Donna Moderna

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Il marito usato

Si parla di: Allarme Ex, uomini

Usato

Nessuno ha mai pagato un’auto usata più di una appena uscita dalla fabbrica. Non c’è anima viva che abbia speso più per un abito di seconda mano che per uno nuovo. Nemmeno il più sprovveduto dei consumatori spenderebbe un centesimo in più per, chessò, una roulotte dell’ottantatré.

Che si chiami usato, o vintage, o second hand, è tutta roba che costa meno. Eppure. 

Eppure, un marito usato, o vintage, o second hand, si paga a caro prezzo. Molto più caro che uno nuovo.

Il marito usato ha gli stessi  pregi e difetti di un marito nuovo. Ma, in più, è consumato. Non si trovano facilmente i pezzi di ricambio, come per esempio l’entusiasmo del primo matrimonio. E consuma un sacco di olio, perché gli ingranaggi della famiglia allargata vanno lubrificati in continuazione.

Il marito usato non può darci tutta l’attenzione che vorremmo, perché ne deve dare a una caterva di personaggi: dalla progenie, fino a chi, la progenie, l’ha partorita. E questa mancanza di attenzione ci costa cara.

Il marito usato ci fa passare ogni anno un natale da incubo, saltando da una casa all’altra, da un nucleo familiare all’altro, mettendo insieme personaggi che stanno insieme peggio che Babbo Natale e Santa Klaus. Altro supplemento di prezzo.

Il marito usato un weekend sì e uno no ha con sé i figli. Se ci piacciono, il costo è solo un po’ di babysitteraggio volontario. Se non ci piacciono, o se noi non piacciamo a loro, il costo emotivo equivale a finanziare una spedizione  della NASA.

Ma, soprattutto, il marito usato è usato e basta. Il problema, con l’usato, è che non hai lo scontrino. Se lo riporti indietro, mica ti rimborsano.

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Il criceto inquieto.

Si parla di: figliastri

criceto inquieto 

Me ne stavo tranquillo e faceto come un criceto a fare jogging sulla mia ruota, quando mi sono sentito tirare in causa.

“Eh? Cosa c’è? E’ pronto? E’ ora di uscire? Pulizia della gabbietta?  Mica ci sarà il veterinario? Insomma, cosa volete da me? Non sarà per quel morsettino con cui vi ho passato da parte a parte un dito? Esagerati. Non lo sapete che il perdono è la base del cristianesimo? E voi siete cristiani, no? Ah già, siete divorziati e risposati. Uhm. Va be’, dicevate?”

Loro non dicevano niente e allora, zampe in spalla, mi sono rimesso  a correre sul mio tapis-roulant.  Ma un tarlo, che per noi criceti è grosso come un dobermann dei vostri, mi rodeva la mente. Cosa volevano dirmi?

“Yuhuuu, proprietari, sputate il rospo, dai, cosa c’è? “

Provo coi piccoli, che c’è meno gap culturale. “Bambini, è per quella volta che mi sono infilato nel golf della mamma e lei ha squittito di orrore?

Ah già, lei non è la vostra mamma, lei è la moglie del papà. Uhm. Oh, ma siete ben incasinati voialtri, eh? Che poi, a ben guardare, e dalla mia gabbietta ci vedo benissimo, anche voi non siete un granché fratelli, perché avete due mamme diverse. Siete fratellastri. E siete figliastri di quella che squittisce. Che sarebbe la terza moglie del papi. Che tipetto, eh, il papi.

Meno male che almeno, di nonne, ce ne sono solo due. No, eh? Ci sono anche le nonnastre? Be’, ragazzi, io non tengo più il conto dei vostri parenti.

Basta, me ne torno sulla ruota a contare le calorie che consumo.”

Però, gira e rigira, c’era sempre il tarlo che tarlava. E allora: “Maa, cos’è quella cosa che volevate dirmi?

Una criceta? Una criceta gnocca tutta per me? Una criceta gnocca tutta per me, due cuori e una gabbietta?

Ah, con dei cricetini al seguito.

Però, scusate, io manco la conosco questa, da dove sono spuntati ‘sti cricetini?  Ah, ma allora è un vizio di famiglia! E i cricetastri cosa fanno, vengono qui in gabbietta una volta alla settimana e un weekend sì e uno no?  E il papà vero, dov’è? Sta con un’altra criceta?  E a Natale, cosa facciamo, gabbiette unite o separate?”

Ragazzi, sarò solo un criceto, ma sono molto, molto inquieto.

 

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Ho fatto la frittata.

Si parla di: libri, uova di matrigna

Frittata

Non è elegante recensire un libro se, quel libro, lo si è anche scritto.

Ma siccome mi risulta che Uova di Matrigna sia, fin’ora, l’unico libro in Italia che parla della famiglia allargata dal punto di vista emotivo delle matrigne, be’, faccio la frittata e lo recensisco lo stesso.

Uova di Matrigna (sottotitolo: Storie di cavoli amari e uova strapazzate) è nato da un’e-mail a un’amica. Le stavo raccontando l’ennesima nefandezza che mi ero trovata a subire nel mio ruolo di matrigna. L’e- mail, rileggendola, era proprio divertente. Allora ho pensato che avrei potuto scriverne tante, non più solo a lei ma a tutte le altre matrigne,  per farle sentire meno sole e per condividere tutte insieme la stessa, difficile esperienza. Così, di capitolo in capitolo, ho cucinato Uova di Matrigna. Un librettino agrodolce con i tempi di un fast food, da leggere in mezz’ora. Che però, in quella mezz’ora, racconta di tutti i pensieri più miserabili e meschini, di tutte le paure, le insicurezze  e le gelosie  di chi sta rosolando al fuoco lento di una famiglia allargata. Il tutto condito da molta ironia, un filo di sano cinismo, e marinato in molto amore.

Insomma, se vi capita di assaggiarlo,  ditemi se vi è piaciuto.

 

Uova di Matrigna

Storie di cavoli amari e uova strapazzate

di Orsella Nehman

ExCogita Editore

www.excogitabookshop.it

 

 

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Smamma.

Si parla di: matrigna

smamma.

M’ama o non m’ama? Mamma o non mamma? 

Smamma, matrigna. Scappa, fuggi, molla il colpo, espatria, sparisci, vola lontano. Vola dove osano le aquile, quelle che ci vedono come falchi e, il pericolo del nido allargato, lo sgamano subito. 

Anzi, no. 

Prendi gabbietta, osso di seppia e olio di gomito, e datti da fare.

Perché ce la si può fare. Non c’è bisogno di smammare.

Insomma, per sopravvivere, una matrigna ha bisogno di tempo. Bello o brutto, ma tanto. Tempo per capire e farsi capire, tempo per stabilire delle regole e poi magari, proprio col tempo, annullarle.Tempo per sfogarsi con le amiche, tempo per stufarsi di sfogarsi. Tempo per la rabbia, la paura, l’insicurezza. Tempo per provare tutto, e trasformarlo in niente.

Perché, se una matrigna ha pazienza, non smamma. Svalvola, smania, smadonna, forse sviene, ma non va.

E siccome una matrigna non è una mamma, ma una s-mamma, con la sua s- estrattiva, che estrae dal ruolo, allora via il dente via il dolore. Non lasciamoci spaventare da un’estrazione.

 

 

 

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nomen-omen-ok.jpg

 In Italiano si dice matrigna. E già non è un bel nome, con quel finale in –igna, che fa anche rima con gramigna.

I francesi, popolo galante, dicono belle-mère. Ma se cercate belle-mère  su e-bay, trovate un sacco di matrigne in svendita. (Navigare per credere).

Gli spagnoli, cugini lessicali  degli italiani, se la sbrigano anche loro con un brusco madrastra.

In inglese, invece, si dice più pragmaticamente step-mother. E se step, gradino, stesse a significare il gradino più basso, quello che sta giù giù in fondo alla scala evolutiva?

Step però vuol dire anche passo. Ma a un passo da cosa? A un passo dall’essere accettate, ma poi ci dicono: eh no, fai un passo indietro e vai in prigione senza tirare i dadi per tre giri? Però, a Monopoli, almeno il segnaposto a papera o a candelina ce lo possiamo scegliere noi.

Insomma, mogliastre o matrigne di questo blog, ci troviamo un altro nome che non dico ci gratifichi, ma che almeno non ci stronchi in partenza? 

Perché non vale che nomen omen, e amen.

 

 

 

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Il fidanzato farcito.

Si parla di: figliastri, matrigna, uomini

il-fidanzato-farcito-p.jpg 

Ti innamori di uno. Ma non è uno. Ha una ricca farcitura, il tuo bel bignè appena assaggiato .

Vai a casa sua una sera, sbagli weekend e ti trovi nel bel mezzo del turno paterno. Pensi con rimpianto alle autoreggenti  che ti strozzano  inutilmente  le cosce, e ti metti a disegnare mostriciattoli  insieme alle creature dal DNA alieno.

Nel frattempo, il telefono di casa squilla in continuazione  e lui, il bignè farcito, si ingobbisce tutto sulla cornetta, la avviluppa di canditi e sensi di colpa, e poi annuncia, e certo non a te: taaanti baci dalla mamma. I bambini dicono: dille di venire quaaaa, tu ti sfili le autoreggenti e le usi per impiccarti, e poi si è fatto tardi e te ne vai, con quel po’ di rigor mortis che ti impedisce una camminata più fluida.

 Se, nonostante tutto questo, resisti e perseveri, hai grandi possibilità di diventare una mogliastra. E questo è il tuo blog.

 

 

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Uovo Alien     Interno, giorno. Siamo in un ristorante. Al tavolo, quattro persone. Un padre biondo, due figlie bionde, una donna mora.Perché non diciamo: una madre mora, già che abbiamo usato termini parentali come padre e figlie? Perché, come spiegherebbero le figlie bionde, lei è la tipa del papi.E la tipa del papi è una commensale assolutamente terrorizzata, al primo incontro ravvicinato con le bimbe del papi.Zoom sulle mani della donna. Tentano di strozzare un tovagliolo torcendolo al ritmo delle sue budella. La donna si sente, ed è, un’aliena.Primo piano sui suoi occhi, si intuisce il suo pensiero: cosa c’entra lei con loro? E loro, la accetteranno?Carrellata sui volti dei biondi. Papi corteggia le figlie per far capire che la tipa non le spodesterà mai. Le figlie scansionano, ad alta definizione, orecchini-makeup-pushup dell’aliena.Alien si torce i capelli simulando anelli di fidanzamento intorno alle dita sudate. Poi osserva le ragazzine, una è Sigourney, l’altra è Weaver, e sono pronte per darle la caccia.La musica, con bassi in primo piano e ritmo che imita un cuore che pulsa forsennatamente, sottolinea lo stato d’animo dell’aliena. Ta tùm, ta tùm, ta tùm. Un tuffo al cuore e uno nel sorbetto, e il pranzo finisce.La macchina da presa segue i quattro che escono dal ristorante. Alien prende a braccetto la sua coda squamosa e mestamente si accompagna da sé, mentre papi e progenie, intrecciati come un cestino di vimini, la precedono.Vieni a casa nostra? chiede cortese il cestino. Alien pensa che veramente sarebbe anche casa sua, soffoca un ruggito siderale e, col passo barcollante da mostro meccanico e anche da tacchi a spillo, accetta l’invito a casa sua.Stacco. Alien si è rifugiata in bagno, e digita galassie di sms alle amiche. Ce la farò? chiede attraverso l’etere. Ce la farai, rispondono dalla rete. Il bello dello spettacolo deve ancora cominciare.Dissolvenza su nero. Al prossimo post, mogliastre.

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beauty    In maggio sono andata a Parigi, per conoscere la fondatrice del Club des Marâtres che, per chi usasse francesismi solo per smadonnare, significa il Club delle Matrigne. Sono arrivata a Malpensa con, come unico documento, la patente, manco dovessi guidare io l’aereo, e con un beauty pieno di flaconi in netto sovrappeso rispetto ai famigerati 100 ml. Per la patente, sono stata sgridata molto. Del beauty, è sopravvissuto solo un burrocacao. Ma ne valeva la pena. Dalle ceneri di seducenti creme per il corpo e sedicenti creme anticellulite, è nato il Club delle Matrigne italiano. Di cui poi vi racconterò. Intanto vi tengo un po’ sulla corda, che non mi è ancora passata la rabbia per il beauty. Insomma, dopo varie peripezie, finalmente sono approdata in Boulevard Voltaire, al Club des Marâtres. Lì ogni primo sabato del mese, al caffé l’Ecole des Parents, le matrigne, o mogliastre per dirla con questo blog, si incontrano e si raccontano. Che belle, queste donne. Di tutte le razze, di tutti i colori e di tutte le età. Ognuna con i propri problemi di relazione con la famiglia allargata, qualcuna anche con i propri successi. Successi, sì, perché, alla fine, con molta pazienza e molto amore, ce la si fa. Lo dice anche Isabel Allende nel suo libro La Somma dei Giorni: perché una matrigna si senta finalmente serena, ci vogliono otto anni. Io lo confermo in pieno, trovandomi proprio all’ottavo di questi faticosissimi anni. La fondatrice del club parigino, Marie-Luce Iovane-Chesneau, è una donna, e matrigna, davvero piacevole. Diretta, ironica, intelligente. Insomma, due giorni dopo, appena tornata a Milano, ho fatto il gemellaggio con il club parigino, fondando il Club delle Matrigne italiano, sul web e a Milano.(www.clubdellamatrigne.it)Tra sito, incontri con le matrigne e idee varie, non ho ancora trovato il tempo per riempire il beauty. Vado a farlo ora, e del Club vi racconto dopo. Al prossimo post, mogliastre.

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torsolo.jpgMogliastre di tutto il mondo, unitevi.Sì, ma, intanto, cos’è una mogliastra? E’ una che, come me, ha trovato un marito usato, di seconda mano –nel mio caso di terza- ma con ricca dotazione di prole altrui. Insomma, è una che, pur essendo moglie a tutti gli effetti, si sente mogliastra. Perché non è la prima, perché c’è sempre una foto dell’altra sul comò, perché non è la madre dei suoi figli, perché insomma è arrivata dopo, diciamo a cose fatte.Questo blog si rivolge proprio alle mogliastre, ma in fondo anche alle fidanzastre, a tutte le donne che si sentono un po’ le Cenerentole della famiglia allargata. Quelle che, pensando di arrivare con una cassetta piena di mele avvelenate, si sono accorte che in realtà a loro, della mela, tocca il torsolo.Ma, per non avvelenarsi la vita, né avvelenare quella di mariti e figliastri, ci sono dei sistemi. E non sto parlando di noleggiare un kalashnikov o di ingaggiare un killer professionista alla Bruce Willis (che poi vien comodo per svoltare cena e dopocena). Parlo di sistemi leciti, primo tra tutti, l’ironia. Perché, come si diceva nel sessantotto, una risata vi seppellirà.Al prossimo post, mogliastre.

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