Nel 2007 ho scritto il mio primo libro, Uova di Matrigna. Un pamphlet ironico, ma a tratti cattivello, sulla vita di una mogliastra. Una delle mie due figliastre, a cui l’avevo fatto leggere ancora prima di pubblicarlo, non l’aveva gradito un granché. (Cosa che mi ha confessato mesi e mesi dopo, ma l’avevo capito benissimo dalla faccia).
Ora, a distanza di tre anni e passa, colpo di scena: la stessa figliastra ha scelto un brano di Uova di Matrigna per un esercizio al suo corso di teatro. Lo sta imparando a memoria, (a memoria, sì) mentre io gongolo come un tacchino o come uno dei sette nani, per poi recitarlo, come monologo, davanti ai suoi compagni di corso.
Mi ha detto che, ora che è più grande, ha capito tutte le paturnie, i disagi, i pianti e le gelosie di cui raccontavo nel libro. Ora, ha aggiunto, come donna ti capisco un po’ di più. Prima ero troppo figlia per capirti. Alleluja, già che siamo in periodo pre-natalizio.
Ovviamente la cosa mi ha fatto un piacere immenso, e mi dà un filo di speranza sulla possibilità che noi mogliastre riusciamo a comunicare anche con chi, mogliastra, non lo è. Certo, se non si guadagnano i gradi sul campo, non si riuscirà mai a provare fino in fondo la serie di orrori che proviamo noi, però, insomma, come si dice, uno su mille ce la fa.
E poi, volete mettere, la soddisfazione di sentirla recitare per tutta la casa le mie parolastre crudelastre?
(Dipinto di Magritte)