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  • lunedì, 08 settembre 2008

    Ca’ mori per li funci, ‘un cc’è nuddu chi lu chianci

    Pubblicato da Miti' il 4 Settembre 2008
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    I Funghi: antiche, stupide e pericolose credenze 

    Inizia il tempo dei funghi, sin dall’antichità uno dei cibi più apprezzati dagli italiani che da sempre però lo ammantano di riti arcani, sapendo che di funghi velenosi si può morire.

    Da qui la nascita dibislacche e pericolosissime credenze, che purtroppo permangono nonostante oggi la raccolta dei funghi sia regolata anche con l’obbligo di mostrare a esperti micologi gratuitamente a disposizione nei mercati e nelle ASL, le “prede” raccolte prima di mangiarle.

    Plinio nel I sec. dC, scriveva che se i funghi nascevano in terreni contenenti “bottoni di metallo, chiodi da scarpa, ferri arrugginiti, panni putrefatti” diventavano velenosi perché la loro natura “è di assorbire qualunque veleno“.

    Da qui ladeleteria credenza che tutti i boleti raccolti in alta montagna o in boschi impervi, in territori cioè non contaminati dalla presenza umana e dalla sua rumenta, siano innocui.

    Pier Andrea Mattioli, medico del ‘500, assicurava che “le persone avvedute distinguono benissimo i velenosi quando li preparano per la cottura. Infatti essi, tagliati, cambiano il loro colore più volte. Quando si spezzano diventano prima verdi, poi di color rosso nerastro e quindi blu scuro, che alla fine si converte in nero“.

    Il verde (considerato anticamente color della pazzia, della disperazione e della bile malvagia) e il nero, colore mortifero e diabolico, portarono alla stupida credenza di cuocere sempre i funghi insieme a qualcosa di bianco come cipolla, mollica di pane o aglio (che se scaccia i vampiri vuoi che non debelli le Amanite Phalloidi?): se questi rimanevano chiari, non vi era alcun pericolo.

    Giuseppe Pitrè, nel 1870, a proposito di avvelenamento da funghi scriveva: “La vera cura è prevenire l’avvelenamento stesso assicurandosi dell’innocuità dei funghi. A tal’uopo per sincerarsi se siano o no velenosi, si bollisce con essi un cucchiaio d’argento. Se il cucchiaio annerisce, son velenosi; se no, no.”
    E questaassurda usanza perdura tutt’ora in molte zone d’Italia nelle quali si usa anche mettere nella pentola dei funghi una o più monete di rame, aggiungendo batteri e veleno ad eventuale veleno.

    Ancor’oggi alcuni incoscienti giurano che i funghi mangiucchiati da chiocciole siano di sicuro buoni: conoscete forse qualche lumaca suicida?
    Oppure assicurano commestibili anche quelli che, cotti in abbondante prezzemolo, non lo tingano di giallo così come accertano ottimi quelli che, rosolati con un pezzo di ferro, non lo corrodano: e quasi ovunque annientano (insieme alla famiglia e agli amici invitati a cena) ogni dubbio asserendo che, in caso di fungo sospetto, basterà sobbollirlo nell’aceto, unendo magari  piccioli di pera per cancellarne ogni veleno. Roba da matti…

    E in caso di intossicazione, che dicono i folli esperti della domenica?

    Che basta un poco di olio di ricino (Piemonte, Veneto), indurre il vomito con aceto e sale (Lazio), bere un decotto di origano (Sardegna, Liguria)…Tanto varrebbe seguire il consiglio del medico Dioscoride (50 dC): “sterco di pollo impastato a miele e aceto“.

    Per questo i siciliani cinicamente dicono “Ca’ mori per li funci, ‘un cc’è nuddu chi lu chianci“, chi muore per colpa dei funghi, non c’è nessuno che lo pianga: l’ignoranza incosciente non fa pena.

    Che poi gli incoscienti riguardo ai funghi son mica solo italiani, eh?

    ©Mitì Vigliero   

    Storia di un Amor Perfetto

    Pubblicato da Miti' il 1 Settembre 2008
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    Da quando ero bambina ho sempre avuto una particolare immagine; Genova come un’immensa donna seduta nell’acqua di mare sino a metà vita, con la schiena, le spalle e le braccia spalancate appoggiate al monte, raffigurazione d’un materno golfo.

    E chissà perché allora pensavo che, di questa donna, piazza Fontane Marose fosse l’ombelico dal quale partiva un passaggio segreto, via Luccoli, che immetteva in un’altra città.

    Per me c’erano due città; una Nuova conosciuta più o meno a tutti, dalle strade larghe e tanto cielo sopra, e una Vecchia, misteriosa, nota solo a pochi privilegiati.

    Fantasie infantili che però sento ancora vive oggi e so condivise da tutti gli amici “foresti” lì condotti da me, partendo ogni volta dall’ombelico di Marose e poi fatti tuffare nel ventre di questa grande madre alla scoperta di cose e storie che, in continuazione, scopro io stessa assieme a loro.

    Amo osservare le espressioni degli amici nell’attraversare vicoli tanto stretti che se piove non te ne accorgi neppure; palazzi tanto alti che raramente vedi solo uno spicchio di cielo, figuriamoci la luna.
    Pari a una dantesca Virgilia mi piace accompagnarli ogni volta in un posto diverso, e lì farli soffermare a lungo affinché ne assorbano per sempre l’aspetto e la storia.

    E di storie strane, di odio, d’amore o di magia; storie curiose, ilari o tristi avvenute sopra e sotto il suo ombelico, Genova ne ha tante da raccontare; ai foresti, certo, ma anche ai suoi figli che spesso tendono a dimenticare…

    ***

    Era un torrido pomeriggio d’agosto quello del 1502 quando Luigi XII, re di Francia, giunse in città pieno di buoni propositi e con l’intento di convincere Doge e nobili ad aiutarlo nella lotta contro la Spagna.

    Il marchese Cambiaso organizzò in onore del Re un ricevimento grandioso, invitando i maggiorenti della città e le loro gentili consorti nella villa Imperiale, proprietà dei marchesi Cattaneo, nella zona di San Fruttuoso.

    Alla luce scintillante delle candele, re Luigi ballò con molte dame; ma come ebbe tra le braccia Tommasina, non la lasciò più.

    Colpo di fulmine, amore a prima vista, ricambiato appassionatamente dalla sposa poco più che bambina del vecchio Luca Battista Spinola.

    Danzarono sino all’alba guardandosi negli occhi: non accadde nulla d’altro.
    Ma al mattino, quando il Re dovette ripartire, l’addio fu struggente.

    Il giorno stesso Tommasina, in lacrime, abbandonò marito e casa, trasferendosi insieme alla vecchia nutrice in un palazzo della Maddalena.

    Lì rimase in testarda clausura, a piangere ininterrottamente, a scrivere lunghe lettere appassionate al suo re, senza voler vedere né parlare con nessuno, impedendo persino alla luce di entrare, tenendo perennemente le gelosie accostate

    Dimagriva, Tommasina; si consumava d’amore.

    E piangeva.

    Passarono tre anni, tre anni d’inferno e dolore.

    E un giorno la nutrice le annunciò, in buonafede,  la falsa notizia che il Re era malato, anzi, in punto di morte.

    E di colpo Tommasina cadde a terra, col cuore schiantato.

    Dopo pochi minuti alla porta bussò un cavaliere inviato dal re per tranquillizzare l’amata.

    Era il 1505.

    Dopo poco Luigi tornò a Genova, ma stavolta come nemico.

    E una notte, travestito da frate, col cappuccio calato sul volto, sgusciò nella cappella di San Nicolò inginocchiandosi di fronte alla tomba della donna che lo aveva amato d’un purissimo amore sino a morirne.

    Trascorse lì ore, a piangere lui stavolta, ricordando un dolcissimo viso poco più che bambino e una magica notte di un agosto torrido di caldo e d’affetto.

    Poi volle recarsi a vedere la casa dove Tommasina aveva trascorso gli ultimi istanti; e soffermandosi sulla minuscola piazza dove questa si affacciava mormorò: “Avrebbe potuto essere un Amor Perfetto“.

    E quel nome, alla piazza, rimase per sempre.

    Gli innamorati infelici vadano oggi nella chiesa di Santa Maria di Castello, e nel piccolo museo indugino di fronte alla tela di Ludovico Brea; potranno vedere, tra la folla dei beati, il volto poco più che bambino di Tommasina, che il pittore commosso e gentile volle ritrarre finalmente sereno nel suo “Paradiso“.

    © Mitì Vigliero

    Perché si dice: Fare un can can

    Pubblicato da Miti' il 29 Agosto 2008
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    Non c’entra nulla il Cancan del Moulin Rouge, ossia il celeberrimo e scatenato ballo francese il cui nome deriva da canard, anatra, o meglio dal movimento del palmipede che - quando cammina impettito - agita il sederino proprio come le ballerine nella succicitata e maliziosa danza.

    La vera origine riguarda sì sempre la Francia, però secondo me è assai più ridicola.

    Alla metà dell’Ottocento un nutrito gruppo di serissimi professori, intellettuali, letterati e latinisti francesi si riunì a congresso nel Procope, un caffè parigino oggi ristorante, per decidere in maniera seria e accademica se la parola latina quamquam (sebbene), andasse pronunciata così come si leggeva, oppure alla greca: “kamkam“.

    Seguì una feroce discussione, in cui due gruppi alla fine non facevano che urlarsi a vicendaQuamquàm!” e “Kamkàn!” (essendo francesi, accentavano l’ultima vocale).

    Fu un caos indescrivibile che finì quasi a botte, seguito da un grande scandalo causato dal comportamento selvaggio e ben poco “accademico” dei paludati intellettuali.

    Da quel dì, e proprio negli ambienti letterati e colti, cancàn divenne sinonimo di baccano, chiassata, arrabbiatura strillata, gran caos nato da futili - e a parer mio assolutamente idioti - motivi.

    © Mitì Vigliero

    Tersilla, balena di vigna

    Pubblicato da Miti' il 26 Agosto 2008
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    Era l’autunno del 1993; nella campagna di San Marzanotto, frazione a Sud di Asti, come sempre in quella stagione si lavorava alacremente nelle vigne.

    Ad un tratto, dalla terra smossa di quella della signora Tersilla, ove si stava aggiustando la strada sterrata con una pala meccanica, sbucarono strani sassi.

    No, forse non eran sassi quei cosi enormi e biancobruni come legni dalla forma curiosa.

    Ossa sì: erano ossa antiche e pietrificate.

    Ma cosa ci facevano sotto la vigna?
    E, soprattutto: di chi erano?

    Quando i proprietari del terreno ebbero dagli addetti della Soprintendenza Archeologica del Piemonte la risposta alle loro domande, di certo fecero “quell’espressione un po’ così” che l’astigiano Paolo Conte in una sua splendida canzone ben attribuisce ai suoi conterranei quando guardano il mare. 

    Si trattava infatti dello scheletro fossile di una balena, e più precisamente d’una Balaenoptera Acutorostrata Cuvieri che, in gentile omaggio alla padrona del terreno, venne subito chiamata Tersilla .

    Durante gli accurati scavi fatti dagli esperti, emersero parte del cranio, vertebre cervicali e dorsali, coste, oltre conchiglie e numerosi denti di squalo; reperti grazie ai quali fu possibile ricostruire la storia della vetusta pesciolona.

    Era l’Età Pliocenica; in quel tempo il Monferrato era una bassa e lunga isola che limitava a Nord il Mar Padano, mentre a Sud le Langhe formavano una penisola; quel braccio di mare che si trovava tra il Golfo di Cuneo (sic) e il Golfo di Alessandria (ri-sic) è definito col nome di “Bacino Pliocenico Astigiano“, e sopravvisse sommerso dalle acque per circa 3 milioni e mezzo di anni.

    Nel punto più al largo, dove l’acqua era più profonda e calma, pian piano si accumularono i depositi fini e argillosi; lungo la costa invece, dove il mare era sempre in movimento frangendosi dolcemente sulle spiagge di Boves e dintorni, si fermarono i sedimenti più grossi, formando le famose sabbie gialle di Asti che rendono l’uva così buona.

    I fiumi intanto, scendendo dalle montagne trascinavano in quel mare migliaia di sassi e detriti che lentamente ne alzarono i fondali, spingendo le acque del Padano Golfo sempre più a Est, riducendole infine al nostro attuale Adriatico.

    Quando Tersilla morì, il suo corpaccione di 7 metri s’adagiò dolcemente sul fondale pieno di conchiglie e molluschi; quello che dopo millenni si tramutò nella vigna monferrina.

    Fu pasto di squali della specie “Carcharhinus etruscus“, 2 metri di lunghezza, e “Isurus oxyrhyncus” (4 metri) i quali, nella foga del banchetto, persero dei denti: quelle “glossopetrae” (lingue pietrificate) di cui parlava già Plinio e che i contadini del Medioevo consideravano appartenute a serpenti (ché certo a pescecani mai avrebbero pensato), appendendosele al collo come formidabile talismano contro gli avvelenamenti.

    Tersilla la balena riposò tranquilla lì per 3 milioni d’anni, secolo più secolo meno; in un mare che, a differenza di quello di Conte  “che si muove anche di notte e non sta fermo mai“, ora s’è immobilizzato per sempre e non fa più alcuna paura a chi lo guarda “con quella faccia un po’ così“.

    © Mitì Vigliero

    Dai Sottabiti a Tubo al Quasi Nulla

    Pubblicato da Miti' il 22 Agosto 2008
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    Storia delle mutande femminili

    Mentre il sesso maschile, appena iniziò a coprirsi per ripararsi dal freddo, inventò sin di primordi della civiltà sorte di patelli via via sempre più lunghi, che diedero poi origine a pantaloni prima e mutandoni poi, quello femminile per molti secoli non fece gran uso dell’intimissima biancheria. 

    Il perché è dovuto allamoda dei lunghi vestiti ; se erano strettissimi e a tubo, nessun colpo di vento malandrino avrebbe potuto giocar brutti scherzi; se erano dotati di larghissime gonne, le tonnellate di sottovesti e crinoline che le sorreggevano erano ugualmente un buona difesa, anche se talvolta accadevano incidenti come quello narrato daRousseau nelle Confessioni :
    “Potrei raccontarvi l’aneddoto di Mademoiselle Lambercier che, per un’infelice caduta in fondo al prato, finì lunga e distesa mostrando en plain air il suo posteriore al Re di Sardegna“.

    I mutandoni comparvero in Europa come usuale biancheria femminile agli inizi dell’Ottocento grazie allestudentesse inglesi appassionate di gare di salto in alto; venivano chiamati “sottabiti a tubo“, due cannoni di stoffa fermati alle caviglie da un volant più o meno elaborato.

    Ma il loro uso, anziché essere apprezzato nell’Europa e soprattutto nell’Inghilterra vittoriana, all’inizio scatenò scandalizzate proteste.

    I medici di allora dicevano che la stoffa avrebbe impedito il regolare passaggio d’aria nelle nascoste zone, favorendo malattie e conseguenti disturbi alla procreazione. 

    I benpensanti
    contestavano il fatto che le donne osassero indossare indumenti fino ad allora riservati ai maschi;i moralisti facevano notare che, con quelle “robe” addosso, le donne avrebbero avuto più libertà di movimento, perdendo così la classica compostezza femminile.

    I bigotti
    sottolineavano che non per nulla le prime a utilizzare con entusiasmo i “pantalons pour femmes” erano state proprio leballerine e le meretrici d’alto bordo col preciso intento di “farsi notare”; eJean Commerson chiosava:
    “Diffido sempre delle donne che li indossano: è il pudore con una bandiera“.

    Tutto questo pandemonio era in realtà scatenato dal fatto che gli uomini furono immediatamente e piacevolmente attratti dal femineo nuovo indumento; ricordiamo che era il periodo in cui - nelle case nobiliari e altoborghesi -  le cosce di pollo venivano lasciate ai domestici pur di non mostrarle a tavola, le impudiche…

    Ma in seguito, il pattinaggio, l’equitazione,i vari sport sempre più esercitati dalle donne, nonché balli in voga come il valzer e la polka, convinsero gran parte delle signore della buona società a impiparsene dei giudizi e indossare disinvolte“gli innominabili”, che venivano sempre più abbelliti nell’aspetto con merletti vezzosi.

    Poco per volta, seguendo sempre la moda e relativa lunghezza dei vestiti, i mutandoni si accorciarono: prima a metà polpaccio, poi sotto al ginocchio, poi a metà coscia.

    Però il loro utilizzo quotidiano rimase sino ai primi decenni del Novecento una prerogativa di nobili e borghesi, mentre popolane e contadine - anche in Italia - continuavano a considerarle un optional, un inutile lusso senza senso.
    Poi finalmente, tutte si convertirono.

    Oggi i mutandoni non s’usano più manco per andare in alta montagna; si chiamano culotte, slip, tanga, fili interchiappali: ma sotto i vestiti ci sono (quasi) sempre, anche se spesso solo sottoforma d’idea.

    ©Mitì Vigliero

    La Casa del Perché

    Pubblicato da Miti' il 17 Agosto 2008
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    (foto LaVale

    L’autostrada A12, la Genova-Livorno, percorre nei suoi primi (o ultimi, a seconda di dove si viene) 20 km quella zona antica e verdissima che si chiama Val di Vara.

    Intorno vi sono boschi fittissimi in cui l’uomo era presente già quarantamila anni fa, nel Paleolitico Medio; e alle pendici e sulle vette dei monti ombrosi stanno aggrappati centinaia di paesini millenari, di quelli che paiono caduti dalla gerla del buon Dio quando camminava per l’Italia distribuendo campanili. 

    Sono luoghi pieni di magia, in cui aleggia spesso un’atmosfera incantata non sempre felice, ma talvolta sottilmente inquietante, che pare voglia narrarci storie strane.

    Se per caso vi troverete sulla A12, dopo Brugnato venendo da Nord-Ovest, date un’occhiata fuori dal finestrino; vedrete sulla vostra sinistra una lunga bassa collina, sulla cui cresta è appoggiato un paesino di poche case tutte raggruppate, orientato a mezzogiorno.

    Si chiama Cavanella di Vara, ed era uno dei tanti feudi fortificati dei Malaspina; sul fortilizio principale del 1508 posa ancora l’abside della chiesa parrocchiale, ma questa è un’altra storia.  
    Dicevo…guardando il paese dal finestrino della vostra auto,osservate le case: la prima venendo dal Nord (l’ultima venendo dal Sud), è una casa all’apparenza normale, tipica di quei posti, piccina, quadrata, a due piani, dipinta di rosa e con quattro finestre verdi, quasi sempre chiuse.Ma la cosa strana è che sulla facciata, esattamente al centro fra le quattro finestre, vedrete un enorme punto interrogativo dipinto con la vernice nera: ed è sempre dipinto di fresco.Il primo ad accorgersene e a cercare di saperne il motivo fu Mario Soldati all’epoca in cui la A12 era appena stata costruita; arrivando da Milano per raggiungere la sua casa di Tellaro, la vedeva ogni volta.Interrogando un giorno gli abitanti del luogo ebbe scarse notizie, trovandosi quasi di fronte a una sorta di renitenza affettuosa tipica di chi vuole tutelare qualcuno del gruppo; ciò lo racconta nel libro intitolato appunto “La casa del perché” (Mondadori).

    Ma Renzo Tolozzi, mio compianto amico, libraio antiquario di Pontremoli, fondatore e presidente del Premio Bancarella, me ne raccontò in seguito la storia.

    La casa apparteneva a un uomo emigrato sin da ragazzo in Scozia; lì fece fortuna come gelataio, lavorando come un matto e avendo come idea fissa quella di poter tornare al paese per passarvi una vecchiaia serena.

    Messa da parte una piccola fortuna, finalmente tornò a Cavanella con la moglie e il figlio scozzesi; ma una volta arrivato lì, in pochissimo tempo accadde di tutto.
    La moglie improvvisamente si ammalò e morì; il figlio perse la vita in un incidente e lui iniziò a perdere la vista.

    Allora fece dipingere sulla facciata quell’enorme punto interrogativo, come a chiederePerché mi è accaduto tutto questo?”.

    E quando se ne andò, lasciò scritto  che quel punto interrogativo avrebbe dovuto rimanere per sempre dipinto di fresco su quella casa, come una disperata domanda gridata con rabbia al Destino che gli aveva distrutto ogni sogno.

    © Mitì Vigliero

    Ode alla Focaccia

    Pubblicato da Miti' il 13 Agosto 2008
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    Tutta pinn-a d’ombrisalli
    ùmia d’eûio de Dian,
    pe-i scignuri e pe-i camalli…
    (Costanzo Carbone)

    Tutta piena d’ombelichi,
    umida d’olio di Diano,
    per i signori e per i facchini…

    Per i genovesi la focaccia classica, quella all’olio, è un mito, un simbolo della città esattamente come la Lanterna; in Argentina esistono numerose panetterie con su scritto, come insegna, “Fugassa“: gli argentini hanno così assimilato il termine genovese da dichiararlo tipico del loro idioma, tanto che compare persino sui loro vocabolari.
    In realtà sia la parola che il “prodotto” furono introdotti dagli immigrati genovesi di quasi centosessant’anni fa, e i loro eredi continuano a fare una focaccia buonissima.

    La focaccia è sempre stata la prima colazione di chi si svegliava all’alba; lo è tuttora per molti, anche per chi si sveglia più tardi: e assaporare lei, condita di olio e sale, pucciata nel caffelatte è una sensazione speciale.

    Segue l’uomo dalla prima infanzia: a Genova le mamme danno ai bambini piccolissimi un pezzetto di focaccia da mangiare, anche se sono completamente privi di denti; fa bene alle gengive e stimola la detizione meglio del ciuccio.

    Un etto di focaccia è la colazione che gli studenti, da generazioni, fanno prima di entrare a scuola; un etto di focaccia è lo spuntino degli scolari nell’intervallo delle lezioni; un etto di focaccia è l’aperitivo che i ragazzi consumano nel tragitto scuola-casa.
    Poi a casa, a pranzo, non mangiano perché sono inappetenti e le mamme si preoccupano. E infine un etto di focaccia appena sfornata è la merenda delle ore cinque, come il tè degli inglesi.

    Ci fu un tempo, intorno al 1500, in cui veniva consumata persino in chiesa durante i matrimoni, al momento della benedizione degli sposi; un modo goloso per esprimere la gioia di una nuova unione che si sperava feconda.

    Però l’amore per questo cibo nei riti religiosi prese un po’ la mano ai cittadini, tanto che ne facevano scorpacciate in chiesa persino durante i funerali; e al funebre odore dell’incenso e dei ceri si mescolava quello allegro e oserei dire sensuale della focaccia, alle meste preghiere il ruminare soddisfatto dei fedeli.
    Il vescovado minacciò scomuniche a chi avesse continuato a mangiar focaccia in chiesa e l’usanza terminò, ma scommetto a malincuore.

    Il profumo della focaccia può far commuovere sino alle lacrime un ligure che viva lontano da casa; non è il solito profumo di pane: è il profumo di focaccia, tutto diverso, unico.

    Perché la focaccia può ispirare pensieri sublimi e poetici anche a chi ha l’anima di coccio.
    E non credo esista persona al mondo che non ami la focaccia; basta assaggiarla una volta, per innamorarsene.

    Vittorio G. Rossi, il grande giornalista scrittore nato a Santa Margherita, in Maestrale (Mondadori, 1976) così scriveva:

    Essa è la nostra focaccia ligure, niente a che fare con le pizze cosparse di condimenti; essa è una delle cose più semplici che ci sono, semplice come l’acqua di sorgente; è pasta di farina, sale e olio; è cotta nel forno su una lamiera di ferro triangolare; ha lo spessore di un dito mignolo, anche di meno; con le punte delle quattro dita di una mano e le quattro dell’altra, il fornaio la ricopre di buchi; in essi si raccoglie l’olio d’oliva come le lacrime di un pianto, ma è un pianto di gioia.
    La focaccia bisogna mangiarla appena esce dal forno; allora brucia le mani, ha tutto il suo olio vivo e sano e caldo, e bisogna mangiarla camminando lentamente, come se si pensasse alla fondazione del mondo; e non si deve pensare a niente, solo alla focaccia che si sta mangiando.
    E se si è in vista del mare, è meglio ancora: la focaccia allora si condisce anche di mare
    .”

    E questa è la ricetta, se volete provare a farla a casa:

    500 gr di pasta di pane già lievitata; sale grosso; olio extravergine d’oliva.

    La teglia classica in cui si cuoce la focaccia si chiama “lama“, contenitore rettangolare grande grande, coi bordi molto bassi; in casa si può usare una semplice teglia da pizza. E sarebbe perfetto il forno a legna, ma non si può pretendere troppo dalla vita…
    Allora: disporre uniformemente e in modo sottile (piuttosto fatene due, di teglie) la pasta sulla teglia unta, spargendo qua e là dei granellini di sale grosso; versare l’olio e con la punta delle dita (indice, medio, anulare e mignolo di ambo le mani) schiacciare la pasta producendo le classiche fossette (gli “ombrisalli“, ombelichi).
    Infornare a 240° per 25 minuti.
    Togliere la teglia dal forno, spennellare la focaccia con un poco d’olio e servire. Ma prima di gustare, annusare profondamente pensando intensamente al mare…

    ©Mitì Vigliero

    Genova: dichiarazione d’amore alla mia città

    Pubblicato da Miti' il 10 Agosto 2008
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    (colonna sonora)

    Genova col porto che ti accogliecome un abbraccio spalancato ; con piazze come De Ferrari o Corvetto  che vista dall’alto sembra il perno di un ventaglio di strade aperto sul turchese del mare.

    Vedere la Foce, chei foresti non capiscono perché mai si chiami così, e scoprire che è a causa di un fiume che a un tratto scompare coperto da viali e giardini; ed abbinare all’immagine le parole del recitativo “La nostra spiaggia” di Bruno Lauzi, che alla Foce nacque e passò gli anni più belli della giovinezza:

    “Ricordo che c’erano solo i relitti delle chiatte da sbarco,
    quello che era il parco giochi di chi sognava l’avventura
    e lungo tutta la Foce l’acqua era limpida e pura
    e sugli scogli i pescatori avevano la mano sicura:
    è così che tanti anni fa era il nostro quartiere…”

    Vedere all’improvviso Boccadasse, sorpresa sempre nuova,intatto borgo pescatore in riva al mare, superstite glorioso alla civiltà urbanistica e romantico testimone di un tempo che fu.
    E osservandola così ritratta nella sua pace, si capisce bene la poesia di Edoardo Firpo

    O Boccadaze, quando a ti se chinn-a
    sciortindo da-o borboggio da çittae,
    s’à l’imprescion de ritorna in ta chinn-a
    o de cazze in te brasse d’unna moae.
    Pa che deslengue un po’ l’anscia da vitta
    sentindo come lì s’eggian fermae
    ne-a bella intimitae da to marinn-a
    a paxe antiga e a to tranquillitae.

    O Boccadasse, quando si scende a te
    uscendo dal subbuglio della città,
    si ha l’impressione di ritornare nella culla,
    o di cadere fra le braccia d’una madre.
    Pare che si sciolga un po’ l’ansia della vita
    sentendo come lì si sian fermate
    nella bella intimità della marina
    la tua pace antica e la tranquillità.

    Ecco, tranquillità; pura serenità il sentimento che si prova a guardare Genova in alcune sue giornate.
    Immergersi nei suoi colori; colori tenui, nulla di urlato: cipria, terracotta, cenere, albicocca. E pistacchio, sale, pepe, zafferano, un pizzico di cannella e peperoncino: quelle “droghe” un tempo così amate dagli antichi mercanti di qui, spiccano ancora nel paesaggio con funzioni di chiaroscuro.

    E scoprire così chela luce di Genova è dolce e lenitrice.
    Di giorno, un giorno magari sferzato dalla tramontana, la luce è vitale, tutto sembra nitido, lavato di fresco e si rischiarano anche le idee, si raffreddano le rabbie, svaniscono le nebbie della malinconia.
    Invece la luce della sera ricopre per un lungo attimo di rosa confetto le facciate e d’argento le centinaia di tetti d’ardesia, facendoli luccicare come altrettante scaglie di mare.

    E Genova, così come sa regalare tramonti struggenti, sa donare notti di fiaba; quando sulle alture si accendono lumini da presepe, la città dorme sotto la Luna mentre il porto e i lungomare indossano i loro gioielli più belli che riflettono sull’acqua lunghe catene scintillanti, palpitanti scie d’oro e diamanti chefanno sognare l’anima.

    ©Mitì Vigliero

    L’Italia dai nomi strani

    Pubblicato da Miti' il 8 Agosto 2008
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    Le ferie estive sono un ottimo momento per studiare la toponomastica italiana; e vi assicuro che non è affatto una scienza noiosa.

    Ad esempio, quei beati che nel genovese si sono crogiolati al sole di Rapallo, lo sapevano che l’elegante cittadina in realtà un tempo era una palus, palude?

    Portofino    era il portus prediletto dai delphini; tenerissima Camogli, “casa delle mogli” sempre sole per via dei mariti naviganti di professione.
    Per questo ancora oggi le navi mercantili che passano al largo del borgo suonano lunghi colpi di sirena: simbolico saluto di uomini alle loro compagne lontane.

    Riccione invece era ricca di arcion, piante di tasso barbasso mentre a Follonica(GR), fullonica, si andava per lavare i panni.

    Se siete in montagna a Brunico(BZ) sappiate che prende il nome dal vescovo Bruno, costruttore del locale castello; andando sull’Adamello, guardando i luccicanti candidi ghiacciai, capirete come sia logico che derivi dal latino adamas, “diamante”.

    In vacanza sul lago si scoprirà cheFiumelatte(CO) è il nome del torrente che si getta nel lago con salto quasi perpendicolare di 300 metri provocando una densissima spuma candida come il latte, appunto; scorre solo da marzo a ottobre, e quando piove molto diventa rosso come vino annacquato.

    E se, tornati in città, qualcuno si vanterà con voi d’esser stato in ferie a Filadelfia, prima di dire “oooh..!” assicuratevi che non si tratti di quella in provincia di Catanzaro; d’altronde in Italia ci sono due paesi che si chiamano California, il primo in provincia di Modena, l’altro in Brianza, vicino a Lesmo: la cosa non dovrebbe stupire, visto che in California esistono posti made in USA nomati Venezia, Napoli e Lodi.

    In Italia però ci sono luoghi dai nomi davvero strani; nell’astigiano è divertente passare in auto e leggere l’uno dopo l’altro quelli di quattro paesi in fila: Frinco, Zanco, Tonco e Mango.

    In provincia di Alessandria c’è Alluvioni Cambiò, che un tempo si chiamava Sparvara ed era un fiorente borgo medioevale con tanto di castello posto sulla sponda sinistra del Po; ma una notte buia e tempestosa il fiume ruppe gli argini, facendo strage di case e genti. Non solo, Quando il giorno dopo i superstiti si guardarono attorno, si accorsero con stupore di essere finiti sulla sponda destra; il Po aveva cambiato corso. Così gli alluvionati decisero, in perenne ricordo del fatto, di ribattezzare il loro paese.

    Esistono nomi brevissimi come Lu (AL), Alà(SS), Alì(MS), o sportivi come Calcio(BG), Fallo(CH) e Piscina(TO); si sa che l’Italia è ricca di fonti, terme, sorgenti e perciò vi è un incredibile numero di paesi il cui nome inizia per Acqua seguito da vari aggettivi: fredda(BS), canina(MC), formosa(CS), negra(CR), pendente(VT), viva(CB): persino santa(AP), seria(CO) e lagna(PS) per il fastidio provocato dall’incessante scorrere dei fiumi Burano e Candigliano.

    La toponomastica ha pescato a piene mani sia dal regno vegetale battezzando un luogo col nome di piante, fiori e frutti che lo caratterizzavano -Nespolo(RI), Mirto(ME), Oliva(PV),Olmo(BG); Pigna(IM); Pero(MI), Pesco(BN), Noci(BA)- che da quello animale, vero o soprannome umano che fosse: Cicala(CZ), Falcone(ME), Tortora(CS), Gallo(CN e CE), Leonessa(RI), Pavone(TO). Felino(PR) invece non ha nulla a che fare coi gatti, ma deriva dal latino figulinus, “fabbricante di vasi”.

    Anche le caratteristiche fisiche del posto o del suo antico proprietario servivano all’uopo; un esempio ne sono Occhiobello(RO), Destro(CS), Erto(PN), Vasto(CH), Spessa(PV), Lustra(SA),Donnadolce(RG): ma chissà che mucche infelici nei pascoli di Pocapaglia(CN)… Il numero 3 ha sempre qualcosa di magico e divino, nonostante ciò che possa seguirlo: per questo in provincia di Catania troviamo Tremestieri, Trepunti, Trepuzzi, mentre nei dintorni di Sondrio esisteTreppalle.

    Se ci sono paesi dai nomi gentili e allegri come Bene(CN), Benestare(RC), Benetutti(SS),Ameno(NO), Campodimiele (LT), Buonabitacolo(SA), Sostegno(VC) e Buonvicino(CS), ne esistono anche di poco rassicuranti quali Malvicino(AL), Bomba(CH), Ossaia(AR) e Strozza(BG), oppure tristissimi quali Travagliato(CS), Sospiro(CR), Tornimparte(AQ) e Femminamorta(PT).

    Meglio la quiete di posti mistici dove Casto(BS), Morigerati(SA) e Provvidenti(CB) si sentirebbero a proprio agio: parlo di Altare(SV), Cappella(CR), Candela(FG), Cardinale(CZ) eCattolica(FO).

    In compenso chissà quanti agognerebbero trascorrere ferie felici a Canna(CS) o a Belvedere di Spinello(CZ)…

    Perché l’Italia è un paese libero, democratico e parcondicèsco: infatti se esiste Bellona(CE) può esserci pure Barbona(PD); se c’è Primiero(TN) c’è anche Ultimo(BZ).

    E se capisco che magari abitare a Castrofilippo(AG, eppòvero Pippo…) o a Cessalto(autostrada Trieste-Mestre, cercatevelo un po’ da soli), piuttosto che a Bastardo o a Casa del Diavolo (ambo in provincia di Perugia) o magari Aramengo(AT) possa causare qualche problema anche psicologico, mi domando invece quanto siano felici gli abitanti di Carini(PA) e di Bellino(CN): l’importante per questi ultimi è che il nome del loro paese non venga pronunciato da un ligure…

    Voi ridete, ma forse non sapete che -ad esempio- Cantello(VA), a tre km dalla Svizzera, sino a poco tempo fa si chiamava (ehm) Cazzone; Piero Chiara raccontò che il cambiamento venne chiesto non dagli abitanti, bensì dal Comando generale della Guardia di Finanza a seguito delle lamentele dei militari accasermati in quel luogo di confine e stanchi di ricevere dalle famiglie lettere con su scritto come indirizzo “A Salvatore Cacace, Cazzone“.

    Stessa cosa accadde a Lieto Colle(CO), pur’esso al confine confederato e sede di caserma della Finanza, che in origine si chiamava Figazzo; sempre nel varesotto Cazzago ha invece coraggiosamente mantenuto il suo nome, come il monte Baciaculo(BS).

    Infine sappiate che cercare di scoprire l’origine di alcuni toponimi è terribilmente difficile nonché estremamente faticoso: abbiate pietà di me e limitatevi quindi ad assaporare l’armonia meramente surreale di splendidi nomi quali Ioppolo Giancaxio(AG), Lettomanoppello(PE), Portobuffole(TV), Lunamatrona(CA), Monte Vidon Combatte(AP) nonché quello che forse allude a voi, che durante ogni vacanza vi sparpagliate allegramente per l’Italia:Foresto Sparso(BG).

    ©Mitì Vigliero

     

    Perché è bello non andare in vacanza

    Pubblicato da Miti' il 4 Agosto 2008
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    Quest’estate pare che il 75% degli italiani abbia dichiarato di non andare in ferie per motivi vari; lavoro, famiglia, soldi.

    Comunque sia, è una buona scelta: chi l’ha detto che uno, d’estate, debba andarsene per forza in vacanza?

    Sta scritto da qualche parte? E’ un obbligo sociale?

    Durante le ferie non ci si distrae mai veramente: se uno ha grane in ufficio, se le porta mentalmente dietro anche al club Mediterranée, così resta sempre coi musi o ancorato al cellulare per tentare di risolverle da lontano.

    Inoltre in vacanza esplodono più facilmente le crisi di coppia a causa di gelosie o semplicemente perché uno voleva andare al mare e l’altro sui monti; indubbiamente in una città deserta vi sono meno tentazioni e di certo è molto meglio litigare liberamente nel proprio salotto o eliminare i dilemmi locativi semplicemente standosene fermi.

    E si vabbé in città restano pochi negozi aperti; ma esistono i supermercati, basta fare scorta come gli abitanti della Florida in attesa degli uragani.

    Nei luoghi di villeggiatura invece i negozi di alimentari sono strapieni e perché uno magari appena tornato sudato, sporco, stravolto dalla spiaggia o da scampagnate sui bricchi sognando una doccia, deve farsi una coda di due ore solo per comprare 3 etti di pane? Eh?

    Per una donna poi andare in vacanza nella “seconda casa” vuol dire non riposarsi affatto perché deve cucinare, lavare, stirare, pulire esattamente come fa in città, anzi: di solito le seconde case sono meno organizzate della prima, non c’è la lavapiatti, la scopa elettrica latita…

    Sì certo negli alberghi si sta più comodi, però è anche facile non trovarsi a proprio agio (stanze rumorose, troppo calde, armadi minuscoli) o sopportare convivenze semi obbligate con persone antipatiche o rompiballe.

    Inoltrele ferie sono dannose alla salute.

    Tutti i dietologi vi parleranno per ore dell’alimentazione errata e squilibrata cui tutti i vacanzieri si sottopongono, tornando a casa più grassi e con il pancino in disordine.

    Anche starsene troppo al sole fa male; favorisce i melanomi, ci si scotta, ci si spela, la pelle s’inaridisce, vengono le rughe; guardatele bene le facce di certi sempre abbronzati ultraquarantenni: sembrano di cuoio come quella di un vecchio apache.

    Se i costumi da bagno in nylon uniti al sudore, all’acqua di mare e alla sabbia provocano eczemi da contatto, vivere immersi nella natura fra prati e erbe cagiona spessissimo nei metropolitani abituati al cemento congiuntiviti e allergie respiratorie; sorvolo su altre malattie “del gatto” determinate dall’iperattività sessuale favorita dall’incosciente - in ogni senso - clima vacanziero.

    E gli animali pericolosi? In mare ci sono le meduse, nella sabbia le tracine, tra le rocce le vipere, ovunque gli insetti: chi se ne va in ferie su favolose spiagge del centro-sud America, ad esempio, è quasi certo che si becchi la nigrans, una larva schifosa che entra nella pelle e vi cammina lasciando una lunga scia rossa…Ma anche gli insetti nostrani non scherzano e si sa che essere morsicati da una zanzara a Milano urta psicologicamente meno che esserlo da una rapallina.

    Infine non è mica vero che in vacanza ci si rilassa e riposa, anzi; la smania del divertimento a tutti i costi costringe a spostamenti massacranti e orari incredibili per vedere tutto o sfruttare ogni luogo ludico a disposizione, col risultato che uno torna in città a lavorare più stanco e nevrotico di prima. 

    E  ora impariamo a memoria questo post, cercando di autoconvincerci che quelle code chilometriche d’auto che intasano le autostrade in questi giorni sono solo ologrammi, mentre noi facciamo benissimo a passare le ferie in città.

    Sigh. 

    ©Mitì Vigliero