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  • lunedì, 08 settembre 2008

    Con più mogli si vive meglio

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 5 Settembre 2008
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    Secondo una ricerca condotta all’Università di Sheffield gli uomini poligami vivono più a lungo di quelli monogami. Lo studio è stato effettuato su soggetti ultrasessantenni di 189 Paesi e mostra che nelle 140 nazioni dove è permessa la poligamia, gli uomini vivono il 12 per cento in più che nelle 49 nazioni a cultura prevalentemente monogama. I due autori della ricerca, Virpi Lummaa e Andy Russell, hanno recentemente presentato lo studio alla Conferenza annuale della International Society for Behavioral Ecology di New York.

    Secondo i ricercatori, gli uomini monogami, una volta vedovi, tenderebbero a lasciarsi andare con più facilità, mentre l’uomo poligamo può sempre contare sulle altre mogli. In secondo luogo, un uomo che ha più mogli ha anche più figli ed il fatto di avere dei bimbi ancora da accudire oltre i sessant’anni rende l’uomo più motivato psicologicamente ad aver cura di sé stesso. 

    Poi c’è il «grandmother effect», già studiato e identificato da Virpi Lummaa. Lo studioso ritiene che, nell’evoluzione della specie umana, il ruolo delle nonne sia stato fondamentale poiché i figli di madri ancora in vita tendono a fare più figli e ad intervalli minori tra l’uno e l’altro. Le donne anziane infatti aiutano la prole a riprodursi, propagando così i propri stessi geni. Ovviamente nel maschio poligamo questo fattore benefico sarebbe ulteriormente amplificato.

    Chi vive lontano dal suo Paese di origine tuttavia, riesce con difficoltà a costruirsi una famiglia con più mogli, perché, come si sa, nei Paesi occidentali la poligamia è reato. Il teologo islamico Jamal al Banna è salito recentemente agli onori della cronaca per aver individuato una efficace soluzione: sposarsi e poi divorziare, ma solo sulla carta. In questo modo, assicura il teologo, si possono rispettare le leggi del Paese ospitante e non far torto ad Allah.

    Nel mondo musulmano tuttavia vi sono crescenti dissensi sulla poligamia, rappresentati in particolare da movimenti di donne che reclamano i loro diritti. Per chi si interessa della situazione delle donne in un Paese islamico, c’è da seguire l’interessante Blog della giornalista Delphine Minoui , corrispondente da Teheran per Le Figaro. Dalle immagini e dai testi presenti nel Blog si può capire che la situazione delle donne nei Paesi musulmani è oggi un vero e proprio “caos calmo”.

    Apprendiamo dunque che recentemente il movimento delle donne in Iran è riuscito ad annullare una proposta di legge volta a facilitare la poligamia. Obiettivo principale di questa legge, presentata all’inizio dell’estate da alcuni deputati conservatori era legalizzare la possibilità, per l’uomo, di scegliersi una seconda moglie all’insaputa della prima. Unica condizione posta al marito:  « necessità di provare di poter intrattenere le sue molte spose e trattarle in maniera equa ».

    Ufficialmente la poligamia non è proibita in Iran, anche se non è molto diffusa. La novità della legge contestata era nel fatto che il marito, per sposare una seconda donna, non aveva più da chiedere ed ottenere il permesso della prima. Una cosa davvero inaccettabile, in un Paese dove una donna che tradisce il marito è passibile di incorrere nella pena di morte. Per di più, la proposta tentava di ottenere una tassa sulla dote che le spose sono obbligate a portare al marito.

    Il troppo è troppo e questa volta si sono mossi anche alcuni ayatollah per contestare questa proposta di riforma del diritto di famiglia. Una vittoria per le femministe irachene dunque, anche se un’altra notizia oscura la felicità per la prima: una condanna a sei mesi di prigione per quattro attiviste (Mariam Hossein-khah, Nahid Keshavarz, Jelveh Javaheri et Parvin Ardalan),  che stanno conducendo una raccolta di firme  per la parità fra uomini e donne.

    Come vedete, per i diritti delle donne nei contesti non solo sociali, ma anche familiari, la strada è ancora in salita.

    Fonte: Blog Le Figaro
    Corriere della Sera
    Virgilio Notizie

    Giuliana Proietti

    Attività sessuale diversa dal coito e MST

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 3 Settembre 2008
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    Fare sesso non significa solo avere rapporti penetrativi tradizionali (pene-vagina), ma anche masturbazione reciproca, sesso orale, sesso anale ecc.

    Malgrado si tenda a ritenere che il sesso orale sia in aumento fra adolescenti e giovani adulti, la ricerca scientifica non evidenzia nulla al riguardo: sembra invece appurato che il sesso orale sia molto più frequente fra gli adolescenti che hanno già avuto un rapporto sessuale completo (vagina-pene) e che dunque le attività sessuali non coitali avvengano, fra gli adolescenti, in concomitanza con i rapporti sessuali completi.

    Il problema è che gli adolescenti, quando fanno sesso orale, non usano i preservativo, il che è pericoloso, perché li mette a rischio di contrarrre una MST (malattia sessualmente trasmessa). 

    Tuttavia, è bene specificare che il rischio di contrarre il virus HIV attraverso il sesso orale è minore che attraverso il sesso vaginale, mentre chi corre i maggiori rischi è il soggetto passivo nel rapporto anale. L’herpes invece si trasmette attraverso il bacio, il sesso orale, vaginale e anale.

    Tramite le attività non coitali si trasmettono inoltre gonorrea, clamidia, sifilide.

    Anche le lesbiche possono trasmettersi fra loro delle MST se una di loro o entrambe hanno avuto in precedenza un rapporto a rischio con un uomo.

    Che fare per limitare il rischio di contagio?

    Questi sono i consigli dell’American College of Obstetricians and Gynecologists:

    1. Limitare il numero dei partners sessuali,
    2. Fare degli specifici test prima di fare sesso non protetto con un nuovo partner,
    3. Usare sempre il condom e usarlo in modo corretto,
    4. Essere monogami,
    5. Astenersi dai rapporti sessuali 

    Fonte: Medical News

    Che dire? Visto che il punto 5 è difficilmente realizzabile, considerate almeno gli altri 4!

    Giuliana Proietti

    Link:
    American College of Obstetricians and Gynecologists

    Quando le donne non vogliono sposarsi

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 2 Settembre 2008
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    Ci sono tanti motivi per cui oggi le donne non vogliono sposarsi: alcune lo fanno per scelta personale, perché non trovano il marito adatto; altre come atto di ribellione, per non dover soccombere alle scelte altrui.

    Cominciamo con il parlare dei casi più tragici: quelli delle donne che si oppongono ai matrimoni forzati, combinati dalle famiglie d’origine. Il pensiero corre subito alla recente, drammatica storia proveniente dal Pakistan, dove sembra che siano state sepolte vive cinque donne, tra cui tre giovanissime, perché si erano opposte alla regola tribale del matrimonio combinato. (Il  fatto è accaduto in un remoto villaggio della provincia del Baluchistan, e il crimine sarebbe rimasto sconosciuto se non vi fosse coinvolto il fratello di un ministro di quella provincia. La denuncia è giunta in Occidente grazie all’Asian Human Rights Commission - Ahrc).

    L’abitudine di spingere le ragazze in età da marito verso partners scelti dal clan familiare anziché dalle stesse interessate sta tornando ad essere un problema anche da noi, fra la popolazione immigrata. Non a caso alcuni governi europei stanno da tempo considerando la possibilità di punire legalmente le famiglie che costringono i propri figli a questi matrimoni indesiderati. Le statistiche del “Foreign Office” britannico, ad esempio, parlano di 250/300 casi l’anno, ma si stima che molti casi non vengano denunciati. La maggior parte dei matrimoni forzati sembrano riguardare famiglie provenienti dall’India, dal Pakistan e dal Bangladesh, anche se alcuni casi hanno visto coinvolte famiglie mediorientali ed africane. 

    In questi Paesi, ancora oggi il matrimonio rappresenta per le donne l’unica via per affrontare il futuro ed è per questo che le ragazze del terzo mondo in genere non vi si oppongono, anche a costo di immolarsi vita natural durante ad un uomo che non amano e che non hanno scelto e che però sarà il loro compagno di letto, il padre dei loro figli.

    Nelle nostre latitudini altri sono i problemi per cui le donne non si vogliono sposare. Diciamo subito che il fatto rappresenta una novità: in genere infatti, fino a pochi decenni fa, erano sempre gli uomini a voler rimandare la data del matrimonio, che sentivano come un passo troppo impegnativo, cui se possibile conveniva rinunciare. Ricordate ad esempio…

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    Messaggi in Bottiglia: Ines Testoni

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 31 Agosto 2008
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    Oggi cominciamo con i nostri primi messaggi in bottiglia:

    ce li lascia INES TESTONI,  Professoressa associata di Psicologia Sociale presso l’Università degli Studi di Padova.

    Nata a Brescia il 12 agosto del 1957, Ines Testoni è psicologa e filosofa, si interessa di temi inerenti al rapporto tra differenze di genere e dimensioni culturali che determinano la subordinazione a partire dalla costruzione sociale delle relazioni in base alle rappresentazioni della morte.
    Personalmente trovo Ines una persona molto colta ed intellettualmente dotata, ma soprattutto anticonformista, e per questo capace di esprimere esattamente ciò che pensa, come del resto capirete leggendo l’intervista.In colore troverete i miei input ed a fianco i messaggi in bottiglia di Ines Testoni, alla quale vanno i miei sentiti ringraziamenti per questa collaborazione.

    # Concezione del corpo in Occidente: metafisica, religione e scienza condividono la stessa identica rappresentazione del corpo, ovvero ritengono che il corpo sia destinato all’annientamento dopo la morte. Questa identica rappresentazione determina percorsi complementari nel modo di trattarlo: si pensi per esempio all’estrema importanza strumentale che gli si attribuisce all’interno della concezione di sacrificio (torture per la salvezza dell’anima oppure sofferenze insostenibili dal chirurgo estetico per la bellezza e la lotta contro l’invecchiamento).

    # Corpo femminile: il corpo più corpo in Occidente è quello della donna perché per lungo tempo la tradizione occidentale le ha negato il principio spirituale, invece maschile. Si pensi al Malleus Maleficarum, alla caccia alle streghe ecc. La donna, ricettacolo materiale, è il principio di regressione dell’umano in quanto passiva materia biologica. Oggi, questa rappresentazione interessa anche l’uomo. La caduta delle certezze indubitabili intorno ai contenuti di fede rende l’uomo altrettanto “materiale”. Ma tale caduta anziché garantire una parificazione tra femminile e maschile produce solo una grave crisi nel secondo, senza che il primo abbia le categorie e gli strumenti per aiutare sé stesso e l’altro ad uscirne con una via diversa dalla semplice regressione nostalgica al fascismo tradizionalista.

    # Senso del Pudore: il pudore nella tradizione era collegato con il progetto culturale di separare l’umano dalla dimensione animale: mostrare il ventre della gestante era mettere in evidenza l’identità della gravidanza umana con quella di altri mammiferi; mostrare la sessualità femminile, essendo occasione per l’uomo di richiamo incontenibile al coito, significava mostrare il dominio del bisogno animale rispetto a quello dell’anima. Oggi il pudore viene celebrato con l’intento inverso. Ci si è resi conto che è più eccitante spogliare che trovarsi dinanzi un corpo già totalmente nudo. Ma ovviamente si tratta ormai di un gioco angosciante, in cui ciò che si incontra è la stanchezza dell’incontro sessuale tra uomo e donna. Ma questa stanchezza non è da imputarsi alla caduta della fede in una qualche religione che ancora celebra la necessità di subordinare e nascondere la donna, quanto piuttosto al fatto che donne e uomini non hanno ancora chiarito che cosa abbiano da dirsi per la storia e, specialmente, rispetto all’amore, che spesso confondono con molte mitologie ormai totalmente consunte.

    # Anoressia: studio da molto tempo il tema dei disturbi alimentari. Ha avuto molto successo un mio testo di qualche anno fa in cui, partendo dalla prospettiva filosofica di Emanuele Severino, presento una prospettiva inedita al riguardo (Il dio cannibale, Utet, Torino, 2001). Mi interessa in particolare il rapporto tra rappresentazioni del corpo e angoscia di sapere di essere mortali. Per la donna - come discuto ampiamente nel mio ultimo libro (La frattura originaria, Liguori, Napoli, 2008), il quale non considera nello specifico il tema dell’anoressia ma qualcosa di più radicale e profondo, ovvero come la donna viva il proprio esser corpo con grande angoscia e subisca il linguaggio maschile che intende disciplinarlo (sia come morale religiosa sia come sfruttamento mafioso) - il sapere di essere corpo che mette al mondo corpi, dunque un mortale che ama e chiama al mondo mortali e proprio perché ama chi chiama al mondo non sopporta la loro mortalità, è un pensiero insostenibile che richiede continue strategie di elusione. I disturbi alimentari sono un’espressione di questo impegno estenuante per non pensare che cosa significhi essere corpo, negando a se stesse di non volerlo sapere. E questa negazione consiste nel credere di interessarsi invece molto al corpo proprio perché si spende tutta l’energia vitale nel cercare di contenerne i profili.

    # Benessere: Il benessere è ovviamente una ricerca costante di equilibrio che per la donna è particolarmente fragile, data la sua totale subordinazione culturale all’uomo e al suo modo di intendere sia la vita intima che quella sociale. Poiché altresì l’uomo sta attraversando universalmente una crisi terrificante, alla donna, cui non è permesso di cambiare secondo le proprie esigenze le modalità di gestire la vita individuale e sociale, tocca sopportare senza altresì avere molti strumenti cognitivi e culturali per capire che cosa stia subendo.

    # Donne e arretratezza sociale: le donne sono a tutti i livelli, in tutte le classi, in tutta la storia, in ogni geografia del mondo espressione dell’arretratezza rispetto all’uomo, perché l’unico potere di cui dispongono è quello della relazione affettiva privata. Essendo altresì questa dimensione ormai fortemente in crisi, e mi riferisco a una crisi epocale, alla donna non resta più neppure questo e quando ella cerca di rivalutare tale potere, sta semplicemente colludendo con istanze di regressione storica. La donna è arretrata e deve rimboccasi le maniche per cercare di cambiare la propria condizione universale, sia da un punto di vista privato che sociale e culturale. La maggior parte delle donne sono piegate su loro stesse, prese per il naso dalla mattina alla sera e credono che le parole magiche “coccole” e “benessere” siano i valori fondamentali cui riferirsi per garantire a se stesse un po’ di agio nella difficile esistenza di serve che tocca loro portare avanti (famiglia, lavoro, stress per garantirsi la bellezza che le renda sessualmente attraenti - non tanto perché l’incontro sessuale con gli uomini attuali sia particolarmente appagante, quanto piuttosto per poter sognare -  durante l’attesa infinita dell’angelo dagli occhi azzurri che le salverà).

    # Posto della donna nella società mafiosa: La società italiana fa scuola nel mondo per la propria caratterizzazione mafiosa, questo è quanto discuto ne “La frattura originaria” (cit.). Ciò che mostro in tale opera è che il fallimento della democrazia rappresentativa, ormai interamente giocata dagli interessi privati mafiosi, è dovuto alla nascita stessa della democrazia in Occidente, che, come dice Canfora, è nata come un’oligarchia. Ciò cui io mi riferisco è l’esclusione originaria della donna dalla costruzione della polis, della politica, quindi della città e dello stato. La donna non conosce ancora il linguaggio politico perché non ha mai partecipato alla costruzione politica del mondo. Quando nel Novecento ha cominciato a integrarsi in questo discorso totalmente maschile, ha dovuto fare i conti con qualcosa di assolutamente altro rispetto alla propria disposizione, rimasta identica per secoli attraverso il mandato generazionale, al ruolo “materno”. In questo tratto del discorso mi collego al Pensiero della differenza sessuale al quale rimando

    # Femminismo: è la cuspide della coscienza femminile (insieme al Pensiero della differenza sessuale), ma è ancora totalmente elitario, non riguarda affatto la massa. Poiché si tratta di un pensiero difficile, impegnativo ed estremamente costoso in termini di fatica esistenziale, la stragrande maggioranza delle donne preferisce continuare a fare come se fosse già stato tutto detto e conquistato, trovando più interessante i risultati della chirurgia estetica rispetto a quelli che, per esempio, riguardano il rapporto tra diritti umani e condizione della donna. La donna è talmente angosciata che preferisce drogarsi con l’imbecillità che le viene quotidianamente propinata dai mass-media e dalle religioni, credendo di essere individualmente “un po’ strana” per la propria infelicità, se confrontata con la gioia che invece sprizza da tutte le immagini della pubblicità, ma anche tra le colleghe e con le amiche. “Sex in the city” evidenzia proprio l’imbecillizzazione delle conquiste femministe, anche se, è inevitabile doverlo ammettere, per moltissime donne, dato il loro livello di subordinazione, anche tale messaggio è già portatore di contenuti rivoluzionari, per non dire, addirittura di “speranza”…

    # Uomini e Prostitute: L’uomo è in crisi e la donna non sa più come accontentarlo ed appagarlo, perché questo è l’interesse principale della massa femminile, a parte l’esigua élite di femministe e studiose autocoscienti. Poiché è priva di iniziativa sociale, perché non ha alcun potere e quindi non è in grado di declinare le proprie idee in modo da apportare un cambiamento significativo nelle relazioni culturali che informano le relazioni intime, la donna non può che subire la rabbia regressiva maschile, ambivalente e animale, dovendo altresì competere con un “femminile artificiale” ben più eccitante del suo - quello dei transessuali che sono estremamente attraenti perché il maschio-cliente cerca sostanzialmente il piacere attraverso l’umiliazione dell’altro, e non c’è umiliazione più grande della femminilizzazione di un uomo. Il rapporto prostituito è rassicurante per chi paga, perché il danaro supplisce a tutte quelle carenze soggettive che l’uomo sente come limitanti in un rapporto paritario. Finché si crederà e si manterrà una rappresentazione della sessualità maschile come di un’espressione di indominabile animalità e finché le donne non sapranno porsi in modo diverso dall’esser prede che non aspettano altro che il predatore, la prostituzione non sarà risolta. Il percorso di autocoscienza rispetto a tutto questo per donne e uomini è estremamente lungo, faticoso e doloroso, ma inevitabile e ci sono già importanti segnali di “emancipazione” in tal senso sia nell’universo maschile sia in quello femminile. 
     
    I messaggi in bottiglia sono di Ines Testoni
    L’intervista è a cura di Giuliana Proietti

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    Messaggi in Bottiglia

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 31 Agosto 2008
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    Comincia oggi una nuova rubrica all’interno di questo Blog, dal titolo “Messaggi in Bottiglia”

    Chiederò infatti ad alcuni ospiti di inviarci i loro Messaggi in Bottiglia, ovvero di consegnarci una sintesi di ciò che essi hanno capito, o che ritengono importante evidenziare e diffondere su qualcosa che hanno a lungo approfondito, conosciuto o frequentato.

    Mi auguro che questi messaggi in bottiglia possano essere, per tutti noi, nella loro profondità e sinteticità, degli arguti spunti di riflessione, delle perle di saggezza.

    Giuliana Proietti

    Quando il sesso è legato alla squadra del cuore

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 30 Agosto 2008
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    Circa il 30 per cento degli uomini americani pensa che i rapporti sessuali siano migliori se avvengono dopo una vittoria della loro squadra del cuore.

    C’è di più: il 10% afferma di avere rapporti sessuali di scarsa qualità se la partita cui hanno assistito è finita con una sconfitta per la squadra per cui fanno il tifo.

    Si tratta di una ricerca condotta su un sito Internet, AreYouRomantic.com e commissionata da Caesars Pocono Resorts.

    Lo studio dice che uno su quattro dei tifosi sarebbero disposti a rinunciare al sesso per almeno un mese se questo potesse servire a far vincere il campionato alla squadra del cuore. Di essi, l’11% sarebbe anche disponibile a rinunciare al sesso anche a tempo indeterminato.

    Comunque, il 40 per cento degli uomini si è detto convinto che anche le loro compagne sarebbero d’accordo a sospendere i rapporti sessuali per avere la garanzia di vedere la propria squadra del cuore vincere il campionato.

    Molti tifosi dicono inoltre che è difficile essere romantici durante il campionato.

    Questa ricerca è stata condotta su 391 uomini e 235 donne ed ha un margine di errore di più o menio 5 punti percentuali.

    Dr. Giuliana Proietti

    Fonte: UPI.com

    Link: Risultati del sondaggio

    Gelosia: giorni di sofferenza

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 28 Agosto 2008
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    Come nella migliore tradizione della critica letteraria, oggi vi parlo di un libro che non ho (ancora) letto… La vita sessuale di Catherine M. E’ uscito in Italia nel 2001 per Mondadori e l’autrice è Catherine Millet, matura intellettuale francese, critico d’arte e fotografa.

    Il libro si compone di 4 parti (Il numero, Lo spazio, Lo spazio raccolto, Particolari) ed ogni parte allude ad una particolare zona erogena del corpo. Nel libro si parla di una sessualità molto esplicita, descritta nei più precisi dettagli, anche se nelle 210 pagine che lo compongono non vi è traccia di amore e sentimenti, ma solo di sessualità spinta, sesso di gruppo, rapporti anali, bisessuali, fellatio ecc.

    La Millet racconta di esperienze vissute nel suo periodo giovanile, che ha coinciso con la rivoluzione sessuale degli anni sessanta-settanta, con il periodo della coppia aperta, dell’amore libero, della promiscuità, del sesso di gruppo. I luoghi dove hanno luogo questi incontri sono altrettanto inusuali: club privé del Bois de Boulogne, furgoni, automobili, monolocali.

    La protagonista è una donna sicura di sé, che usa il proprio corpo senza inibizioni o moralismi, alla sola ricerca del piacere.

    La mente e l’ anima della protagonista del libro della Millet sono completamente asservite alle esigenze dei suoi genitali, dei suoi bisogni fisiologici, con uomini senza volto né nome (ve ne sono ben 62 distinguibili, oltre ad altri incontrati nella confusione degli amori di gruppo).

    Ora, a sette anni di distanza, dopo aver venduto più di un milione di copie ed essere stato tradotto in 11 lingue, questa settimana in Francia esce il seguito di questo libro: non vi aspettate però storie come quelle appena descritte. Sorprendentemente il libro si chiama Jour de Souffrance, giorni di sofferenza, e racconta come la Millet sia caduta nell’inferno paranoide causato dalla gelosia per suo marito.

    In una intervista ad un settimanale francese, la Millet ha confessato che il suo passato promiscuo e trasgressivo non l’ha preservata dalla vulnerabilità emotiva e dal dolore che la gelosia produce. Il libro, racconta l’autrice, è la storia di una crisi di gelosia che ha personalmente vissuto. La Millet, contrariamente all’idea che se ne potrebbe avere dopo aver letto il suo primo libro, si dichiara una persona fedele nelle sue relazioni amorose.

    Ha vissuto questo “incidente biografico”, come lei definisce la sua crisi, per tre anni. “Non vivevo che attraverso questa paranoia” dice l’autrice, che rivela di aver scoperto che la gelosia è un dolore esclusivo, un altro modo di gioire, di vivere più intensamente.

    Jour de souffrance è la descrizione analitica dei vissuti psicologici che l’hanno condotta a scrivere La vita sessuale di Catherine M. Dopo le avventure vissute in epoca giovanile con Claude, la Millet conobbe infatti lo scrittore Jacques Henrich e con lui cominciò una storia più romantica e armoniosa della precedente.

    Poi, un giorno, aprendo una lettera indirizzata a suo marito, trovò le foto di una giovane donna. La vita libertina che aveva finora condotto, il rifiuto di tutti i romanticismi, la presa di distanza dall’amore le impedirono di fare scenate, ma non di soffrire, come tutti gli altri, di gelosia.

    Catherine Millet descrive le sue giornate di quel periodo ricordando l’accelerazione del ritmo cardiaco, le difficoltà di respirazione, le sue crisi di ansia, la rabbia, le lacrime, i suoi incubi ricorrenti, le fantasie sessuali ispirate ai rapporti del marito con l’altra. Con masochismo, la Millet immaginava infatti le scene di sesso che non poteva vivere, si masturbava pensandoci: immaginando suo marito con un’altra godeva della sofferenza di cui soffriva.

    Ragionando sul suo dolore, cercandone le radici nella sua infanzia, nel suo passato, nella sua vita, l’autrice prende, con questo libro, finalmente coscienza di sé stessa e scopre chi era veramente Catherine M. : una donna divisa, con due corpi, il corpo abitacolo e il corpo relazionale.

    Attraverso la gelosia, a seguito della umiliazione vissuta, la Millet scopre parti altrimenti inaccessibili del proprio sé e riflette suo passato: i genitori che non andavano d’accordo, un fratello morto prematuramente, una madre che si era buttata dalla finestra. 

    Che dire? Speriamo che il libro verrà presto pubblicato anche in Italia, perché  sembra davvero interessante. Abbiamo soprattutto la conferma che, dietro tante storie di sesso spinto ai suoi eccessi c’è, molto spesso, solo dolore e sofferenza.

    Verrebbe da chiedersi, a questo punto, cosa sarà capitato alla piccola Melissa P prima di scrivere Cento colpi di spazzola…

    Giuliana Proietti

    Links :

    Telegraph
    France-Amerique
    Liberation
    Biblos

    Estratti del libro di Catherine Millet

    L’evoluzione dei comportamenti sessuali in Cina

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 26 Agosto 2008
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    La vita sessuale in Cina rispecchia i cambiamenti sociali che vi sono stati: ad esempio nelle grandi metropoli cinesi oggi è possibile scambiarsi delle effusioni, cosa che fino a pochi anni fa era assolutamente proibita. Ciò malgrado, sotto altri aspetti, il Paese sembra rimasto ancora molto pudico. Ad esempio, anche se gli anni di Mao sono lontani, prima di pronunciare la parola ’sesso’, che in cinese si dice  “xing“, è meglio, ancora oggi, abbassare la voce.

    Secondo il direttore dell’Istituto della sessualità dell’Università del popolo, Pan Suiming, l’età media nella quale i cinesi si scambiano il primo bacio è di 23 anni. Secondo Pour Li Yinhe, sessuologa e sociologa presso la Accademia delle scienze sociali il 60 % - 70 % dei giovani cinesi ha avuto relazioni sessuali prematrimoniali, contro il 15% che si registrava nel 1989.

    Nella popolazione di campagna, la verginità è ancora importante. Nei paesini, tutte le persone che hanno più di quaranta anni non hanno avuto una vita sessuale prematrimoniale. I giovani non sono molto informati sugli aspetti sessuali (in Cina l’educazione sessuale non si insegna nelle scuole) e, non a caso, l’80 % delle donne che hanno recentemente abortito a Shanghaï erano studentesse. 

    Il sesso occasionale, le avventure di una notte si moltiplicano, dissociando l’amore dalla sessualità Il termine ”yiye qing” - amore di una notte - è ormai una parola molto alla moda. Altrettanto di moda è l’omosessualità: in un Paese in cui fino a poco tempo fa ci si doveva sposare fra compagni della stessa fabbrica e dove si parlava solo di politica, la parola ‘gay’ è molto bene accolta ed anzi sembra che molti giovani desiderino avere un amico gay.

    Dr. Giuliana Proietti

    Fonte: Le Monde

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    Lesbiche, gay, bisexual e transgender: tutti a Bristol per un Convegno (4-5 Settembre 2008)

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 26 Agosto 2008
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    Se appartenete ad una delle categorie che leggete nel titolo, o ve ne interessate a livello professionale, potrebbe essere di vostro interesse sapere che il 4 e 5 Settembre 2008, a Bristol, si terrà la terza conferenza mondiale sulle persone LGBT (acronimo di tutti i casi elencati nel titolo).

    I precedenti summit si sono tenuti a Londra e a Manchester.

    Per ulteriori info:

    http://www.lgbthealth.co.uk/
    http://www.tht.org.uk/

    Immagine: Jessamyn

    Dr. Giuliana Proietti

    Vivere La Dolce Vita - Intervista a Raeleen D’Agostino

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 25 Agosto 2008
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    Raeleen D’Agostino

    Qualche tempo fa sono stata intervistata dalla Dr.ssa Raeleen D’Agostino per un articolo che lei stava scrivendo sui Mammoni e Bamboccioni italiani, pubblicato nell’aprile 2008 su Psychology Today, una delle riviste di psicologia più conosciute in America. Visitando il suo sito-web , ho scoperto molte cose interessanti su di lei: è una scrittrice a tempo pieno, è Professore aggiunto di Psicologia ed anche un’autrice di best sellers. Il suo libro “Living la Dolce Vita: Bring the Passion, Laughter, and Serenity of Italy into Your Daily Life (Sourcebooks, Inc) è stato selezionato dall’Ordine dei Figli d’Italia in America (OSIA), e tradotto in diverse lingue, tra cui il coreano e il portoghese.Raeleen ha anche creato i Dolce Vita Seminars: oltre ai metodi generali di auto-aiuto, Raeleen consiglia agli americani come mettere in pratica alcuni tradizionali comportamenti italiani, che possono migliorare loro stessi e la loro vita, attraverso un approccio al quotidiano più gioioso, sereno e salutare. E’ stata anche una voce importante per combattere gli stereotipi negativi sugli italiani e gli italo-americani, specialmente lo stereotipo che si trova di frequente sui media americani e che associa le persone di cultura italiana alla criminalità organizzata e alle attività mafiose. Raeleen è stata in passato Direttrice dell’AIDA, American Italian Defense Association, con sede a Chicago, Illinois. Ho deciso dunque di porle alcune domande su questo “stile italiano del vivere bene” che rende la vita così ‘dolce’ e che probabilmente noi italiani non riusciamo più a capire bene (anche se ne siamo gli inventori!). La nostra vita quotidiana infatti non è sempre così ‘dolce’…

    (Potete trovare la versione in inglese della presente intervista sul Blog di Psicolinea).

    Raeleen, prima di tutto, come hai cominciato ad interessarti di Italia e italiani?

    Come sai, ho iniziato più di venti anni fa ad insegnare psicologia all’università, e più insegnavo, in particolare i principi della psicologia positiva, più notavo un parallelo tra ciò che mostrava la ricerca psicologica sul come vivere felici, in modo sano, e ciò che ho imparato personalmente nel crescere in una famiglia allargata italiana qui, negli Stati Uniti. I miei nonni, in particolare, sono quelli che hanno portato con sé i loro vecchi valori italiani, le abitudini, le filosofie del loro “vecchio Paese” e, in generale, l’immigrazione italiana ha avuto un enorme impatto sul modo in cui l’America ha modellato sé stessa come nazione.

    Pensi veramente che noi (italiani) abbiamo un “dolce vita style” che ci rende più felici di altri popoli, ad esempio del popolo americano?

    Questa domanda mi fa sorridere, perché sono sicura che se la pongano anche molti dei tuoi lettori. L’anno scorso quando ho fatto una presentazione del mio libro presso la Feltrinelli International di Roma, mi è stata posta proprio questa domanda, citando i molti problemi che l’Italia contemporanea deve affrontare nei settori dell’economia, della politica, delle difficoltà nel trovare lavoro, ecc. Questi problemi rappresentano delle sfide in tutto il mondo; ciò a cui mi riferisco con lo stile della “Dolce Vita” è ciò che i miei nonni italiani hanno fatto ogni giorno e che hanno reso gioiosa la vita nonostante le difficoltà e le sfide quotidiane, che del resto sono parte e bagaglio dell’essere umano. Piaceri mondani, portati ad un livello di celebrazione, per esempio. Prendersi del tempo per celebrare il buon cibo e la compagnia dopo un duro giorno di lavoro, potrebbe essere un esempio. Tornare a casa e trovare un delizioso piatto di spaghetti con le vongole, piacevole da gustare a tavola con gli amici e con la famiglia, davanti ad un buon bicchiere di vino. Questi sono i piccoli tesori della vita quotidiana che anche alcuni italiani oggi ignorano quando si fanno prendere dai ritmi pesanti del lavoro e dalle corse di tutti i giorni. Molti italiani però riescono ancora a mantenere intatti i vecchi modi di vivere. Ho dei parenti a Castelpagano (BN), che visito quando vengo in Italia e, anche se ovviamente i tempi sono cambiati dal momento in cui vi è stata l’immigrazione di fine secolo, ci sono ancora dei piccoli paesini in Italia che hanno dimostrato di poter godere di una maggiore felicità e longevità, perché hanno conservato alcune delle loro antiche abitudini culturali nel corso del tempo. Questi sono al centro del mio lavoro.

    Cosa insegni dell’Italian Life-style nei tuoi seminari?

    Insegno alle persone il modo di tornare alla gioia e alla semplicità, nel modo in cui i miei nonni mi hanno insegnato a fare… Spesso negli Stati Uniti ci facciamo prendere dal desiderio di avere di più, dallo status, dal lavoro straordinario, dal mangiare veloce. I miei nonni mi hanno insegnato che i rapporti vengono prima di tutto. Così io insegno alle persone alcune strategie psicologiche per interagire più facilmente con gli altri, o eliminare l’energia negativa prodotta da persone che interferiscono e criticano. Mi piace insegnare alle persone come preparare alcuni facilissimi ed eccellenti sani pasti italiani, che si adattano allo stile di vita americano. Vi è stata molta ricerca sui vantaggi della dieta mediterranea (in particolare del Sud italiano) ed è questo il modo di mangiare con il quale sono cresciuta. Io insegno come riportare l’attenzione sui rapporti familiari, che sono centrali in Italia, e per buone ragioni. Credo che ogni altro rapporto che abbiamo nella vita possa beneficiare di ciò che si è imparato nelle relazioni interpersonali delle nostre famiglie di origine. Insegno ai miei clienti come si possa fare esercizio fisico in modo naturale tutti i giorni, in modo da non doversi stressare nelle ore trascorse in palestra (avete mai salito e sceso le scale dei paesini lungo la costa amalfitana?). Aiuto le persone a capire come la musica possa guarire e scuotere le persone (non ho mai conosciuto un italiano della mia famiglia che non pensasse di essere un cantante d’opera - a prescindere dal saperlo fare o meno!). Insegno alle persone come esprimere la propria sensualità senza aver paura di essere uomini o donne. Vedete, che ve ne rendiate conto o no, voi italiani avete dato al mondo una incredibile arte, cibo, architettura, lavorazione del cuoio, della moda, lavorazioni orafe, innovazioni scientifiche, ecc.-e avete dato anche a noi la chiave per vivere una vita meravigliosa ed emozionante.

    Il tuo libro sull’Italian Life-style La Dolce Vita è stato tradotto anche in coreano: pensi che questo stile di vita potrebbe essere insegnato con successo in tutto il mondo?

    Sì, lo penso. Perché? Perché la ricerca psicologica dimostra che i principi di cui parlo nel mio libro, sono davvero universali. Tutto sta nel saper rallentare, nell’apprezzare le piccole cose, nel praticare ciò che, nel campo della psicologia si chiama “flessibilità cognitiva”, ma che i miei nonni - e molti dei tuoi lettori - conoscono come l’arte d’arrangiarsi, la capacità di farcela, non importa come. Questo tipo di resilienza e di ottimismo per cui non importa ciò che accade, comunque si riuscirà a superarlo, è fondamentale per vivere ogni giorno con un atteggiamento positivo e una gioiosa aspettativa per le possibilità che ci attendono.

    Cosa ne pensi delle donne italiane?

    Per me la donna italiana è una persona che trasuda sensualità e bellezza, dentro e fuori. E’ qualcuno che, non importa in quali condizioni viva, ha la forza, il coraggio, e la dignità per andare avanti. Tutte le donne della mia famiglia italiana sono state così. Avevano una forza tranquilla, erano altruiste, fautrici della filosofia della “bella figura” cioè di mettere avanti il piede migliore. Esse curavano il loro abbigliamento, il loro modo di presentarsi, l’amministrazione delle loro famiglie - ed erano anche estremamente intelligenti, a prescindere dal loro essere o non essere andate a scuola.

    Cosa mi dici sulla sessualità? Vi sono differenze significative in materia di rapporti sessuali tra americani e italiani?

    Sicuramente. Gli italiani sono molto più naturali nelle relazioni con l’altro sesso. In Italia, il flirtare innocuo è ancora apprezzato (non sto parlando di molestie sessuali, che è un altro argomento), ed è perfino considerato una parte piacevole dell’essere uomini e donne. Manifestare pubblicamente l’affetto è naturale nella vita italiana, lo si fa con maggiore naturalezza e con un orgoglio verso il proprio corpo che non vi è tra la maggior parte delle donne americane.

    Madonna, la cantante, ha detto una volta “Italians do it better”. Pensi che sia vero? Che cosa pensi dei ‘Maschi’ italiani? Sono ancora considerati come super amanti latini in America?

    Buona domanda. Ebbene, come sopravvive lo stereotipo per cui tutte le donne italiane devono essere come Sophia Loren, ci sono molte donne americane che hanno ancora l’idea che gli uomini italiani siano super romantici, passionali, e in grado di fare l’amore per tutta la notte senza prendersi un momento di pausa. Alcune di queste credenze, ovviamente sono solo un mito, ma a mio parere, ciò che rende gli uomini italiani super sexy è che essi non hanno paura di apprezzare una donna, farle i complimenti, ed essere galanti quando le sono vicini. Questo, da solo, è un afrodisiaco. E so che è una generalizzazione e molte donne italiane mi ricordano i loro difetti, uno dei quali è l’essere mammoni (argomento sul quale io e te ci siamo scambiate delle idee per l’articolo su Psychology Today), e un altro è la tradizione di farsi un’amante mentre si è sposati. Trovo che gli uomini italiani siano nella maggior parte dei casi molto belli e sexy a qualsiasi età.

    C’è qualcosa che vorresti suggerire alle donne italiane per cambiare il loro comportamento, qualcosa che noi italiane dovremmo assolutamente copiare dalle donne americane per avere una vita migliore?

    Penso che le donne americane si diano il permesso di venire prima di tutto, molto più di quanto facciano le donne italiane. Molto dipende da un fatto culturale, perché l’America è stata costruita sulla convinzione che chiunque possa raggiungere qualsiasi cosa, finché crede in sé stesso e lavora duramente per raggiungere i suoi obiettivi. Le donne italiane sono più orientate alla famiglia (e meno orientate su sé stesse) spesso si mettono al secondo o al terzo posto, o anche all’ultimo posto nelle situazioni sociali. Invece mi piacerebbe vedere più donne credere di avere il necessario per perseguire le proprie speranze e i propri sogni, fare ciò che le rende veramente felici, perché esse hanno così tanto da dare al mondo.

    Giuliana Proietti

    Links
    :

    http://www.raeleendagostino.com/
    Dolce Vita Seminars
    Psychology Today - For ever Mamma’s Boy
    OSIA Order Sons of Italy in America
    Living la Dolce Vita