rincarati”.

    (Lucio Battisti, Perché no)

    Ho avuto un cedimento.
    L’altro giorno stavo facendo la spesa al supermercato. E lì per la prima volta mi è mancata.

    Mi sono mancate le dispute davanti al bancone dei biscotti.
    Mi sono mancati i tre quarti d’ora passati davanti al bancone dello yogurt. Confrontando non solo le singole marche e i singoli sapori. Ma anche le scadenze, alla ricerca dello yogurt più recente possibile, quello prodotto mentre prendevamo il carrello.
    Mi è mancata la filippica sul tonno in scatola. Lo sguardo schifato mentre sollevo con leggiadria le quattro bottiglie da due litri di Coca Cola. Il volto paonazzo mentre mi avvento sui prodotti dei signori Ferrero, Lindt, Loacker. Ma anche l’implorazione “Tienimi, tienimi!!!” nel passare davanti al reparto patatine. Il mio momento di teatrale disapprovazione odorifera nell’area formaggi. La commozione di entrambi nel vedere i primi panettoni - salvo poi far riemergere la insanabile differenza di background ideologico: io purista di uvette e canditi, lei “no, quelle porcherie dentro non ce le voglio, piuttosto il pandoro” “Il pandoro mai, il Verona ci ha rubato uno scudetto” eccetera.

    Insomma, mi piacerebbe tornare a far la spesa con lei. Si sa, la spesa è l’essenza della routine, il banco di prova della coppia.

    …è pur vero che da solo ci ho messo dodici minuti invece che cinquanta.

    Crisi is easy

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 30 Ottobre 2008
    Commenta

    D’altro canto crisi è una parola carismatica. E’ difficile sostituirla. Beh, il Thesaurus di Word propone ben 22 opzioni. Ma nessuna mi convince.
    Difficoltà, recessione, congiuntura.
    Inquietudine, mutamento improvviso, peggioramento.
    Depressione, squilibrio, scompenso.

    Qualcuna delle alternative suggerite, devo riconoscerlo, ha una sua originalità.
    “Mia cara, ammettiamolo: siamo in modificazione repentina“.
    “Io e te siamo in turbamento. In decadenza. In stallo“.
    “Siamo in scoppio“.
    (Ehi, “scoppio” non è mica male. Non avrei mai pensato a “crisi” e “scoppio” come sinonimi) (e del resto, nemmeno a stallo e scoppio)
    “Paolo, come va tra te e Laura?” “Oh, sai, siamo in disfacimento“. “Siamo in turbamento”. “Siamo in acme“.
    (…in acme?) (ma che vuol dire?) (la ACME non era quella ditta che mandava a Vilcoyote i macchinari per catturare BipBip?)
    “Siamo in crollo
    (”Crollo” è abbastanza figo. Mi riprometto di usarlo durante la prossima conversazione con gli amici)

    Poi, quando la crisi finirà, evidentemente ci attende il suo contrario. Che sempre secondo Thesaurus, è espansione. Benessere. Prosperità. Appagamento. Boom.
    (Boom?) (un altro scoppio?) (ma se è così) (la crisi e la fine della crisi) (…sono la stessa cosa)

    Crazy for crisi

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 29 Ottobre 2008
    Commenta

    Questo blog ha compiuto 4 mesi. Come sta andando la terapia? Abbiamo fatto passi avanti? O ci siamo innamorati della crisi?

    Ecco, questa è una possibilità nemmeno troppo remota.

    Un po’, la crisi ci piace. Forse anche perché con la parola “crisi” ci siamo cresciuti. E’ un concetto che abbiamo assorbito ogni giorno della nostra vita, prima e dopo i pasti. Crisi di governo, crisi economica, crisi energetica, crisi occupazionale, maschio in crisi, famiglia in crisi, crisi del cinema italiano, squadre in crisi di risultati. Alla fine la crisi è una certezza. Un ancora di salvezza in un mondo in cri… ehm, beh, appunto. La crisi potrebbe essere un rimedio omeopatico, un rafforzamento del proprio sistema immunitario.

    E poi, cosa c’è dopo la crisi? Non lo so, e certe volte penso proprio di non volerlo sapere.

     

    Madre e perla

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 27 Ottobre 2008
    1 Commento

    Ho fatto la strada per andare alla ormai inevitabile cena dalla nonsuocera con l’entusiasmo di chi va al proprio funerale.
    “Quando vi sposate?”
    “I bambini di tua sorella (e quelli di tua cugina, e della nostra vicina di casa, e della tua ex compagna delle medie) sono bellissimi. (…pausa) (occhiata eloquente)”.
    “Tuo cognato ha avuto una promozione”.
    “Vi vedo silenziosi”.
    “Ci sono dei problemi?”
    Prevedevo ogni attacco. E mi davo le stesse possibilità della Polonia nel Novecento, tra la Germania di Hitler e la Russia di Stalin.

    E avevo ragione. Ma non nel senso che mi aspettavo.
    Perché proprio come quella fugace alleanza tra Russia e Germania (il patto Molotov-Ribbentrop), l’intesa tra madre e figlia non può esistere in natura.
    E così, inaspettatamente da Polonia mi sono trasformato in Svizzera. I bombardieri mi passavano sopra, ma gli attacchi mi risparmiavano. Il conflitto è stato solo tra le due superpotenze. Mentre io contemplavo in silenzio, madre e figlia si affrontavano in trincea:
    “Sei dimagrita. Sei a dieta? Perché non mangi?”
    “Perché usi troppo condimento”.
    “Ah, la prossima volta fai da mangiare tu”.
    “Tu mi inviti e mi fai cucinare?”
    “Tu sei invitata e critichi?”
    “*****!!!! Mi sono macchiata la camicetta!!! Col tuo ****** olio di *****!!!!”
    “Bel linguaggio che usi, complimenti”.
    “….la camicetta nuova!!! AAAAAARGH!”
    “Oh, non mi pare un capo di alta moda”.
    “L’ho pagata 115 euro!”
    “Per quella robina che ti lascia fuori tutto?”
    “Ma ti sei vista??? TU dai A ME consigli su come vestirmi?”
    “Perdonami, non sono molto aggiornata sulla moda da marciapiede che piace a te”.
    “Stai dicendo che mi vesto come una ******* ?”
    “Ne hai il linguaggio e gli stivali”.

    …Non ricordo tutto il grazioso seguito, ma c’è stato un momento in cui si tiravano certe sciabolate, che avrei potuto affettare il salame solo tenendolo sollevato in mezzo a loro. Che meraviglia. Sfuggito alla guerra mondiale, grazie alla antica, eterna guerra tra madri e figlie.

     

    Superena-lutto

    Pubblicato da Paolo Madeddu il 24 Ottobre 2008
    Commenta

    “Cara mia moglie è una strega e mia suocera è una stronza, la vostra farsa è finita. Vi ringrazio della partecipazione, ma da questo momento in poi sono lllliberoh !”

    (Diego Abatantuono, “Eccezzziunale veramente”)

    (vedi anche: http://it.youtube.com/watch?v=5N808Ov0Yq8 )

    Sarebbe stato un modo brillante di presentarsi alla cena di sabato sera, arrivare con il tagliando da 100 milioni del Superenalotto. Avrei discusso con i genitori di Laura e sua sorella in modo molto più rilassato.

    Il bello è che mi sono comunque giocato le date di nascita mie e di Laura.

    Ehm, a dire la verità, non solo. Ho cercato di fare una specie di test. Ho giocato

    1) mia data di nascita più quella di Laura. Detto tra noi, un casino, perché sia io che Laura siamo nati il giorno 1. In due mesi diversi, molto diversi: lei all’inizio dell’anno, a gennaio, io alla fine, a ottobre. Non un caso. Io arrivo sempre un po’ in ritardo. Lei anticipa tutto ansiosamente. Sta di fatto che mi mancava un numero per completare la scheda del Superenalotto. Ho messo il 90 - la paura. Non per un motivo preciso - è che è l’unico numero di cui conosco il significato. Oh, beh, oltre al 77 e al 16.

    2) mia data di nascita più quella della donna con cui probabilmente avrei fatto meglio a stare

    3) mia data di nascita più quella di una donna che mi intriga.

    Insomma, ho chiesto al Superenalotto un responso anche non necessariamente in denaro.
    E il responso è stato: data di nascita di Laura, zero.
    Data di nascita di colei con cui forse avrei fatto meglio a stare, un punto.
    Data di nascita di colei che mi intriga, un punto.
    Quanto a me, col numero del mio mese, il 10, ho piazzato il numero superstar.Che non ho ben capito cosa significhi, ma intanto è uscito.

    Bene. Che Laura sia quella che il fato sconsiglia, mi sembra evidente. Che le altre due siano pari, è altrettanto evidente. Ma che come superstar io abbia diritto a molto di più mi pare incontestabile.