Certe volte una mogliastra vede uno sgabello e sogna. Sogna di salirci su, e poi scendere perché si è dimenticata una cosa. Allora va in cucina, prende una corda bella grossa, le lega al gancio del lampadario e ne fa un cappio. Poi nota che una corda che pende dal lampadario di casa sua sta malissimo, ma alza le spalle sbuffando e pensa che è una ragione in più per salire sullo sgabello. Cosa che fa. Poi si sistema il cappio intorno al collo e, con un saltino anche aggraziato per essere una mogliastra, pluf, si butta giù. Azione che provoca prima di tutto un brutto effetto doppiomento, con la corda che spinge in su la ciccia del collo. In seconda battuta produce un forte segno sul collo che neanche con tre anni in beauty farm va via. Nel frattempo gli occhi strabuzzano, e il rimmel cola copioso disegnando una emme di mogliastra sulle guance peraltro già cianotiche. Tutto il resto del corpo intanto si irrigidisce, e questo può essere un bene per glutei e cosce, ma un male per la cervicale, che poi i massaggi lì appesa al lampadario chi glieli fa. Ultimo tocco, il piede sinistro, quello del cuore ma anche quello del diavolo, si stende in un fremito, o almeno così ci fanno vedere nei film. In effetti quando si dice tirare le cuoia, forse si intende proprio questo estremo stiramento delle estremità, un po’ cuoiose. Con ogni probabilità a questo stiramento segue la caduta della scarpa sinistra sul pavimento, un evento con implicazioni sonore che richiamano l’attenzione già pronta alla guerra dei decibel della signora del piano di sotto, che ha il numero dell’amministratore sotto una calamita del frigo a forma di P38, con silenziatore. Allora, per evitare di dover anche rispondere al telefono mentre è lì appesa al lampadario con il doppiomento, la ruga sul collo, la emme nera sulle guance blu, i glutei tonici e la cervicale a pezzi, oltre al piede scalzo col tallone cuoioso, la mogliastra si sveglia dal sogno. Accanto a lei c’è un figliastro che le fa un abbraccio, stretto stretto, peggio di un cappio. E allora forse, lo sgabello, è ora di buttarlo via.













