
Ne faccio un post appost, anche se ne abbiamo discettato più volte qua e là, perché è un argomento che causa polemiche, difficoltà, confusione e dolore su tutti i fronti, e di cui voglio ufficializzare la mia personale opinionastra da tenutaria del blog.
Allora, 12 maggio 1974: in Italia passa la legge sul divorzio. Se la matematica non è un’opinione, son passati trentasette anni. Tren-ta-set-te.
In trentasette anni uno fa in tempo a cambiare una decina di creme per i brufoli e/o una ventina di modelli di jeans, da quelli a zampa a quelli a sigaretta a quelli cargo a quelli a vita alta a vita bassa a mutanda esposta e cavallo che pascola sull’asfalto.
In trentasette anni uno fa in tempo ad abituarsi alla televisione a colori, al telecomando, poi al cellulare, poi ancora al personal computer, poi a internet. In trentasette anni uno fa in tempo ad avere almeno due figli, e a vederli crescere. In trentasette anni uno fa in tempo anche a cambiare, a vedere la sua donna che cambia, a non ritrovarsi più innamorati come prima. In trentasette anni uno fa in tempo a cambiare idea, a stufarsi, a infiammarsi di nuovo, a capire tutto, a non capire niente.
Ma com’è che, in questi famosi trentasette anni, il fatto che, in seguito al divorzio, le famiglie si ricostituiscono, nessuno riesce a capirlo né ad accettarlo?
Abbiamo accettato le truffe dei vari governi, abbiamo accettato guerre ignobili, bugie enormi, prese per il culo epiche. Ma che le famiglie abbiano preso nuove forme, no.
Bene, anzi male, malissimo. Però, se siamo noi le prime a non combattere questa sorta di opossumismo (*) sociale, non se ne esce vive, e non si costruisce nulla.
E allora, tanto per passare al lato pratico: c’è la comunione, il saggio, il rito di iniziazione al chewing gum di un figliastro? Dove c’è suo padre, ci siamo anche noi, che siamo le mogli in carica. Con tutta la delicatezza e il buongusto di cui siamo capaci, ma ci siamo.
Si verificheranno, tra tutti, momenti di imbarazzo, di disagio, anche di dolore, certo. Ma se cominciamo a tirarci indietro noi, certo non si farà avanti nessun altro, e continueremo a essere considerate quellelà, una via di mezzo tra un’amante e uno scheletro nell’armadio. (Quanto vorrei essere considerata uno scheletro, in questo periodo di invasione di ciccia sulle cosce).
Occorre adattarsi, tutti. E ringrazino che abbiamo aspettato trentasette anni, per dichiararlo.
Una seconda, o terza o quarta moglie non vale meno di una prima. Che abbia procreato o meno. Il matrimonio è un patto sociale, e che sociale sia. La società sta in piedi (più o meno) per alcune regolette sociali? Occhèi, allora rispettiamole. Ma rispettiamole tutte, mica solo quelle che non ci creano difficoltà.
Non ci si scaccola mentre si aspetta che il semaforo diventi verde? E allora si ammette anche l’ovvia presenza di una seconda (o terza o quarta) moglie a un evento sociale. Punto. Anzi, punto e virgola, perché ribadisco: altrettanto ovvie siano però la delicatezza e il buongusto necessari alla situazione, che, non socialmente, ma emotivamente, è destabilizzante.
E non mi si dica, come mi ha detto un signore l’altro giorno: sai, la comunione è la festa dei bambini (?) e quindi decidono loro chi c’è. I bambini, in quanto bambini, non possono decidere cose che nemmeno gli adulti, spesso, sono abbastanza adulti per affrontare. Ma, della serie scegliere il male minore, che decidano gli adulti, e stilino una bella lista degli invitati, pensando a quei trentasette anni che son passati da quando hanno detto sì (che poi era un no perché c’era tutto quel giro di parole sull’abrogazione etc) al divorzio.
Però, per favore, basta pippe. E lo dico, per prime, a noi. E, subito dopo, ai nostri mariti.
Che poi, in occasioni spinose e conflittuali in cui il secondo matrimonio non c’entra, succede spesso che un marito dica ai parenti-serpenti: se non inviti mia moglie non vengo nemmeno io. Ecco, e allora perché, se la moglie non è la prima, questo non succede? Per i vecchi, cari, fottuti sensi di colpa maschili, lo so. Ma, suvvia, la psicanalisi, anche quella, c’è da tanti, tanti, tanti anni, e ormai le sue teorie la leggiamo anche sulla Settimana Enigmistica o sulla Gazzetta dello Sport. E allora, dai, su, forza. Eccheccavolo.
Non siamo delle babysitter procaci da nascondere alla famiglia, mi sembra. Cioè, procaci sicuramente sì, babysitter spesso, ma da nascondere no.
Si dia inizio al linciaggio. Son qua.
(*) Dicesi opossum (e di conseguenza opossumismo), per chi fosse nuova di questo blog, quel marsupiale che, come gli uomini (maschi), in caso di minaccia si finge morto stecchito.