Quando sei piccolo dai per scontate un sacco di cose, cioè credi che tutto quello che fanno i grandi sia giusto e motivato, sempre.
Soprattutto a scuola.
Poi arriva un giorno, quando sei adulto, in cui ad un tratto ti ricordi di questo o quell’altro episodio e mentre lo racconti ti si palesa con esso tutta la sua assurdità.
A me è capitato qualche giorno fa, con la storia del gioco del silenzio.
Alle elementari, spesso le insegnanti quando mancava mezz’ora alla fine delle lezioni (mezz’ora! cioè, in mezz’ora se vuoi spieghi a cosa serve e come funziona una centrale idroelettrica, o cos’è il fuso orario, o perchè no, il motivo per cui i salmoni risalgono i fiumi per deporre le loro uova)… beh, morale, ci facevano fare il gioco del silenzio. Consisteva nel rimanere tutti belli seduti, braccia conserte sul banco, testa appoggiata sulle braccia e tutti zitti. Chi apriva bocca veniva eliminato dal gioco, il che di per sè non era una grande perdita data la nullità della cosa, ma il fatto umiliante era che il suo nome veniva scritto a gran caratteri cubitali alla lavagna a titolo di insulto, come dire ‘il somaro, di cui scriviamo nome e cognome, non sa stare alle regole‘. E poi quel nome rimaneva lì, in bella vista fino al mattino successivo, per rinfrescare la memoria a tutti coloro i quali avevano magari anche già rimosso il super-gioco e il suo illuminante scopo…






Una mamma che sta a casa e si occupa dei propri figli a tempo pieno segue in genere una dieta piuttosto particolare. Una mamma che non lavora e non frequenta adulti durante i pasti, mangia cose che voi umani non potete nemmeno immaginare.
Ieri sera ho letto a mia figlia di quattro anni una fiaba. Una di quelle fiabe in cui la principessa abbandonata per un motivo o per l’altro dalla mamma, supera le difficoltà procuratele dalla matrigna invidiosa e riesce ad accapparrarsi il tanto conteso Principe.
Quello che fu il telefono cordless per noi adolescenti, ora è il PC portatile per noi mamme.
“Mamma, oggi a scuola non è andata bene“, ha esordito ieri sera durante la cena Public Enemy, la mia primogenita di quattro anni e mezzo, posandosi una manina sul pigiamino all’altezza del petto.