La vita scolastica di mia figlia Public Enemy è avvolta da un alone di mistero a dir poco impenetrabile. Una fitta coltre di nebbia nella quale io brancolo da mesi, senza un risultato soddisfacente.
Premetto che mia figlia frequenta una scuola dell’Infanzia che al primo approccio mi aveva un po’ frastornata (classi suddivise in gialli, rossi, lilla e verdi, a loro volta ripartiti in scoiattoli, leprotti, bruchi, coccinelle, al punto che non capivo più la natura di mia figlia: scoiattolo giallo o bruco lilla?) ma che tutto sommato mi sembra funzionare.
Il fatto è, che ciò che succede all’interno di quell’edificio quando mia figlia è lì, non mi è dato sapere.
Lei per prima non racconta, o se racconta sono in genere storie che sono evidente frutto della fantasia, del tipo che hanno preso un razzo e sono andati sulla luna ad assaggiare il formaggio, oppure che hanno visto Topolino e Pippo in giardino. Roba che neanche se mangi il Peyote sugli altipiani del Messico.
In secondo luogo, le maestre. Ai tempi dell’asilo nido, arrivavi la mattina e ti dicevano cosa avrebbero fatto, con chi e con quali materiali. Poi all’uscita ti dicevano se aveva mangiato, e quanto; ti dicevano se aveva fatto pipì o popò, se nel vasino o nel pannolino; se aveva parlato, se aveva pianto e perchè, ti dicevano “Oggi ha parlato per la prima volta del fratellino”, oppure “Oggi ha chiesto dell’altro puré”.
Qui invece non si sa nulla. Tu arrivi la mattina e fai fatica a vedere se c’è la maestra, che in genere sta sempre provando la febbre a qualcuno. Ti saluta, poi si gira e tu esci dal suo campo visivo-percettivo-insomma-sensoriale. Poi alle quattro, ancora peggio. Tutti arrivano, acchiappano il bambino e se ne vanno. Io invece chiedo sempre se ha mangiato, se ha dormito, come è andata. La maestra mi guarda ogni giorno colla smorfia tipica di noi italiani quando vogliamo dire ‘Boh!’ E poi aggiunge ”Sissì, bene, perchè?”
Si dà comunque il caso che mia figlia non abbia mai raccontato cosa facciano, non abbia mai parlato delle maestre o dei bambini e dei loro giochi. Ogni tanto, ecco, tira fuori una canzoncina nuova.
Arriva a casa con una fame da lupo (lei che non ha mai voluto la merenda in vita sua), si ingoia dieci biscotti con due tazze di latte per merenda, e a cena sembra un velociraptor – quello che in Jurassic Park si divorava una capra in dieci secondi. Mah.
Arriva con graffi, morsi, lividi sulle gambe e sulla schiena, un po’ alla Lara Croft, ma non sa proprio dire come se li sia procurati. “E’ stato un giaguaro”, mi ha detto l’ultima volta che l’ho interpellata.
Ma a me non è dato sapere. Eppure vedo che le altre mamme convivono benissimo con il fatto che questa ’finestra’ sulla giornata dei propri figli rimanga chiusa.
Forse mi devo abituare all’idea che i miei figli abbiano una loro vita, separata dalla mia.
E voi? vi ci siete abituate facilmente a quest’idea?
(Foto di wohack)