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  • giovedì, 11 marzo 2010

    Una storia profumata

    di Miti', pubblicato il 14 Gennaio 2009
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    Come nacque l’Acqua di Colonia 

    Nel 1666 nacque a Crana, in Valle Vigezzo, Giovanni Paolo Feminis il quale, ancora ragazzino, emigrò in Germania per far fortuna come commerciante.

    Giunto a Colonia aprì una distilleria-erboristeria specializzata nella vendita dei profumi, soprattutto dell’ “Aqua mirabilis“, un’acqua profumata medicamentosa a base d’alcol e basata su un’antichissima ricetta conventuale, creata cioé nei conventi da frati erboristi, di cui il Fermis era venuto in possesso.

    Una trentina d’ anni dopo un suo cugino, Giovanni Maria Farina, sempre vigezzino , partì dal paese natio Santa Maria Maggiore per recarsi pure lui a Colonia per dirigere di una ditta di spedizioni; giunto lì si occupò anche della ditta del Feminis, lanciando l’Acqua mirabilis col marchio di “Eau admirabile de Cologne“, rilevando l’antica casa produttrice e fondando la  “Johann Maria Farina Gegenuber dem Julichs - Plaz“.
     

    Nel 1806 infine, un altro Giovanni Maria Farina, nipote del primo, stavolta partì da Colonia per trasferirsi a Parigi: qui, con una sua nuova società, divulgò alla grande il profumo, chiamandolo “Eau de Cologne Jean Marie Farina“.

    Da allora, grazie alle bottigliette dalla forma decisamente “napoleonica” e chiuse da un minuscolo tappo  (le stesse tutt’ora in commercio) e contrassegnate dal numero 4711 (numero civico del negozio storico sito in Glockengasse, Colonia)  l’Acqua di Colonia divenne l’odore ufficiale di cortigiani e sovrani di tutta Europa e fondendosi in seguito alla celeberrima casa Roger et Gallet, che sancì per sempre l’enorme fortuna del prodotto.

    Dalle sue origini al periodo napoleonico, l’Acqua di Colonia ebbe molto successo perché considerata un medicinale portentoso, capace di curare e preservare da ogni malattia, peste compresa.

    In realtà, essendo a base d’alcol, le sue qualità potevano essere solo quelle di disinfettante della pelle; si trattava di periodi storici in cui l’igiene personale era considerata più o meno un optional, e quindi l’aqua mirabilis faceva in fondo le veci dell’acqua normale.

    Nel 1810 però Napoleone Bonaparte, visto l’immensa diffusione che prodotto e la diffusa falsa credenza che si trattasse di una panacea, emanò un severo decreto imperiale in cui si proibiva di pubblicizzarla come farmaco , a meno che i produttori non ne rendessero pubblica la formula.

    E visto che già allora erano già in moltissimi quelli che, ovunque in Europa, si erano messi a fabbricare decine di ”vere e originali” acque di Colonia, piuttosto che svelare formule del tutto diverse si preferì da allora evitare di citarne le terapeutiche virtù.

    In realtà quasi tutte le acque di colonia classiche tutt’ora esistenti sono costituite prevalentemente da essenze di agrumi (bergamotto, limone, arancio dolce e amaro), unite a varie altre erbe aromatiche quali rosmarino, timo, lavanda, citronella e melissa.

    Ma della prima, originale ricetta, quella scritta sull’antica pergamena conventuale usata dall’emigrante vigezzino Fermis, purtroppo non se ne è mai più trovata traccia.

    © Mitì Vigliero

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    Perché il Romanzo Giallo si chiama Giallo

    di Miti', pubblicato il 10 Gennaio 2009
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    Primo giallo Mondadori
    (Il primo giallo pubblicato da Mondadori)  

    Storia, origine e struttura di un classico narrativo

    Il primo testo di narrativa “gialla” della storia riconosciuto ufficialmente risale al 1841 ed è “I delitti della Rue Morgue” di Edgar Allan Poe; per la prima volta un delitto, l’analisi della vicenda e la deduzione per scoprire il colpevole prendono il posto del sentimento e della trama storica.

    Erano gli anni del Positivismo, che induceva allo studio della società umana tramite strumenti scientifici; la nascita delle grandi città portò inevitabilmente allo sviluppo di una nuova e particolare forma di criminalità, quella urbana: infatti fu proprio allora che nacque la scienza dell’ Antropologia Criminale.

    Il termine “giallo” attribuito ai romanzi che trattassero argomenti polizieschi e delinquenziali nacque in Italia nel 1929: fu l’editore Arnoldo Mondadori a lanciare sul mercato una nuova collana, molto popolare, che si poteva acquistare non solo in libreria ma anche in edicola: per distinguerla dagli altri libri, fu caratterizzata proprio da una copertina color giallo vivo.

    Il Giallo doveva e deve seguire una struttura semplice ma scandita da norme classiche: da leggere assolutamente, a questo proposito, le 20 Regole scritte da S.S. Van Dine (1888 - 1939), proprio l’autore del primo giallo Mondadori.

    La base della narrazione è elementare ma rigorosa: ci deve essere un delitto, poi un’indagine e infine una soluzione.

    Ciò lo distingue da altri generi simili di narrativa come il “romanzo criminale” in cui l’eroe non è un detective più o meno professionista (Maigret o Miss Marple) ma un delinquente (Lupin o Fantomas), o il “thriller” (letteralmente “che dà i brividi”) in cui i protagonisti, buoni e cattivi, sono ugualmente protagonisti e le loro avventure spesso truculente tengono il lettore col fiato sospeso in un’atmosfera più orrorifica che scientifica (basti pensare ai romanzi della Cornwell o all’inquietante Hannibal).

    Nel Giallo il delitto è la causa scatenante della storia; un omicidio improvviso che solitamente spezza una situazione di placida tranquillità: mai gratuito ma sempre spiegabile da un movente, è spesso il primo di altri; però pure quelli sono tutti correlati e “logici” (eliminazione di testimoni o complici, ecc).

    Il “luogo” è solitamente preciso e ristretto: una camera chiusa, uno scompartimento di un treno, una cabina di nave, una villa isolata (le ambientazioni predilette da Agatha Christie).

    L’ “alibi” e il “movente” sono di legge fondamentali, lucidi e credibili, mai basati solo su crisi improvvise di follia o inspiegabili attacchi di ferine crudeltà.

    Il colpevole deve rigorosamente essere la persona meno sospettabile, la più tranquilla, mite e apparentemente innocua.

    Infine l’ “indagine“, che è la parte centrale di tutta la storia, completamente incentrata sulla figura e il carattere dell’investigatore.

    Si va dal metodo tranquillamente deduttivo di Holmes (”Elementare, Watson“) e Poirot (che usava le sue celeberrime “celluline grigie“), a quello immobile di Nero Wolfe (che risolveva i casi facendo galoppare il suo assistente Archie Goodwin mentre lui se ne stava sparapanzato sulla poltrona dietro la scrivania o barricato nella serra di orchidee), a quello attivo e rischioso di Marlowe, a quello più induttivo di Montalbano, Derrik o Colombo.

    © Mitì Vigliero

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    Guerra agli avanzi

    di Miti', pubblicato il 2 Gennaio 2009
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    In questi giorni festaioli e consumistici, mentre magari gettiamo via avanzi di pranzi, buffet e cenoni, potremmo espiare pensando - e magari ispirandoci- a quei tempi in cui sprecare il cibo era sacrilegio, degno di punizione divina: “Se butti via il pane fai piangere Gesù, e quando morirai andrai all’Inferno ove sarai costretto a raccogliere le briciole con le ciglia!” era la frase minacciosa che Mamme e Nonne di allora ripetevano a figli e nipoti.

    Perciò le italiche donne divenivano sin dall’infanzia maestre di riciclaggio culinario degli avanzi, seguendo il motto del “nulla si spreca, nulla si distrugge, tutto si ricrea”. 

    Avanzavano bistecche o arrosti? Li sminuzzavano con bianco d’uovo (anche quello non si buttava mai via), un po’ di formaggio e - a seconda della quantità - li tramutavano in polpettoni o polpettine da infilare nei timballi di pasta al forno.

    Avanzava del bollito? Tagliato in quadratini era riproposto a tavola sotto forma d’insalata con fagioli e cipolle crude affettate; oppure in umido con funghi e scalogno, o ancora tritato in frittata con erbette.

    Riciclavano persino gli scarti e le teste dei pesci, buttandoli in pentola con poca acqua, pomodori, aglio, sale e aromi: fatti bollire, venivano passati al setaccio e serviti come brodetto bollente versato su fette di pane raffermo.

    Il pane avanzato veniva grattato e chiuso in vasetti di vetro assieme a foglie d’alloro, affinché si aromatizzasse; oppure si tramutava in pancotto: acqua salata bollente, tre cucchiai d’olio, due spicchi d’aglio, pan secco ridotto a tocchetti, una presa d’origano e due cucchiai di formaggio grattugiato.

    Coi rimasugli di formaggi duri le massaie del nord-ovest creavano il mitico “brus“: avanzi di grana, tomma (tùma), asiago, gruviera, caciotta ecc, croste comprese, tagliati a pezzetti e messi in un vaso a chiusura ermetica, coperti di cognac o grappa. Settimanalmente il composto veniva mescolato con cura e dopo 30 giorni si otteneva, e si ottiene, una spussolentissima ma fantastica crema antifreddo e ammazzamicrobi, forte e appetitosa, da mangiare d’inverno spalmata su fette di pane abbrustolito sul runfò. I formaggi molli finivano invece mescolati a ripieni o a ricoprire sottili focacce.

    Ma era con le verdure che facevano miracoli.
    Gli avanzi cotti di ceci, lenticchie e legumi vari erano soffritti anche tutti insieme in olio e cipolla, coperti di brodo, insaporiti con sale, pepe e un cucchiaio di concentrato di pomodoro; il tutto passato e trasformato in vellutata da servire bollente con crostini di pane abbrustolito.

    Dei carciofi non buttavano via nulla; le foglie esterne, troppo dure per essere consumate in pinzimonio o cucinate, divenivan decotti ricchi di cinarina, dalle proprietà diuretiche e stimolanti la bile.

    E dopo aver spelato e affettato a rondelle sottilissime i gambi legnosi, li rosolavano in olio, burro, cipolle, pomodoro e vin bianco facendone sugo per la pastasciutta: nel frattempo passavano in padella con olio, pinoli, uvetta, aglio, pepe e sale gli spinaci lessi avanzati il giorno prima.

    © Mitì Vigliero

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    Epifania: La Dea della Dodicesima Notte

    di Miti', pubblicato il 1 Gennaio 2009
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    Dai fuochi per la fertilità ai Befani, fidanzati in prova

    Epifania deriva dal greco “tà epiphan(e)ia“, e significa “manifestazione di divinità“; per i cristiani indica la visita dei Re Magi a Gesù, ossia la visione della manifestazione di Dio da bambino.

    Ma l’origine di questa notte magica, che è la 12^ dopo il solstizio d’inverno (Natale), è paganamente agreste ed è dedicata a una figura femminile dai romani considerata divina: Madre Natura, identificata con Diana, dea della Luna e dei cicli della fertilità.

    In quei 12 giorni, cruciali per i contadini che avevano appena seminato, si riunivano le speranze di un buon raccolto per l’anno appena iniziato; Madre Natura, che aveva lavorato e “fruttato” per tutto l’anno precedente ed era ormai vecchia e rinsecchita, era destinata a morire per poi rinascere giovane e bella: proprio come la Luna che nasce, diventa piena, muore diventando nera e poi risorge.

    Prima di defungere però, portava ultimi doni agli umani  compiendo veri prodigi, volando in cielo rendendo fecondi i campi, salubri le acque, fertili gli esseri viventi.

    La successiva corruzione dialettale della parola Epifania in Befan(i)a e il variare della religione, creò la Befana; anche lei vecchia donna magica, mezza strega e mezza fata che vola, e che prima di sparire lascia doni.

    Ha vari soprannomi: Donnazza (Cadore), Pifania (Comasco), Marantega (Venezia), Berola (Treviso), Vecia (Mantova), Mara (Piacenza), Anguana (Ampezzano) ecc.
    E spesso la sua fine è truculenta: nei piccoli centri della Toscana, Emilia Romagna, Ticino, viene prima portata in giro su un carro e poi bruciata in piazza.

    A Varallo Sesia è la Veggia Pasquetta (e “pasquetta” al posto di Epifania si usa anche a Genova, Legnano, Molise ecc. nel significato di “passaggio“) e la raffigurano come una orribile vecchia che tiene in braccio un neonato: lei sarà arsa sul rogo ma prima consegnerà il bimbo, simbolo della sua resurrezione.

    Nel Veneto invece vi è la tradizione del Panevìn, una grande pira di legno che ha sulla sommità il fantoccio della Vecia; una volta appiccato il fuoco, mentre si mangia la pinza (dolce di fichi secchi e zucca) e si bevono ettolitri di vin brulé, guardando la direzione del fumo e delle faville si traggono “pronosteghi” per il raccolto futuro: se va a nord o est “tol su el saco e va a farina” (prendi il sacco e va a elemosinare), a ovest o sud “de polenta pien caliera” (la pentola sarà sempre piena di polenta), nettamente sud-ovest “tol su el caro e va al mulin“, (prendi il carro e va al mulino, il grano sarà abbondantissimo).

    E dato che fertili e felici non dovevano essere solo i campi, nella 12^ notte molti erano gli antichi riti amorosi; in Toscana vigeva l’usanza dei “Befani“, fidanzati in prova, di solito scelti dalla sorte: in una focaccia veniva nascosta una fava secca (simbolo di fertilità), chi la trovava diventava Re o Regina della Fava e sceglieva il compagno/la compagna gettandogli la fava nel bicchiere.

    Infine, le nubili molisane sapevano che quella notte avrebbero potuto sognare l’uomo della loro vita; perciò prima di addormentarsi recitavano “Pasqua Bbefania, Pasqua buffate, manneme ‘nzine (in sogno) quille ca Die m’è destinate“. 

    © Mitì Vigliero

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    Antichi riti propiziatori, credenze e superstizioni di Capodanno

    di Miti', pubblicato il 27 Dicembre 2008
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    In Italia esistono miriadi di rituali propiziatori da svolgersi nella notte di San Silvestro.

    Innanzitutto, raccomandano in Sicilia, la sera del 31 dicembre nessun lavoro manuale iniziato dovrebbe rimanere in sospeso perché si rischia di non terminarlo o di concluderlo malamente; se proprio dovesse accadere, durante i rintocchi della mezzanotte bisognerà declamare questo scongiuro: ‘U Patri, ‘u Figghiu, ‘u Spiritu Santi / eterna Trinitati di cumannu / chistu travagghiu l’hè stintatu tantu! /ora ‘na sula grazia v’addimannu / Vui lu tuccati e lu faciti santu!Sistemata così la coscienza lavorativa, è bene occuparsi dei riti scaramantici che garantiranno un anno perfetto; si sa che il fuoco è simbolo della luce del sole portatrice di energia e salute.Per questo nella notte di San Silvestros’accendono fuochi: in Friuli i ragazzi saltano sui falò, purificatorio rito pagano di origine celtica, propiziatore di virilità e fecondità.

    A San Martino di Castrozza una lunga fiaccolata si snoda dal colle delle Strine sino ai prati di Tonadico, dove verrà bruciato un enorme fantoccio di legno e stracci e con lui, simbolicamente, verranno cancellati tutti i guai e le tristezze del vecchio anno.

    Importante è anchequello che si mangia quella notte; innanzi tutto, mai come quest’anno occorrerà mangiare molte lenticchie perché portan soldi: persino il serissimo Emmanuel Kant la sera del 31 dicembre si cibava esclusivamente dei legumi tanto amati da Esaù.

    InVal d’Aosta e nelle Marche mentre scocca la Mezzanotte è di buon augurio inghiottire (possibilmente masticandoli per non strozzarsi, ché non sarebbe il modo migliore per iniziare l’anno) 12 acini d’uva nera, mentre in Romagna va bene l’uva di qualunque colore (magnìla cla porta quatrèn!) o altra frutta che si sgrana, come il melograno. In Abruzzo a cena non debbono mancare 7 minestre di 7 legumi diversi, anche loro portatrici di ricchezza. 

    Altro elemento fondamentale del cenone dovrà essere la frutta secca, simbolo di prosperità: se in Francia la tradizione ne esige 13 tipi diversi, da noi ne bastano 7: noci, nocciole, arachidi, zibibbo, mandorle, fichi, datteri.

    Indispensabile ovunque il cin cin con lo spumante o del vino frizzante che, stappato a mezzanotte esatta, facciail botto: questo rumore, come quello di petardi e similari (che io personalmente aborro), dicono che serva a scacciare il malocchio.

    Per saperecosa il nuovo anno porterà in famiglia, in alcune zone della Calabria v’era la bizzarra usanza di far cadere una grossa pietra sul pavimento della cucina: se non procurava alcun danno, era buon auspicio. Se scheggiava le mattonelle, prediceva  accadimenti sfortunati (ad esempio il costo del muratore).

    Usanza tipicamentelaziale sino a qualche anno fa, era quella di lanciare fuori dalla finestra tre grossi vasi di coccio pieni dell’acqua che era servita in precedenza a lavare pavimenti, insieme a oggetti e panni sporchi e rotti di tutto l’alloggio: gettandola via si gettavano fuori casa tutte le magagne e le tristezze dell’anno passato.

    Ma in tutto il centro sud italiano vigeva (vige ancora?) la pericolosa e stupidotta tradizione di disfarsi, defenestrandoli, degli oggetti vecchi e inutili: gesto simbolico che dovrebbe significare lo sbattere fuori tutti i brutti ricordi.

    Per fare previsioni meteorologiche, i contadini dellaSardegna posavano 12 chicchi di grano  uno per mese - su un mattone rovente: quelli che bruciavano segnavano bel tempo, quelli che saltavano via indicavano pioggia e vento.

    E persino riguardol’amore si potevano, e possono, fare previsioni: nel Lazio le nubili infilavano in 3 aghi 3 fili diversi: bianco (amore felice), nero (amore infelice) rosso (zitellaggio) - poi ne sceglievano uno a occhi chiusi.

    A Codroipo lanciavano una pantofola verso la porta di casa: se cadeva con la punta rivolta all’esterno, nozze in vista.

    In Puglia invece mettevano 2 chicchi di grano in un bicchier d’acqua: se restavano uniti, matrimonio entro l’anno, sennò ciccia.

    Infine, far molta attenzione a cosa si farà il 1° gennaio.

    Nel Bergamasco non si debbono prestare oggetti di nessun tipo, in Calabria non chiedere soldi in prestito, nelleMarche non acquistare né pagare niente, in Liguria non litigare, in Emilia-Romagna bisogna iniziare un lavoro proficuo, in Campania fare l’amore …Tutto questo perché, si sa, ciò che si fa il primo dell’anno si fa tutto l’anno.  
    ©Mitì Vigliero

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    I miei Auguri per Voi

    di Miti', pubblicato il 24 Dicembre 2008
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    Sono QUI!

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    I Simboli e i Misteri nascosti nel Presepe

    di Miti', pubblicato il 20 Dicembre 2008
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    cuciniello

    Quando ammiriamo antichi presepi napoletani come quello meraviglioso raccolto da Michele Cuciniello e conservato nel museo di San Martino, o quando semplicemente prepariamo il nostro casalingo, sistemando con cura figurine e dettagli scenografici, spesso ignoriamo che molti di quelli hanno un preciso significato simbolico, nato da superstizioni e leggende tutte di tradizione partenopea.

    Elena Sica, ne “Il Presepe Napoletano” (Newton&Compton) racconta ad esempio che il “pastorello dormiente” si chiama Benino; simboleggia il nuovo anno e deve sempre esser posto vicino ad Armenzio, un pastore anziano (suo padre e simbolo dell’anno che sta per finire); attorno a loro le“pecorelle”, rigorosamente 12, come i mesi.

    A sua volta il“pozzo” si collega alle molte superstizioni legate al sottosuolo; una di queste impediva di attingere acqua ai pozzi la notte di Natale perché abitata da spiriti malvagi che avrebbero rubato l’anima a chi l’avesse bevuta.
    In provincia di Avellino invece erano i bimbi che dovevano stare lontano dai pozzi quella notte, per evitare la malvagia “Maria ‘a manilonga“, che afferrandoli con le sue lunghe mani li avrebbe rapiti trascinandoli con sé nelle viscere della terra.

    E accanto al pozzo si trova sempre la figura della“zingara”, inquietante personaggio che nell’iconografia classica regge o dei ferri o un cesto pieno di martelli, tenaglie e chiodi, simboli della Passione.

    La “fontana” invece è simbolo positivo; nei Vangeli apocrifi si narra che Maria avrebbe ricevuto l’annuncio dall’Angelo proprio mentre era intenta a riempire una brocca.
    E di fianco alla fontana deve stare la“lavandaia”, che sempre secondo gli Apocrifi fu la levatrice di Gesù e ne lavò i panni, rendendoli candidi come la verginità di Maria.

    I tre cavalli dei Magi hanno tre diversi colori che raffigurano il cammino del Sole (non per nulla i Magi venivano dall’Oriente, luogo dove il sole nasce); bianco come l’alba, rosso come il mezzodì e nero come la notte. Purtroppo è quasi scomparsa la figura della“Re Màgia”, compagna del Re moro, che era il simbolo della Luna.

    Di solito nel punto più alto del presepe si colloca un“castello”; è quello di Erode che, difeso da un gruppo di centurioni armati, lì resta rinchiuso fremendo di rabbia impotente per la nascita del Bambino scampato alla strage.

    Invece la “taverna“  - che si dovrebbe porre vicino alla Grotta/Capanna/Stalla della Navità- ricorda sia Giuseppe che chiedeva invano ospitalità per la moglie incinta, sia (insieme a tutte le figurine del “mercato” pullulanti salumi, formaggi, verdura e cibi vari) la “fame” cronica che affliggeva il popolo partenopeo nel XVIII e XIX sec, periodi in cui il Presepe raggiunse il suo massimo successo popolare. 

    Tenera è infine la storia della “donna col bimbo in braccio“  da posizionare di fronte alla Grotta.
    Narra la leggenda che gli angeli lasciavano avvicinare a Gesù solo le mamme coi neonati; una popolana di nome Stefania, zitella e senza figli, prese un grosso sasso e lo fasciò come un bimbo. Reggendolo fra le braccia, il 26 dicembre arrivò di fronte alla mangiatoia. Improvvisamente il sasso starnutì, tramutandosi in un bambino vero: Santo Stefano

    ©Mitì Vigliero 

    Le immagini sono tratte da questo sito, che è anche bellissimo da leggere.

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    Come superare la SFN: Sindrome Fobica Natalizia

    di Miti', pubblicato il 16 Dicembre 2008
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    Galateo per un Natale quasi sopportabile 

    È innegabile che, ogni anno di più, l’avvicinarsi del 25 dicembre provochi in molti quella che si potrebbe definire in codice SFN, Sindrome Fobica Natalizia.

    Sarà forse colpa della situazione generale in cui viviamo, intrisa di un inquietante senso di precarietà e rabbia repressa, fatto sta che la SFN non si cura affatto dell’aspetto religioso e simbolico del Natale, ma si concentra con inconscia irritazione su quello meramente pratico e consumistico dei cosiddetti “festeggiamenti”.

    I sintomi caratteristici si manifestano gradatamente: di solito tutto comincia con un’occhiata accusatoria al calendario (”Come sarebbe a dire che siamo GIA’ a dicembre?“), ed evolve al peggio quando si notano le prime luminarie appese per le strade (”Che spreco di energia elettrica!”) o si osservano i primi addobbi nei negozi (”Uffa devo pensare ai regali…”), venendo sempre più colti da un’irrefrenabile voglia di ribaltare i banconi dei grandi magazzini stracolmi di statuette di presepe nonché di fare a tirassegno con le palline colorate appese agli abeti.

    Con il trascorrere dei giorni e l’avvicinarsi della data fatidica gli affetti da SFN s’incupiscono sempre più, rimuginando pensieri assai poco gentili nei riguardi del consumismo maledetto, dell’ipocrisia dei buoni sentimenti una volta all’anno, e pensando con crescente disagio alla incombente sarabanda di inviti, visite, auguri, doni, pranzi e parenti.

    Per evitare crisi più acute del previsto, ecco una serie di suggerimenti per sopravvivere senza troppi traumi, e rispettando il bon ton, alle classiche Grandi Manovre natalizie:

    Auguri
    C’è chi dice sia inutile farli a persone che non si vedono/sentono mai durante il resto dell’anno; altri affermano invece che in fondo si tratta di una bella occasione per ricontattarle.
    Fate un po’ come vi pare e in qualunque forma - telefonate, biglietti, e-mail, sms (possibilmente non in stile Catena di Sant’Antonio “manda questo sms a 120 tuoi amici sennò passerai un Natale schifoso“), ricordando sempre che un augurio inaspettato oltre a fare indubbio piacere a chi lo riceve, può anche essere il primo passo per risolvere stupidi e piccoli dissapori o riallacciare rapporti dimenticati.
    Sempre se si voglia, ovvio.
    Unica regola: anche se è una gran rottura di scatole, bisognerebbe sempre ricambiare gli auguri ricevuti.

    Regali
    Ogni anno annunciamo al mondo: “Per il prossimo Natale, i regali comincio a comprarli a settembre; è più intelligente, si fanno le cose con più calma, si spende meno ecc“.
    Infatti ogni anno, il 24 alle ore 17 ci ritroviamo a fare a pugni in negozi stracolmi di gente e vuoti di merce, alla disperata ricerca di qualcosa da acquistare, col risultato di regalare ogni anno cose assurde e sbagliate come il profumo alla suocera che sappiamo benissimo essere allergica ai profumi, l’accendino allo zio che ha smesso di fumare sei mesi prima causa infarto, la Winx alla cuginetta che ormai ha 27 anni.
    Quindi, onde evitare gaffe e sprechi di soldi, meglio puntare su cose forse banali ma sempre apprezzate quali libri, “buoni” prepagati da investire in disco-videoteche, piante, e sfiziosi generi alimentari sempre molto graditi, visto che nessuno ha ancora perso l’abitudine di nutrirsi.

    Bambini
    Una delle frasi classiche pronunciate in questo periodo è “Natale è bello festeggiarlo solo se ci sono bambini in casa“; probabilmente è vero, visto che forse sono gli unici per ora immuni dalla Sindrome Fobica Natalizia.
    Per questo non bisogna rovinarglielo, soprattutto se sono piccini e credono ancora alle favole, ma dividere con loro l’atmosfera magica di attesa preparando insieme l’acqua zuccherata e i due biscottini che dovranno dissetare e sfamare, a seconda dei casi, l’asinello e Gesù Bambino o le renne e Babbo Natale.
    Se dopo il pranzo dovranno recitare in piedi sulla sedia la classica poesia (unico momento della festa cordialmente aborrito dagli infanti), tentiamo di rendere la cerimonia il più breve possibile, evitando di fargliela ripetere più volte e cercando di non motteggiarli troppo. In fondo la poesia a memoria gliel’hanno imposta gli adulti, mentre i bambini piccoli la vera poesia natalizia ce l’hanno negli occhi.

    Discorsi
    Almeno il giorno di Natale bisognerebbe non parlare di soldi, affari, amori contrastati, amicizie finite. Bisognerebbe bandire le discussioni politiche, non affliggere più di tanto gli altri con lai dovuti a problemi personali e, onde non gettare tutti nel più cupo sconforto, schivare anche accurate descrizioni di catastrofi o malattie di vario genere.
    Anche se il Natale trascorso in famiglia è spesso inevitabilmente un’occasione per ricordare con malinconia e affetto chi non c’è più, occorre però tentare di evitare che l’incontro si trasformi in una veglia funebre.
    E se proprio l’umore è pessimo e la Sindrome Fobica Natalizia è al culmine, allora sarebbe meglio declinare gentilmente gli inviti festosi: in fondo questo è notoriamente un periodo di influenze, raffreddori, mal di gola…

    Parenti & C.
    Il detto “Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi” è uno dei principali responsabili di molti attacchi di SFN. Esistono persone che piombano in depressione a causa della solitudine, che durante le Feste si fa sentire in modo più forte, e altre per cui l’arrivo del Natale coincide regolarmente con l’arrembaggio di parenti più o meno lontani i quali, per trascorrere le feste insieme, si installano spesso e volentieri nelle case altrui creando accampamenti stile Rom.
    Ospitare torme di zii, cognati, cugini, consuoceri tutti sotto lo stesso tetto, se non si possiede un castello di 40 stanze (e 40 bagni) potrà essere magari divertente una volta, ma non deve tramutarsi in una “tassa” obbligata per nessuno.
    Quindi, se proprio non se ne ha la forza, dire un gentile ma fermo “no” alle invasioni troppo numerose non è peccato; e poi gli alberghi cosa sono stati inventati a fare?

    Pranzo
    In alcune zone si preferisce il cenone del 24 sera; in altre, il pranzone del 25 a mezzodì.
    Comunque sia, il banchetto viene di solito organizzato da mamme e nonne che si offendono a morte se tutta la famiglia, parenti acquisiti compresi, non si riunisce a casa loro:
    “Ma perché non venite da me? Ci siete sempre venuti, ci tengo tanto, ormai è una tradizione… No, al ristorante con voi non ci vengo: piuttosto me ne sto a casa da sola!”.
    Si tratta di quelle stesse angeliche matriarche che, il giorno fatidico, osservando con occhio torvo il parentado seduto attorno alla tavola imbandita, non toccano cibo e si chiudono in religioso silenzio per tutta la durata del pranzo; infine, appena possibile e a voce altissima affinché tutti sentano, telefonano all’amica del cuore con la scusa di farle gli auguri:
    “Sono stravolta (sospiro), ho fatto i ravioli in casa per sedici persone (sospirone). Sì lo so che potevo comprarli fatti e mi sarei stancata meno, ma cosa vuoi (super sospiro)… E già che li ho tutti qui anche quest’anno (supersupersospiro)… Lo danno ormai per scontato di venire a festeggiare a casa mia… (sospiroextralarge)… Ma non si rendono conto che gli anni passano anche per me e che magari, per una volta, un bel ristorante… (rantolo finale)”.
    Morale, un buon ristorante prenotato almeno una ventina di giorni prima risolverà al meglio il problema, e chi non vuole venire, peggio per Lei.
    Altrimenti se la tribù familiare è composta da troppi numerosi clan, meglio mangiare ciascuno a casa propria e poi ritrovarsi insieme al pomeriggio per lo scambio dei regali, panettone, tombola e affini.

    Risse
    Spesso inevitabili nonché ultimo stadio della Sindrome Fobico Natalizia.
    Si arriva alla data fatidica talmente stressati e nervosi che ci si sveglia già di mattina col berrettino inverso, odiando cordialmente famiglia, amici, telefono, in preda al desiderio di saltare a piè pari sui pacchetti dono o dar fuoco all’albero.
    L’apertura ufficiale delle offensive solitamente avviene a fine pranzo, soprattutto se ci si trova insieme a quelle miriadi di parenti che durante il resto dell’anno non si vedono mai; ottima occasione per parlare di interessi, divisioni ereditarie, resuscitare infantili gelosie, rancori atavici o semplicemente rinvangare beghe di varia natura.
    In mancanza di parenti lontani, si litiga coi figli che scalpitano perché vogliono uscire con amici o fidanzati, coi genitori che pretendono la famiglia unita almeno quel giorno, col coniuge che “ha i musi” e rovina la festa agli altri, col gatto che ha deciso di mettersi a dormire sdraiato al centro del Presepe.
    Per questo Agatha Christie scriveva “Natale è il giorno ideale per un omicidio“; in realtà le risse natalizie sono fuochi di paglia che fanno ormai parte della tradizione.
    Il 27 dicembre saranno già state dimenticate, almeno sino al prossimo Natale.

    © Mitì Vigliero

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    I Pani di Natale

    di Miti', pubblicato il 12 Dicembre 2008
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    Nella Roma Imperiale  del III sec, si era imposto il pagano culto del Sole. Aureliano stabilì che il 25 dicembre fosse celebrata la festa del “Natalis Solis Invicti“, Natale del Sole Invitto, in cui si onorava il Sole che nasceva a nuova vita dopo il solstizio invernale.

    Plinio il Vecchio narra che quel giorno sulle tavole compariva ritualmente un sacro panfrittella fatto di farine varie; e nell’antica Persia, al termine del solstizio, il suddito più giovane portava al Re come dono beneagurante un grande pane dolce farcito di miele e canditi.

    Inoltre Gesù, che si definì “il pane della vita“, nacque a Betlemme, in ebraico “bet lehem“, casa del pane, perché circondata da grandi campi di frumento e quindi granaio ufficiale della Palestina.

    Perciò il nostro Natale  viene da sempre chiamato “giorno del pane”, e prosegue l’usanza di consumare dolci a base di farina. 
    In Italia, ogni regione ha il suo pane natalizio; a Bologna c’è il Pane Certosino, di origine contadina, farcito di puré di zucca, miele, uvetta, burro e cedro; a Roma il Pangiallo, perché ricoperto di rosso d’uovo battuto che durante la cottura nei forni diviene color oro, come l’interno del Pandoro di Verona.

    A Ferrara il Panpepato, con marmellata di zucca, miele e un pizzico di pepe; anche in Umbria esiste il Panpepato, dove il miele però fa da colla a uva passa, cioccolato, noce moscata, mandorle e noci,  ingredienti che ritroviamo pure nel Panforte di Siena.

    In Veneto la Pinza, farina di mais mescolata a frutta secca; a Bari, vincotto di fichi, carrube e fior di farina danno origine al Panvisco, di origine turca.

    A Genova c’è il Pandolce, detto a Londra Genoa cake“, che deriva dall’antichissimo Pan co-o zebibbo, con l’uva passa, al quale le massaie, poco per volta, unirono tutto ciò che di dolce potevano trovare: zucca e cedro canditi, pinoli, uvetta, acqua di fior d’arancio, pinoli.

    Questo, durante la lievitazione, ha bisogno di caldo costante; e così sino al secolo scorso le signore, dopo averlo impastato se lo portavano a letto, ponendolo sotto le coltri in fondo, accanto al “prete” che racchiudeva lo scaldino.

    Il pandolce  era fatto rigorosamente in casa, sino ai primi del Novecento nessuna pasticceria o forno lo vendeva al pubblico; solo quelli che a Genova vengono chiamati “foresti” lo ordinavano a qualche dolciaio di fiducia e se lo facevano spedire a casa.

    Infine, l’ultimo celeberrimo pane di Natale è il Panettone di Milano, nato o il 25 dicembre del 1386 per un errore di cottura nella cucina degli Sforza, errore rimediato in corner grazie all’abilità d’un giovane cuoco chiamato Toni (Pan de Toni), o nel 1490 grazie all’amore di Ughetto degli Atellani nei confronti di Adalgisa, figlia di un fornaio; per ingraziarsi il futuro suocero in crisi economica il ragazzo, che era arrivato al punto di farsi assumere “a gratis” come garzone di bottega, pur essendo negato come cuoco riuscì a inventare un apprezzatissimo pane di Natale dolce, profumato e soffice come una nuvola.

    Romantiche leggende a parte, sembra che il Panettone sia nato e si sia affermato a Milano e ovunque alla fine del 1700 durante il dominio napoleonico, grazie allo sviluppo economico e commerciale dovuto alla presenza in città delle ben pagate truppe francesi; tutti i commercianti, pasticceri compresi, si sbizzarrirono a creare nuovi ricchi prodotti capaci di soddisfare le richieste di un nuovo pubblico agiato e goloso.

    © Mitì Vigliero

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    Gli Antenati di Santa Pupa, protettrice dei bambini

    di Miti', pubblicato il 7 Dicembre 2008
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    Il Belli, padre esasperato d’un bimbo vivacissimo, scrisse un sonetto dedicato a “Santa Pupa“, la figura popolare protettrice dei bambini:

    Va a dì a li fiji tui che ssino boni!
    Lo so io co li mii si me dispero,
    E me spormòno er zanto giorno intiero:
    Senza de lei Dio sa li cascatoni!
    Eppuro, a sta gran zanta, poverella,
    Je vedi mai una cannela accesa? 
    J’opre gnissuno un bucio de cappella
    ?”.

    In realtà Santa Pupa radunava in sé tutte quelle divinità minori che gli antichi romani invocavano per i loro figli sin dalla nascita.

    Al momento del parto, che avveniva sotto la direzione generale di Partula (identificabile in origine con la Parca Cloto), si pregava ladea Lucina che portava i neonati “alla luce“; altro suo nome eraCandelìfera, alla quale s’accendeva una candela votiva.

    Sia Partula che Lucina, con l’avvento del Cristianesimo, furono sostituite da Sant’Anna: il rito della candela accesa di fronte all’immagine della madre della Madonna è ancora vivo in molte regioni dell’Italia rurale.

    Appena nato il bebè, era fondamentale l’immediato intervento del dio Vagitano, colui che gli faceva lanciare il primo vagito/strillo il quale, mettendo in moto i polmoni, gli permetteva di respirare.

    Se il bimbo era inappetente s’invocava la deaEdusa (da “edo“, mangiare); per il bere c’era invece Potina (”poto“, bere), la quale badava che non si strozzasse deglutendo.

    La dea Cuba (”cubo“, dormire) o Cunina (”cuna“, culla) veniva inondata di suppliche se il pargolo con la sua insonnia rendeva insonni gli altri, e nello stesso tempo vegliava sui suoi sogni cacciando gli Incubi.

    Se Pavenzia (”paveo“, temere) l’aiutava a superare gli spaventi improvvisi, Carda ne proteggeva il fisico, Stimula ne affinava i sensi mentre Sentia (”sentio“, pensare) si occupava dei suoi ragionamenti, curandone il raziocinio e la prima consapevolezza, insegnandogli pian piano a diventare indipendente.

    L’evoluzione dalla lallazione - ossia dal balbettìo di sillabe ripetute dal neonato senza però formulare parole complete e sensate - al linguaggio parlato vero e proprio, avveniva sotto la protezione del dio Fabulino (”fabulor“, chiacchierare).

    Invece il passaggio dal gattonare all’avanzar traballando e precipitando col popò a terra ogni due passi, sino ad arrivare al camminare eretto aveva come nume tutelare il dioStatulino (”stare“, essere fermo in piedi).

    Sotto l’egida della dea Iuventas, divinità del passaggio dall’infanzia all’adolescenza contrassegnata dal primo apparire dei pelini sul volto, per i maschietti era Barbatus; per le femminucce al primo menarca invece c’era Dria, dea della pudicizia.

    Da quel momento i pupi, diventati grandicelli, iniziavano a uscire di casa da soli; in quel caso mamma e papà si mettevano a invocare la protezione della dea Abeona (”abeo“, vado), mentre chi li guidava riconducendoli sani e salvi al paterno ostello era Adeona (”adeo“, torno”).

    Contemporaneamente a ciò i genitori iniziavano a implorare un’altra divinità che sarebbe da allora diventata, stavolta per loro, sempre più indispensabile: Santa Pazienza.

    ©Mitì Vigliero

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