“Mamma, quanti anni bisogna avere per avere un figlio?”
“Beh, tesoro, meglio averne tanti. Meglio essere almeno maggiorenni, perchè sai…”
“E come si fa a fare una chitarra?”
“Beh, ci vogliono tanti materiali. Ci vuole il legno giusto, ci vuole…”
“Ti piace il mio ippopotamo mamma?”
“Bellissimo, tesoro. L’hai dipinto proprio bene”.
“E come si dice in inglese farfalla?”
“Si dice Butterfly“.
“àtteflai. Bene. E la zucca? La zucca è un animale?”
“No, Public Enemy. La zucca non è un animale. La zucca è…”
“E come si dice in tedesco Prezzemolo?”
“Si dice Petersilie“.
“E come fa Babbo Natale a entrare in casa nostra se non abbiamo il camino?”
“Eh beh, entrerà dalla porta. Poi sai, lui è…”
“E mamma, la spazzatura una volta messa sul camion che passa al mattino, dove la portano? cosa ne fanno?”
“La portano all’inceneritore, che è un posto dove…”
“E mamma, come si dice in francese acchiappiàmola?”
Ecco. Se qualcuno si vuole accomodare, io abdico volentieri. Non si vince il milione di Gerry Scotti, non si diventa famosi, nè ci si sente migliori degli altri a fine seduta.
Ma sottoporsi a un pomeriggio di acquerelli al tavolo della cucina con mia figlia può sicuramente far riflettere sulla propria condizione cultural-neurologica.
E voi? Venite mai assillate dalle migliaia di domande dei vostri figli?
(Foto di lindaaslund)








