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logan-lerman.jpgIl ragazzo a sinistra è Logan Lerman. E’ il vostro nuovo Spider-Man.

Bellino, eh.

Se c’è qualcosa di molto grosso in preparazione, ed esce subito un nome sicuro anziché una lista di candidati, quello che esce per primo va da considerarsi bruciato. Mai capito perché, ma è così. Immaginiamo per un secondo che la regola salti.

Logan Lerman sembra la versione minorenne di Jim Sturgess, che doveva fare il musical di Spider-Man a teatro (sì, lo so), e in comune con il prototipo ha la tendenza a farsi vedere solo in film dove dopo dieci minuti o te ne vai o ti concentri sulle giacche. (Il prototipo ha anche la curiosa distinzione di avermi trasformato in statua di sale attraversando una stanza, ma questo non giustifica il mezzo.) Quindi il nuovo Uomo Ragno dev’essere pucci, avere il frangettone, ed essere già sotto contratto per un’altra saga.

E sappiamo tutti che l’unica persona capace di tenere il piede in due saghe è Ryan Reynolds. Perché a. è canadese e b. si nutre di amore universale, come le piante.

L’equazione pucci però porta a cose inconcepibili per una mente normale, come John Krasinski di “The Office” che fa il provino per Capitan America. John Krasinski. E se cercate “Capitan America” trovate una lista di candidati di cui l’unico mi faccia sorridere è Capitan Fantastico di “Chuck”.

Una tendenza, questa, che poi fa tirare la croce addosso alle donne, considerate colpevoli di rovinare magnifici film per tutti con le loro pretese di magliette bagnate, o di introdurre sciocche trame sentimentali in prodotti che avrebbero solo guadagnato dal restare attaccati all’azione.

Seguitemi, grazie.


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robert-pattinson.jpgSfoglio sempre col sorriso sulle labbra “Details”, il succedaneo patinato di “Playgirl” che nel disperato tentativo di passare per un mensile maschile una volta l’anno appiccica ai suoi bellissimi e intensissimi cover dudes un contorno di gnocca. Con la naturalezza di chi racconta una barzelletta sconcia dandoti di gomito ogni due secondi e dicendo eh? eh? niente male, eh?.

Se però si vuole essere un giornale per uomini veri, mettere Robert Pattinson in copertina è una mossa azzardata. 

Pattz comincia a starmi pericolosamente simpatico, specie quando viene intervistato da qualcuno che lo conosce un po’ meglio del solito (qui è Jenny Lumet, la sceneggiatrice di Rachel sta per sposarsi) e che ha la capacità di tirargli fuori cose buffe. Parlando del servizio di copertina, che - appunto - lo vede circondato da donne ignude (qui lo potete vedere sotto forma di filmino), lui commenta così l’intera esperienza: “odio la vagina. Sono allergico alla vagina. Non avevo idea di cosa dire a quelle ragazze. Grazie a Dio mi stavo riprendendo da una sbronza.”

Prosegue poi paragonando queste foto all’atmosfera che si respirava nel porno degli anni ‘80, dove “c’era qualcosa di pittoresco e molto dolce, e tutti amavano il loro lavoro”.

Io negli anni ‘80 facevo le elementari e Pattz nasceva, quindi siamo entrambi molto preparati sull’argomento, però “pittoresco” non è il primo aggettivo che viene in mente per la pornografia del periodo. Un periodo in cui Traci Lords girava film a quindici anni col documento falso, Gregory Dark sadicizzava i suoi attori per ottenere interpretazioni più vere (bravo regista, tra l’altro) e le tette di Christy Canyon erano ancora le sue. Un periodo in cui si passava dalla pellicola al video. Capite? Al video.

Mi trovo perciò costretta a credere che il porno visionato da Pattz si trovi nel circuito amatoriale e provenga dalla collezione privata di sua zia.

A meno che con “pittoresco” lui intendesse “a volte si vedevano anche donne non totalmente depilate”, e allora. Ma sì, anch’io ti voglio bene.

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michael-fassbender.jpegE’ bello quando qualcosa fa scoppiare la testa a tutti nello stesso momento. Ti senti meno speciale, ma il piacere della condivisione ti leva il fardello ossessivo dalle spalle.

Michael Fassbender ha trentadue anni.

Michael Fassbender è quello che in Bastardi senza gloria alza le tre dita sbagliate.

Per citare un autore di riferimento, “ha i capelli rossi ma non troppo rossi, è virile ma non troppo virile, magro ma non troppo magro, tedesco ma non troppo tedesco (sì, nemmeno io so cosa intendo)”.

Finalmente uno che sembra abbastanza sveglio e age-appropriate. Un androide benevolo concepito per portare allo scoperto tutte le cose a cui magari una donna pensa, ma che mai tirerebbe fuori mettendoci nome e cognome, perché le fantasie femminili diventano approvate dalla cultura di massa quando è un uomo a metterci il sigillo. (Traduzione: la cultura maschile ci spiega cosa pensare, così noi compriamo i vibratori che loro hanno scelto e prodotto, quando invece bisogna cercare chi ne trae il beneficio bla bla bla dittatura patriarcale bla bla bla “Firefly” bla bla bla la scena del provino in Mulholland Drive. To’, oggi s’è fatto presto.)

Bene. Se certa roba mentale, gotica persino, eravamo rassegnate a portarcela dentro, adesso esiste uno che è un grande attore e un figo della madonna. La cui intera carriera presente e futura consta nel dare corpo alla nostra roba mentale. Almeno, parte della nostra roba mentale. E’ fatto per noi.


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mark-ronson.jpgDo per scontato che abbiate passato quattro giorni incollati al divano col cellulare in mano per far vincere un ex concorrente di “Amici”, oppure abbiate guardato il Festival “ironicamente”, per “mettervi in contatto con il paese reale” (siete gentaglia). In ogni caso, siete stati una settimana a ascoltare del pop orrendo senza esserci costretti.

E quindi, parliamo di Mark Ronson.

Ha avuto fortuna nel 2007, con “Version“, un disco tutto di cover che faceva piangere i miei amichetti perché prendeva gli Smiths e i Radiohead, li affidava a voci come Lily Allen e ci metteva trombe ovunque.

Nel frattempo Ronson ha continuato a lavorare da produttore, ha rischiato di fare il tema del nuovo Bond insieme a Amy Winehouse, ha messo un po’ i dischi in giro, ha avuto diverse fidanzate. E ora che sta lavorando al disco nuovo, pare che tutti gli facciano una sola domanda: “allora, questo album? Ci hai messo ancora le trombe dappertutto?

Lui sembra offeso, e coglie ogni occasione per dire che no, in questo disco non ci sarà la sezione fiati, e no, non sarà un altro disco di cover. Ma per scriverlo ha collaborato con diversi autori dei pezzi “storici” del vecchio album. Cathy Dennis, ad esempio: l’ex popstar britannica anni ‘90 riciclatasi con grande successo come compositrice (ha scritto “Toxic” per Britney Spears, due dei pezzi più belli di Kylie Minogue, e sì, anche l’infame “I Kissed A Girl” è sua). Il passaggio dietro le quinte sembra una transizione ricca di soddisfazioni, per chi non dipende dal palcolscenico come unico canale di socialità e/o validatore della propria autostima. Un po’ come è successo a Linda Perry dei 4 Non Blondes, quando sulla sua strada ha incontrato Pink.
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levi-johnston.jpgLevi Johnston è senz’altro più conosciuto a casa sua che in Europa. Per parlare di lui, qui, bisogna prendere l’itinerario panoramico. Come “l’elettricista diciannovenne padre naturale del nipote di Sarah Palin”.  Oppure “la prova che predicare l’astinenza porta a buffi risultati in casa propria”.

L’anno scorso, dopo la sconfitta elettorale dell’ex futura suocera, Johnston e la sua famiglia sono stati intervistati a ripetizione, offrendo una versione dei fatti molto diversa: là dove i Palin dicevano “Levi è un opportunista che ha abbandonato il suo bambino”, lui ribatteva “no, sono loro che non me lo fanno vedere”, oppure “me lo fanno vedere ma non posso tenerlo per una giornata“.

E a chi gli chiedeva “cosa farai in futuro”, rispondeva “non lo so. Magari il modello.”

Da allora ha posato per la copertina di “Playgirl” (eccolo qua) schivando il nudo frontale, ed è stato l’ispirazione per un film pornografico interpretato da qualcun altro. Il suo momento massimo di visibilità è coinciso con il tentativo da parte del suo manager di piazzare un possibile libro di memorie sul rapporto con Bristol Palin. Diritti cine-televisivi inclusi.

Oggi, sul versante familiare, le cose sembrano essersi (almeno in parte) rappezzate. Questa intervista-con-bambino in teoria starebbe lì a dimostrarlo.

Levi Johnston però ha fatto anche se stesso in questo spot pubblicitario.

(Su, andate a vederlo. Poi tornate qui e vi do ragione.)

Non è uno spot che deve solidificare l’idea “lui è famoso ma anche un gran simpaticone”, alla Michael Phelps sull’aereo. E’ uno spot che prende l’unico motivo per cui un elettricista dell’Alaska è assurto agli onori della cronaca, la sua inabilità al corretto uso del preservativo, e la trasforma nella pietra angolare di tutta la sua vita pubblica, per sempre e sempre e sempre.

Trovate voi una frase di chiusura, io devo andare a riprendere fiato con una photo gallery di incidenti ferroviari.

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