La Serata del Gamberetto – seconda puntata di Super Mogliastre
Articolo notturno in cui si dimostra che gli esami non finiscono mai, e che, quando una crede di aver imparato tutto, in realtà non ha imparato niente.
La serata alla festa è partita con un errore fondamentale: il turchese. A me il turchese sta ma-lis-si-mo, a meno che non sia molto abbronzata. Ma con la mia carnagione da vampira, il turchese mi rende forforescente come certe madonnine luminose che si vendono a Lourdes. Oltretutto, avessi almeno gli occhi azzurri, ma no, occhi neri, pelle cadaverica, capelli scuri, col turchese sembravo appena uscita da una cripta. E questo non aiuta il senso della socialità.
Arrivo alla festa, la festeggiata come da copione mi saluta, ma non è che possa stare con me per delle ore. Quindi, sempre come da copione, mi butto sul buffet, e poi vado fuori a fumare. Mi siedo su un gradino (io adoro sedermi sui gradini, mi fa molto hippie), e, neanche il tempo di tirare la prima boccata di fumo, una zanzara mi punge. Ma dove mi punge? Là. Ma proprio là-là. Giuro, eh, non sto inventando. Occazzo, mi dico. Farei meglio a dire un’altra cosa, ma va be’. Rientro precipitosamente nel locale, monto la faccia simpatica, e perseguito tutte le donne borsa-munite per elemosinare un after-pick, insomma quelle penne all’ammoniaca per togliere il prurito da puntura di zanzara. Finalmente un’anima pia mi presta il suo after-pick. Io la ringrazio copiosamente e mi dirigo verso il bagno per metterlo sul luogo inverecondo del delitto zanzaresco. Ma la tipa mi guarda e mi fa: embé, te ne vai via col mio after-pick? Urka, mi ha sgamata. Le farfuglio, gesticolando, che la zanzara mi ha punto sotto la maglietta. Bugia: la zanzara mi ha punto sotto le mutande, ma come faccio a dirle che il suo after-pick verrà applicato proprio là? Quindi, fingendo di grattarmi la pancia, mi precipito in bagno a smutandarmi e ammoniacarmi la zona. La camminata è alquanto frenetica e irregolare, come si può immaginare.
Dopodiché, finalmente sedata, restituisco l’after-pick alla proprietaria, affettando un candore virginale, e mi aggiro per il locale. In realtà un po’ di persone le conosco, ma siccome sono vanitosa e, pur essendo miope come una talpa non porto gli occhiali, non riconosco nessuno. Ma vengo riconosciuta da un ragazzo con vista da falco e ciuffo da punk, figlio di una mia amica, e mi metto a chiacchierare con lui. Anzi, essendo anche figliastro, già che ci sono lo recluto come ospite speciale per gli Aperitivi delle Matrigne. Mi accorgo anche che ha lo smalto blu su un’unghia, ma va be’. Del resto, io col mio turchese che mi rende vampira devo solo stare zitta.
Congedato il punkastro, attraverso la sala e vengo arpionata dal cantante. Mi divincolo come un’anguilla, anzi come un capitone perché porto la 44, e mi avvento sul cous cous. Cous cous senza niente, perché sono vegetariana. Ma mentre divoro nervosamente gli scipiti granellini etnici, vengo riconosciuta da un’amica che abita a due passi da casa mia, e che deve andarsene di lì a pochi minuti perché la mattina dopo si deve alzare alle cinque. Ohibò, anch’io mi devo alzare prestissimo (seconda bugia della serata). Così, facciamo il giro dei saluti, in cui, stringendo mani e sbaciucchiando visi, mi rendo conto di conoscere in realtà un sacco di persone, ma mi faccio comunque teletrasportare a casa mia. Anche perché l’after-pick non è che abbia risolto proprio del tutto il problema.
Appena rientrata mi strappo di dosso la mise turchese, la guardo con odio, e, da brava vampira, mordo maglietta e sandali alla giugulare prima di buttarli nell’armadio delle cose che non metto più.
Gamberetti? No, non ce n’erano, c’era solo il pollo da mettere nel cous cous, ma una coscia di pollo nel naso non avrebbe avuto la stessa classe di un gamberetto.
Rossella Calabrò








