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Hai presente quando sei in treno e lasci il giornale sul sedile per tenere il tuo posto? Ecco, durante i primi tempi di matrignato, guardare un film sul divano è come un lungo viaggio in treno con molteplici soste-pipì. E’ sera, la famiglia allargata si stringe in soggiorno, si decide il film, e inizia il grande cinema. Ovvero: chi si siede dove.

La gerarchia dei culi è alquanto complicata. Il pater familias, in quanto uomo e quindi un po’ primordiale, poggia il culo sul divano così com’è, senza tanta dietrologia. Ma le femmine, figlie e matrigne, indossano il berretto da controllore e valutano severe i rispettivi culi e documenti di viaggio.  Intanto: biglietto e culo  di prima o di seconda classe? Perché, in prima classe, si ha diritto al finestrino sul papà, e in seconda, solo alla mera condivisione del vagone, ma niente di più.

E qui parte una serie di riflessioni infinita, di quelle che solo le femmine sanno fare. Chi ha diritto al biglietto di prima? La matrigna, in quanto legittima, seppur inflazionata, consorte del papi? O la figlia di primo letto, in quanto primogenita? O la figlia più piccola, in quanto più piccola? E la prenotazione poi, dov’è, chi ce l’ha? La prenotazione fa capo alla legge del contrappasso: se mercoledì scorso ti sei seduta in prima, questo mercoledì passi alla seconda classe e senza tante storie.

Si organizza quindi, sferragliando, un sistema misto tra biglietteria e lotteria, si misurano i culi per la parte del biglietto in cui il costo è a chilometraggio e, finalmente, si distibuiscono i posti. Questo mercoledì, tu, matrigna, ti sei guadagnata il posto con finestrino sul papà.

Installi quindi il tuo culo vincente sul divano, ma non fai i conti con la vescica. Insomma, ti scappa la pipì. Questo significa, rifletti a gambe strette, dover abbandonare il posto. No. Stringi anche i denti, e resisti. Qui si tratta di far rispettare delle regole, le fondamenta di una famiglia allargata che funzioni. Se il biglietto di prima classe stasera ce l’hai tu, te lo tieni tu. Niente pipì, niente colpi di mano, né di divano.

Ma, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Il mare che ti sciaborda nella pancia, slacci i pantaloni ma non serve, pensi al deserto del Gobi, ma è inutile. Siccità, carestia, eritemi solari. Niente, ti scappa e basta. Con voce stentorea, annunci ai passeggeri che ti alzi un secondo, che ci metti un attimo, che vai e torni immediatamente. Sul tuo posto, nella penombra catodica del salotto, si intravvede un misero elastico per  capelli che ti sei sfilata e hai lasciato lì. Come se per far pipì bisognasse sciogliersi i capelli, e soprattutto come se lasciare un elastico servisse a qualcosa. L’elastico non ha il carisma di una copia del Corriere sul sedile. Del resto, anche tu non hai un gran carisma, visto che il tuo posto ora è occupato da una figliastra con la vescica elastica e da un manipolo di patatine sfracellate tra i cuscini.

Te le troverai tutte nella schiena domani sera, giovedì, quando il divano sarà tutto tuo, il tuo compagno anche, e il sapore della competizione sarà ormai un po’ rancido. 

 

(Tratto da “Uova di Matrigna” di Orsella Nehman)

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L’altra sera ho visto “Il vento fa il suo giro”, bellissimo film italiano che tra l’altro consiglio assolutamente a chi non l’ha ancora visto. A un certo punto sono stata fulminata da una sensazione molto forte, che non c’entra direttamente con la trama del film.

Allora, c’era ‘sto tizio che era andato a vivere in un paesino sperdutissimo in montagna, ad allevare capre. Ma la gente di lì, diffidente e ostile, stava attentissima che lui, con le sue capre, non invadesse le terre dove non aveva il permesso di pascolare le bestiole. E fin qui, va be’, era il film.

Poi ecco l’inquadratura di un vecchietto che, tutto rigido, spia col binocolo il nostro capraio e quasi spera che lui sconfini anche di un centimetro, pur di potergli fare un cazziatone.

Ecco, lì io mi sono rivista, in un lampo di consapevolezza, quando, a volte, nonostante non sia un vecchietto e non guardi col binocolo, mi apposto, rigidina, e aspetto che qualcuno nella famiglia allargata faccia qualcosa contro di me. Buuuuuu, mi son detta da sola. Essere meschino e gretto. Regina dell’insicurezza, imperatrice della rigidità, maîtresse della rissa. Insomma, mi ha dato così fastidio riconoscermi, che credo che ci penserò su a lungo, e ci lavorerò a fondo.

Io sto studiando Elasticità da molti anni, è una materia difficilina e piena di insidie. Qualche buon voto l’ho preso, devo dire. Ma ogni tanto mi dimentico di segnare le pagine da studiare, o c’è un’interrogazione a sorpresa, o mi sorprende il premestruo o la luna piena, e allora lì, tac, mi becco un bel quattro. Come il vecchietto col binocolo. O come una testa di capra.

 

 

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Le vacanze sono finite più o meno per tutte. Come ne siano uscite? Alcune di noi bene, molte invece parecchio acciaccate. Perché è proprio in vacanza che tutti i nodi delle famiglie ricostituite vengono al pettine. Si sta insieme più del solito, i ritmi e le regole tanto faticosamente costruiti sono stravolti e, invece di riposarci, ci stanchiamo e stiamo peggio di prima. Le vacanze sono più pericolose di uno squalo-tigre, care mogliastre.

Eppure, pensavo, la colpa non è delle ex che incombono, non è dei nostri mariti che soccombono, non è dei bambini che rompono. Ognuno di loro fa il proprio mestiere. Non è neanche colpa nostra, che  facciamo quel che possiamo.

La colpa è delle famiglie ricostituite. Una cosa a cui, evidentemente, non siamo ancora pronti. Non solo: pronti-pronti non lo saremo mai, perché anche le famigliastre più evolute hanno in sé contraddizioni che non si appianeranno mai completamente. Se non tra molti decenni, quando magari (magari, eh) il concetto di famiglia sarà totalmente stravolto e ricostruito su altre basi. (O su altri pianeti. Che ne dite, colonizziamo Venere?)

Ma per ora, c’è quel che c’è.

Possiamo cercare di fare sentire la nostra voce (e il Club delle Matrigne, nel suo piccolo, anzi piccolissimo, lo sta facendo), possiamo diffondere il verbo matrigno dovunque, possiamo proporre o importare da altre nazioni leggi che ci tutelino, ma, insomma, ci vuole un sacco di tempo.

E allora? E allora l’unica cosa che possiamo fare nell’immediato è, come sempre, un lavoro su noi stesse. Cercando di ricordarci che il diavolo non è nella ex, ma nella nostra cultura.Che i bambini sono bambini e, per loro fisiologia, chiedono attenzioni. Che i nostri  uomini sono uomini, e il nostro linguaggio faranno sempre fatica a capirlo. Che, insomma, tutto questo fa parte del kit che ci hanno dato in dotazione. Sta a noi renderlo un po’ meno inefficiente. Aggiungiamo, al kit, un po’ di sano distacco, un po’ di fiducia nel futuro e negli altri, un bel po’ di ironia e un quintale di fatti nostri. Ah, e un ettolitro di NO, senza paura. Il kit sarà sempre scarsino, ma, consoliamoci, anche le famiglie “normali” non è che stiano molto meglio di noi. Come si diceva, una volta? Ecco: la famiglia è una camera a gas.

La buona notizia? Alle prossime vacanze manca un anno intero.

 

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Oggi al supermercato incontro un amico e, mentre sono in coda, chiacchiero con lui dalla coda di fianco. Il cliente davanti a me sta ancora scaricando la sua roba sul nastro trasportatore, insomma il tapis-roulant dei prodotti. La signora dietro di me, tra il lusco e il brusco, mi dà una spinta in avanti col suo culone. Mi dico: va be’, non se n’è accorta.

Intanto carico la mia roba, e continuo le chiacchiere, sostenendo a spada tratta i vantaggi della sabbietta per roditori rispetto a quella per gatti. (La sabbietta per roditori è ipoallergenica perché i roditori ci vivono sopra e quindi i produttori non possono metterci troppe schifezze altrimenti il loro target schiatta e non consuma più. Motivo per cui la uso per il mio gatto, peraltro consenziente.)

La signora dal culone, evidentemente ostile ai roditori e alle loro sabbiette, mi dice, con sgarbo e insofferenza: senta, se lei finisce di caricare la sua roba io posso appoggiare la mia.

Ora, giuro che io sono una persona educata, sensibile e civile, e che stavo caricando tutto, solo che, mentre caricavo, essendo un umano multitasking, stavo anche chiacchierando. Ma la signora non era paga, e continuava a sospirare manco mi stessi accingendo a fare una corsetta rassoda-glutei sul tapis roulant dei prodotti facendole perdere un sacco di tempo. Insomma, ho dovuto smettere di chiacchierare e caricare tutto di corsa con lei che tallonava e controllava. Unò duè, unò duè.

Poi mi è venuto un nervoso che non vi dico. Ma brutta stronza nevrotica, ho pensato, ma che cavolo mi metti fretta? Il mio caricamento coatto non è servito a niente, tanto il ritmo lo dà la cassiera, mica noialtre clienti. Non è che se le cose son tutte lì sul nastro trasportatore magicamente si prezzano e si mettono nei sacchetti e noi ce ne andiamo a casa un quarto d’ora prima del suono della campanella.

Va be’, la cosa grave è che sono ancora inviperita, un po’ per la prepotenza e l’intolleranza della signora, un po’, lo ammetto, perché assomigliava a mia madre (e qui si aprono voragini psicanalitiche), un po’, soprattutto, perché non mi è venuta una risposta brillante da darle. Avrei potuto, con classe, farla passare davanti, certo, ma questo mi è venuto in mente dopo, mentre ero già fuori dal super. Avrei potuto scuoiarla, e questo mi era venuto in mente subito, ma non sta bene e poi sono vegetariana. Avrei potuto non arrabbiarmi, ma non ce l’ho fatta. Dov’è finito il mio à-plomb?  Perché sto ancora pensando a quella signora e alla sua faccia di pupù? Perché ho pensieri omicidi nei confronti delle donnette come lei? Dove ho lasciato la compassione buddista, la mentalità aperta, la tolleranza? Boh.

Insomma, mie mogliastre, lo so che è un fuori-tema, lo so che è anche un episodio da niente, ma la morale è che non si finisce mai di imparare a stare al mondo. Mi riferisco allo spreco di neuroni e di rabbia rispetto a questa vicenda. Ma a me la piccineria dà proprio fastidio. La sua, della culona, e anche la mia. Insomma, nella scala evolutiva, siamo uomini o roditori?

Io oggi sono stata roditore, senza nessun dubbio. Squit.

 

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Finalmente arriva il giorno della partenza per le vacanze. Alle 12 in punto, come da accordi col maritastro, sarà tutto pronto.

Alle 12 meno un quarto detto maritastro si presenta dalla mogliastra con quattro  mutande in mano e, con l’aria da cocker, uggiola: me le laveresti? Occazzo, a un quarto d’ora dalla partenza, ti devo lavare le mutande? Ma non ne hai già una ventina in valigia, che oltretutto stiamo via solo una settimana? Non sapevo di essermi sposata un igienista. Perdipiù evidentemente sprovvisto di mani.

Va be’, per quieto vivere la mogliastra butta le mutande in lavatrice, mette un programma brevissimo, felice al pensiero che ne usciranno grigiastre e sporchignaccole, ed evita di litigare.

Mentre si risolve la disfida della mutanda, lui, quatto quatto, si mette a sbrinare il frigo. Ommadonnasanta, dice la mogliastra, ADESSO  ti metti a sbrinarlo? Oltretutto, amore santo, verrà ad abitare qua la gatto-sitter, che userà il frigo, quindi, uhm, che cazzo ti sbrini? Ehhhh, ma almeno una volta all’anno va fatto. Mentre il ghiaccio si scioglie, alla mogliastra Magda escono vampate di fuoco dalle narici. Meglio, così il ghiaccio si scioglie prima.

A mutanda lavata e frigo sbrinato, incredibilmente si esce di casa.

Arrivati alla macchina, la Mogliastra scopre che il suo legittimo sposo deve ancora caricare la Vespa sul carrello, perché mica si può andare una settimana al mare senza uno scooter. Oh, una settimana, eh, mica un anno. La vena sul collo le si gonfia mentre adocchia la giugulare coniugale e affila i caninastri. Poi, siccome ormai è sulla via della beatificazione, si siede sul marciapiede, faccia e gambe al sole, e inizia l’abbronzatura mentre lui smanetta con cavi e tiranti. Una bella mezz’oretta dopo – si sa che gli uomini sulle questioni tecniche son tignosi – finalmente Vespa e carrello sono sistemati, la melanina si è messa anche lei in moto e, insomma, si parte.

Vroom.

Sput.

Toh, la batteria della macchina è scarica. Be’, a quel punto la mogliastra scoppia in una risata sgangherata e si rotola per terra, perché quando è troppo le viene troppo da ridere.

Poi si riprende e gli dice: be’, ma c’è il nostro amico al bar che ha i cavetti. Lui grugnisce uhm, e parte a smadonnare in giro. Telefona all’elettrauto, telefona al 1244, telefona forse anche alla zia ottuagenaria, e dopo un’ora di tregenda torna affranto e le comunica: niente, un disastro. La mogliastra commenta: maaaa, i cavetti? Quali cavetti? I cavetti del nostro amico. Ha dei cavetti??? Eh, te l’ho detto prima. Ah, è che io non ti ascolto quando parli.

 

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