
Senti, ma cos’è esattamente un poppino?
Ecco. Prima o poi doveva chiederlo a qualcuno, ma perché proprio alla matrigna? Non poteva girare la domanda a mami e papi? Eh no, lo chiede alla matrigna proprio perché la matrigna non è né mami né papi.
Metti che ‘sto poppino è una parolaccia, se la pupa chiede lumi ai genitori rischia l’oscuramento di Disney Channel per una settimana minimo.
Alla nonna, notizie sui poppini non se ne possono chiedere, la bambina lo sa per istinto. La nonna non è un tipo da poppini.
Ecco, una poppinara potrebbe essere la zia, ma adesso è incinta e se le si chiede cos’è un poppino potrebbe scoppiare a piangere.
Su google i poppini sono introvabili. E anche sul sito della Barbie. Le amiche poi, ne sanno quanto lei e, anzi, hanno caldeggiato l’ipotesi chiedi-alla-matrigna. E allora, chiediamo alla matrigna, che è una tipa aggiornata. Se sa cos’è il nintendo, il tamagotchi e le winks, saprà anche cos’è un poppino.
Senti, ma cos’è esattamente un poppino?
E qui, proprio in questa precisa unità di tempo e di luogo, si crea un buco nero, un big bang, un pop corn di matrigna. Se la matrigna risponde, anche con linguaggio adatto, censurato e sottolineato per non udenti, poi passa alla storia come quella (che fa rima con storia) che ha insegnato alla creatura a fare i poppini. Se non risponde, anche ammesso che riesca a infilarsi nel buco nero e tornare indietro dieci anni dopo, a poppino fatto, passa alla storia come quella che non ha riposto e che chissà a quali turpi fonti di informazioni avrà esposto la pupa per colpa della sua omertà.
Che fare? Secondo me, meglio rispondere e passare alla storia con la rima relativa, che passare alla storia invecchiata di dieci anni.