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    Genova: dichiarazione d’amore alla mia città

    di Miti', pubblicato il 10 Agosto 2008

    (colonna sonora)

    Genova col porto che ti accogliecome un abbraccio spalancato ; con piazze come De Ferrari o Corvetto  che vista dall’alto sembra il perno di un ventaglio di strade aperto sul turchese del mare.

    Vedere la Foce, chei foresti non capiscono perché mai si chiami così, e scoprire che è a causa di un fiume che a un tratto scompare coperto da viali e giardini; ed abbinare all’immagine le parole del recitativo “La nostra spiaggia” di Bruno Lauzi, che alla Foce nacque e passò gli anni più belli della giovinezza:

    “Ricordo che c’erano solo i relitti delle chiatte da sbarco,
    quello che era il parco giochi di chi sognava l’avventura
    e lungo tutta la Foce l’acqua era limpida e pura
    e sugli scogli i pescatori avevano la mano sicura:
    è così che tanti anni fa era il nostro quartiere…”

    Vedere all’improvviso Boccadasse, sorpresa sempre nuova,intatto borgo pescatore in riva al mare, superstite glorioso alla civiltà urbanistica e romantico testimone di un tempo che fu.
    E osservandola così ritratta nella sua pace, si capisce bene la poesia di Edoardo Firpo

    O Boccadaze, quando a ti se chinn-a
    sciortindo da-o borboggio da çittae,
    s’à l’imprescion de ritorna in ta chinn-a
    o de cazze in te brasse d’unna moae.
    Pa che deslengue un po’ l’anscia da vitta
    sentindo come lì s’eggian fermae
    ne-a bella intimitae da to marinn-a
    a paxe antiga e a to tranquillitae.

    O Boccadasse, quando si scende a te
    uscendo dal subbuglio della città,
    si ha l’impressione di ritornare nella culla,
    o di cadere fra le braccia d’una madre.
    Pare che si sciolga un po’ l’ansia della vita
    sentendo come lì si sian fermate
    nella bella intimità della marina
    la tua pace antica e la tranquillità.

    Ecco, tranquillità; pura serenità il sentimento che si prova a guardare Genova in alcune sue giornate.
    Immergersi nei suoi colori; colori tenui, nulla di urlato: cipria, terracotta, cenere, albicocca. E pistacchio, sale, pepe, zafferano, un pizzico di cannella e peperoncino: quelle “droghe” un tempo così amate dagli antichi mercanti di qui, spiccano ancora nel paesaggio con funzioni di chiaroscuro.

    E scoprire così chela luce di Genova è dolce e lenitrice.
    Di giorno, un giorno magari sferzato dalla tramontana, la luce è vitale, tutto sembra nitido, lavato di fresco e si rischiarano anche le idee, si raffreddano le rabbie, svaniscono le nebbie della malinconia.
    Invece la luce della sera ricopre per un lungo attimo di rosa confetto le facciate e d’argento le centinaia di tetti d’ardesia, facendoli luccicare come altrettante scaglie di mare.

    E Genova, così come sa regalare tramonti struggenti, sa donare notti di fiaba; quando sulle alture si accendono lumini da presepe, la città dorme sotto la Luna mentre il porto e i lungomare indossano i loro gioielli più belli che riflettono sull’acqua lunghe catene scintillanti, palpitanti scie d’oro e diamanti chefanno sognare l’anima.

    ©Mitì Vigliero

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    2 commenti a “Genova: dichiarazione d’amore alla mia città”

    1. Di Placida Signora » Blog Archive » Come voi andate in altre case in vacanza…

      […] Vi aspetto lì, per raccontarvi un po’ della mia Genova :-* […]

    2. Di Renata Gemma

      Italiana all’estero, nel piovoso e brumoso Belgio, leggo con piacere e nostalgia i testi poetici che trasmettono un’emozione sincera e un amore autentico per la città di Genova.
      Per me un bel ricordo di giorni assolati….
      Renata