“Ciao, sono tornata”.
Nelle precedenti puntate la popstar che ha dato il nome alla categoria “Lily Allen ha sempre ragione” aveva troncato ogni contatto con la Rete, dichiarandosi “neo-luddista” e (pare) gettando dalla finestra anche il cellulare.
A quattro mesi di distanza, sopravvissuta tramite cose come la spiritualità indiana o questa graziosa robottella, Lillina ha ripreso in mano i ferri del mestiere. Ma rispetto al flusso quasi ininterrotto di messaggi dei vecchi tempi la situazione sembra essersi tamponata: in una settimana lei ha twittato con parsimonia, usando i suoi quasi due milioni di follower (rimasti in fedele attesa durante lo iato) come pubblico per attrarre l’attenzione su un’asta per Haiti.
Nel frattempo Katy Perry scopriva che Russell Brand le avrebbe proposto il matrimonio tramite Google.
Non nel senso che lei ha digitato “lui sta per chiedermi di sposarlo?” e ha schiacciato il tasto mi sento fortunata, ma che la notizia era in cima in cima alle “notizie di attualità” sulla home page del motore di ricerca.
Certo, se imposti il computer in modo da avere il tuo nome in Google Alert, questo può succedere. E tende a smorzare l’effetto sorpresa.
Tra parentesi, nella migliore tradizione di American Pie, la signorina Perry si è trovata anche con un amico che ha twittato al suo posto, facendo sì che frasi come “è normale avere vesciche e irritazione costante alla vagina?” arrivassero in un lampo a tutti i suoi follower (1.700.000. Circa. Lillina ti batte).
E ora, una modesta proposta: se proprio avete voglia di seguire il Twitter di una celebrità, provate con Olivia Wilde. Che, a seconda di quanto siete vecchi, assocerete a Alex Kelly o alla dottoressa Remy “Tredici” Hadley. Lei non solo si dedica all’attivismo da divano, ma è simpatica, legge sempre, linka articoli interessanti e dice cose quali “essere un attore è come acconsentire a prendere un sacco di botte in faccia con qualche breve pausa in cui mangi del gelato buonissimo”.
(Grazie, Twitter. Prima non c’era il sole, e adesso c’è.)
Bloggato da Violetta Bellocchio
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Mi diverto sempre molto quando gli omini marketing che devono lanciare un prodotto dall’aspetto scadente puntano sull’effetto-novità.
Gli omini marketing alle cui manone è stato affidato Mr. Right, una commedia britannica girata come una televendita in un mondo eccezionalmente piovoso, fanno circolare un comunicato stampa che dice: “questa è la prima hom-rom-com! Capite? La prima commedia romantica dove sono tutti maschi! E gay! Non è bellissimo?
Uh. No.
Primo, “commedia romantica con maschi” non ti fa venire in mente Billy Wilder. Piuttosto la recente ondata di robe alla Certamente, forse, dove al centro della trama c’è un maschio che “si comporta da donna” (leggi: da donna nei film che odiano le donne). E il fatto che lui sia Ryan Reynolds non sposta alcunché.
Secondo, lasciando stare le soap opera come “Queer as Folk” e “The L Word“, di commedie romantiche ma anche gay ne vediamo passare minimo una al mese dal 2000. Anno in cui uscì Il club dei cuori infranti, un film più patinato ma lanciato con le stesse modalità (”Pensate, amici! Finalmente sarete i protagonisti di una sbrodolata zuccherosa dove l’inevitabile tragedia del pre-finale colpisce il personaggio di cui non gliene frega niente a nessuno! Non è bellissimo?”).
Terzo, io di commedia romantica ma anche gay che superasse il test di decenza estetica Mia Mamma (se mia mamma lo trova su Retequattro ne guarda mezz’oretta?, sì/no) ne ho vista una. Quella della foto a lato. Imagine Me & You. Che era comunque fatta per non infastidire nessuno, ma aveva attori di buon livello (forse la redenzione di Lena Headey è iniziata lì?), e la morale non prevedeva la trasformazione dell’umanità intera in una massa che bela “True Colors”.
Quarto, hom-rom-com ha un suono orribile. E spiacente, ma se si tratta di abbreviazioni in questa casa accettiamo solo zom-com.
Seguitemi dopo il “continua a leggere” che tiriamo le somme, dai.
Bloggato da Violetta Bellocchio
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E così il marito di Amy Winehouse ha avuto una storia con una persona transessuale. Conosciuta su Facebook. Una persona che potrebbe lavorare come female impersonator di sua moglie.
La notiziola è stata riportata in tutti i modi sbagliati.
Con “modi sbagliati” si intende “citare il marito di Amy Winehouse per nome e cognome, dandogli diritto a un’esistenza autonoma sulle nostre labbra”; “prendere assolutamente per buona la versione dell’altra donna, che è stata venduta a un tabloid inglese, con tanto di foto-canaglia scattate (forse) all’insaputa di lui”; “chiamare tranny la persona transessuale, dato che equivale a darle del travone in italiano”; e soprattutto “strillare OH MIO DIO, E’ PROPRIO COME LA MOGLIE DEL SOLDATO”.
Il paragone si giustificherebbe (in teoria) perché la persona di cui si parla - Mia McHugh, anni 17 - si è fatta impiantare protesi al silicone per il seno, ma deve ancora affrontare l’intervento tramite cui le verrà costruita una vagina; la sua temporanea identità maschile sarebbe venuta allo scoperto solo durante un primo appuntamento, ma il marito di Amy Winehouse l’avrebbe presa sportivamente, intrecciandoci una breve relazione.
Non ho mai capito quanti anni avete in media voi che leggete questo blog. A volte credo meno di trenta. Perciò, via col supplemento didattico.
Bloggato da Violetta Bellocchio
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La settimana scorsa, come accade, la conversazione è stata dominata da un “caso” preparato apposta. Per circa un giorno.
Il caso era la prima proiezione pubblica di The Killer Inside Me, il film tratto da uno dei più grandi romanzi americani del dopoguerra (L’assassino che è in me di Jim Thompson). L’incidente scatenante, se vogliamo chiamarlo così, sono un paio di scene con violenza a forte componente sessuale.
Ad esempio Jessica Alba che prende botte in faccia per tre minuti di fila.
Questo ha dato la stura a una serie di piccoli episodi buffi, come la gente che conta quante persone si alzano e se ne vanno dal cinema durante i punti clou, oppure la donna che urla “vergognati, schifoso!” durante l’incontro con il regista.
Questo ci permette anche di capire che i cine-giornalisti americani in massima parte non conoscono la narrativa del loro stesso paese: L’assassino che è in me è raccontato dal punto di vista del protagonista, che si eccita quando fa del male, e quanto si poteva risolvere in un pomeriggio di lettura (o un giro su Wikipedia) trova impreparata la categoria professionale che avrebbe dovuto essercisi formata sopra.
Se un libro o un film hanno per protagonista un soggetto così, e se quel libro o quel film non trasmettono almeno parte della sua eccitazione a chi legge o guarda, vuol dire che l’autore ha fallito. (O che il lettore/spettatore MENTE.) Il giudizio etico sui fatti narrati è un altro paio di maniche, e un buon creatore di mondo dovrebbe comunque essere capace di farlo passare in modo sottile, oppure affidarsi del tutto all’interpretazione del pubblico.
Detto ciò, il film è probabilmente orribile. Vediamo perché.
Bloggato da Violetta Bellocchio
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Vi dò il benvenuto a Dammi Tutti I Tuoi Soldi, un nuovo appuntamento mensile dedicato a pupazzi, giochi, catenine e fritti misti. Se avete mai comprato qualcosa, morirete dalla voglia di prendere tutto quanto gli è anche solo lontanamente legato. E’ la legge che ve lo impone.
Cominciamo con il manga tratto da o ispirato a “Gossip Girl”, che potete vedere nell’adorabile vignetta alla vostra sinistra oppure più nel dettaglio qui. Venendo incontro all’ovvio consenso di massa per Blair Waldorf, l’avventura promette di eliminare qualunque altro personaggio. Mi piace questo approccio. Mi piace anche il modo in cui Chuck Bass è diventato l’emoticon di una faccina che morde. E attinge a piene mani nel repertorio del ragazzo omosessuale di Clueless.
Simile trattamento fumettoso ma diverso artista e formato tocca a “Twilight”: ottimo investimento, data la nota disponibilità all’acquisto da parte dei faaaaans, felici di sapere che Stephenie Meyer ha potuto mettere becco anche nella sceneggiatura della graphic novel. (Nessun commento sullo scempio commesso ai danni di Cime Tempestose.)
La cosa più interessante però è il progetto di un reality show che racconti le vite dei veri abitanti di Forks, Washington. Stando alle notizie, i produttori starebbero cercando “persone qualsiasi” come soggetti ideali. Buona fortuna, visto che oggi la metà degli abitanti di Forks si guadagna da vivere grazie al turismo a tema. (E gli alberghi offrono Twilight Rooms all’altezza delle aspettative.)
E finiamo con il porno, come è giusto che sia: se vent’anni fa l’industria produceva parodie dei film di maggior successo, la tendenza ora si è stabilizzata a favore delle serie tv. Hustler presenta un listino 2010/11 tutto dedicato al filone. Potrete quindi osservare le vostre fanfiction di “CSI”, “Glee” e “The Hills” mentre prendono vita. L’avete già fatto con “Beverly Hills 90210“.
(Un dubbio: l’esperienza è o non è più interattiva rispetto a questo?)
Bloggato da Violetta Bellocchio
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