Un aspirapolvere – tratto dal libro Di matrigna ce n’è una sola
Mie mogliastre, un po’ per chi non l’ha ancora letto, un po’ per non lasciarvi senza post nuovi (o seminuovi) mentre sono blindata per un lavoro, eccovi un brano tratto dal libro “Di matrigna ce n’è una sola” edito da Sonzogno.
Un aspirapolvere
La prima volta che sei nata, è stato il giorno in cui ti ho preso per i piedi e ti ho fatto giocare a fare l’aspirapolvere per tutta la casa del tuo papà. In effetti, anche i bambini, quando nascono, vengono presi per i piedi e tenuti a testa in giù. Il nostro parto, però, è stato un po’ più tecnologico.
Vroooom, ti ho portato dietro i divani, vicino alle porte, persino sotto le sedie.
Sulla caviglia avevi un interruttore che regolava la potenza del motore, e poi ogni tanto, quando ci allontanavamo troppo dal muro, la spina si staccava dalla presa e tu smettevi di fare vroooom, suscitando in me uno stupore da colf e da pagliaccio.
Non so perché l’ho fatto, quel giorno in cui sei nata. Avevi quattro anni e io quaranta. Eppure, invece di dirti ciao, mi è venuta subito voglia di giocare con te.
Mentre tu aspirapolveravi, io con un occhio controllavo che non ti facessi male, mentre con l’altro controllavo tuo papà per scoprire se per caso disapprovasse il nostro gioco. Ho visto che rideva, e abbiamo continuato a ridere anche noi.
Ne sei uscita con il pigiama lurido e i capelli a scarabocchio, ma si sa, al momento della nascita non si è mai perfettamente in ordine.
Poi, a un certo punto, quella sera, il tuo papà ti ha messo a letto. E io, lo confesso, ti ho salutato e ho fatto finta di andarmene a casa mia, perché era ancora presto, forse, per dirti che sarei diventata la tua matrigna.
Invece sono rimasta a dormire col tuo papà, che era anche il mio fidanzato.
Solo che poi è successa una cosa, proprio nel bel mezzo di un’altra cosa da fidanzati: tu, nella tua cameretta, ti sei messa a piangere fortissimo, ti facevano male le orecchie. Piangevi proprio tanto, sai, mia piccola husky con gli occhi lucidi, e si capiva benissimo – lo capivo benissimo persino io che ero abituata a sentir piangere solo cani e gatti – che non era un capriccio.
Solo che io, ufficialmente, ero andata a casa mia.
Quindi, indovina? mi sono nascosta nell’armadio, mentre tuo papà ti dava le gocce per l’otite, che io pensavo fossero per le otarie.
Non puoi immaginare come mi sia sentita, quella sera.
Non avevo fatto niente di male per nascondermi nell’armadio, non ero una ladra, e neanche un’amante, visto che papi era single. Mi ci ero nascosta per non tradire la tua fiducia: ti avevo detto che sarei tornata a casa mia e non volevo che tu mi trovassi ancora lì, rivelandomi una bugiarda. Ma mentre ti disperavi, mia aspirapolverina, avrei voluto venire lì a darti una controllatina ai circuiti, a cambiarti il sacchetto raccogli-polvere, a spegnere l’interruttore del dolore alle orecchie.
E mentre piangevi, mia implume pre-figliastra, veniva da piangere anche a me, che oltretutto ero anche mezza nuda.
Piangere vestiti è molto meglio che piangere nudi, sai?
Poi il male alle orecchie, quella sera, ti è passato. Ma io, a casa mia, ci sono andata veramente. Con le orecchie basse come se facessero male anche a me.
Ripensandoci ora che sono passati tanti anni, non sarebbe stato necessario fare tutta quella pantomima dell’armadio, perché scommetto che a te, in quel momento, avrebbe solo fatto piacere avere accanto, oltre al papà, anche la tipa dell’aspirapolvere.
Noi adulti facciamo un sacco di cose strane per non ferirvi, mentre tante volte la verità, spiegata in modo che possiate capirla, è la scelta migliore.
Ma, soprattutto quando si è impantanati nella ricostituzione di una famiglia, cosa a cui, qui in Italia, siamo ancora poco abituati, anche la più piccola cosa appare gigantesca. Entrano in campo le eredità della cultura cattolica, il senso di colpa, la paura del peccato, la sacralità della famiglia e l’indissolubilità del matrimonio, cose ormai un tantino desuete per molti italiani. Desuete significa che non si usano più, come i pantaloni a zampa, mia husky dalle zampette trendy.
La semplicità, invece, è la ricetta migliore. Insieme alla sensibilità, e soprattutto alla capacità degli adulti di ricordarsi come erano da piccoli. Che poi non è altro che empatia, il modo più diretto e naturale di comunicare, provando le stesse cose che prova l’altra persona, comprendendole non per via verbale, ma assimilandole da pancia a pancia. Ciaf ciaf.





