2868495077_5207437cbd1.jpgUna volta, per mettere al mondo una vera e propria tribù di figli, occorreva essere delle persone molto speciali: ci voleva molta forza fisica, grande potere, capacità di uccidere i concorrenti e collezionare le grazie di interi harem di donne. E’ quello che fece ad esempio Gengis Khan. Pensate che, ancora oggi, l’8% degli uomini che vivono nelle terre dell’antico impero mongolo sono portatori del cromosoma Y di Genghis Khan, come scrive Nicholas Wade nel libro All’alba dell’uomo. Viaggio nelle origini della nostra specie. Volendo fare dei numeri, si tratta di 16 milioni di uomini, circa lo 0.5% della popolazione mondiale.

Oggi però non c’è più bisogno di essere così speciali per mettere al mondo tanti figli… Ciò è possibile attraverso l’inseminazione eterologa: con lo stesso materiale genetico di un solo donatore infatti, si possono fecondare centinaia di donne. Questo produce nella società un nuovo genere di famiglia, allargata, allargatissimima anzi, con decine, centinaia di “fratellastri” che non si conoscono fra loro e che però hanno geneticamente molto in comune.

Sulla rivista specializzata Human Reproduction è appena uscito uno studio su queste nuove famiglie “spermatiche” ed i ricercatori sono i primi a lanciare l’allarme, invitando i politici a prendere opportuni provvedimenti.

La Dott.ssa Tabitha Freeman del Centre for Family Research presso l’Università di Cambridge ed i suoi colleghi, hanno studiato 791 casi di genitori che erano ricorsi all’inseminazione eterologa.

Più del 90% dei genitori presi in esame dallo studio vivevano negli Stati Uniti, dove la legislazione impone regole e restrizioni per l’utilizzo di sperma e ovuli molto più liberali di quanto avviene in Gran Bretagna. Infatti, sebbene nelle linee-guida della legislazione americana vi sia il suggerimento di non utilizzare lo stesso materiale genetico per fecondare un numero troppo elevato di donne, le cliniche specializzate in questi trattamenti possono in realtà fare quello che vogliono.

Si viene così a creare una nuova (ennesima, verrebbe da dire), forma di famiglia: la famiglia genetica, che si basa unicamente sui legami genetici fra figli, avuti in famiglie diverse, utilizzando il seme dello stesso donatore.

I 791 genitori sono stati reclutati dai ricercatori attraverso il Donor Sibling Registry, un’associazione americana fondata nel 2000 da Wendy Kramer, che permette ai fratellastri di potersi ritrovare. (Wendy Kramer ha fondato questa associazione per permettere al figlio di trovare i suoi fratellastri). Spesso, grazie all’operato di questa associazione, non si riesce a sapere i nomi delle famiglie-parenti, ma almeno si può sempre sapere quante ve ne siano.

E il bello è che fra queste famiglie allargatissime, quando si ritrovano, si vengono a creare dei veri legami di affetto, dei veri e propri legami familiari… Ad esempio, afferma la Dr.ssa Freeman, le madri sviluppano dei sentimenti materni verso i fratellastri del proprio figlio.

Dei genitori presi in esame per lo studio, si è visto che il 39% era costituito da madri single, il 35% da coppie lesbiche, il 21% da coppie eterosessuali.  Il  91% (717) viveva negli Stati Uniti, il  5% (37) in Canada l’1% (8) nel Regno Unito; altri vivevano in Austria, Germania, Irlanda, Spagna, Svezia, Australia, Nuova Zelanda e Israele.

La maggior parte di loro si è iscritta al Registry per curiosità, per scoprire se anche i fratellastri dei proprio figlio avevano dei tratti fisici o psicologici in comune, o per dare ai figli un maggiore senso di identità personale. Circa il 73% di loro è riuscito a trovare almeno il nome di un fratellastro , il 63% si è effettivamente messo in contatto con lui/lei o con la sua famiglia, il 23 % lo ha incontrato di persona. Di questi due ultimi gruppi, la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di continuare a restare in contatto.

I genitori si sono detti in gran parte soddisfatti dell’esperienza, mentre una piccola minoranza (meno dell’1%) ha dichiarato che l’esperienza è stata negativa, specialmente perché i genitori non erano d’accordo l’uno con l’altro su come gestire questa ricerca. I genitori più curiosi di conoscere i parenti genetici del proprio figlio sono quelli che vivono in coppie dove non c’è un genitore di sesso maschile (donne single e coppie lesbiche).

Wendy Kramer si augura che anche negli Stati Uniti venga presto modificata la legge, in modo che i donatori non abbiano più il diritto di restare anonimi e le cliniche della fertilità siano poste in condizione di registrare i dati del donatore e anche di essere obbligate a fornirli.

Anche in Canada questa legge viene ridiscussa in questo periodo, dopo che l’anno scorso Olivia Pratten, la figlia di un donatore anonimo, ha presentato una querela contro la procura generale della British Columbia e dell’ordine dei medici in quanto si sente discriminata dalla impossibilità di poter conoscere il nome del proprio padre genetico.

Del resto, quando si parla di inseminazione eterologa, si parla spesso dei diritti dei genitori e mai di quelli della prole: ad esempio non si considera il fatto che i figli potrebbero instaurare relazioni incestuose inconsapevoli con altre persone concepite con lo stesso materiale genetico.

I genitori presi in esame nello studio avevano informato o pensavano di informare i propri figli della loro nascita “particolare” nel 97% dei casi. Molti lo avevano fatto quando i loro figli erano molto piccoli.

Uno degli iscritti al Registro, Mr. Stevens, racconta della sua grande soddisfazione nell’incontrare i suoi parenti genetici: è bello vedere in lui/lei i propri tratti genetici, trovare subito una certa familiarità. Le parole più usate da chi ha incontrato un fratellastro attraverso il Donor Sibling Registry sono:  ”enriching”, “wonderful” and “fun” (arricchente, meraviglioso, divertente).

Nel Regno Unito, dal 2005, i donatori devono accettare di poter essere identificati dai figli maggiorenni che lo richiedano, in contro-tendenza con la precedente legislazione, che garantiva invece l’anonimato. Questo ha provocato una diminuzione drastica dei donatori: per questo c’è una proposta di legge per aumentare il numero massimo, attualmente stabilito, di fecondazioni che si possono fare con lo stesso materiale genetico, cioè dieci.

La fecondazione eterologa in Italia

In Italia la Legge 40, emanata nel 2004,  regola la possibilità delle coppie di affidarsi al Sistema Sanitario Nazionale per avere dei figli tramite la fecondazione assistita e questa legge vieta espressamente l’inseminazione eterologa. Al referendum abrogativo del 2005, solo il 26% dei cittadini si è recato alle urne, mantenendo dunque in vigore l’attuale legge.  La maggior parte delle coppie italiane sembra però insoddisfatta della legge: secondo una ricerca promossa dal Censis con la collaborazione della Fondazione Serono (Febb. 2009),  l’80,5% delle coppie italiane interpellate dal sondaggio ha detto che “vivere in Italia non favorisce tutti coloro che vogliono avere un bambino attraverso la fecondazione assistita”.

Una coppia su tre (32,3%) si dice disposta a praticare la fecondazione eterologa, un dato che non si discosta molto (27,2%) se si analizzano solo le coppie di cattolici praticanti.

Dr. Giuliana Proietti

Fonti:

Health24
The Globe and mail
ScienceDaily
AGI

Immagine: Surleygirl

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 347889430_7e02d26b19.jpgCome si deve parlare di sesso ai figli adolescenti? E soprattutto, è un problema privato, familiare, o deve intervenire lo Stato?

Sicuramente la maggior parte di voi risponderà che è un problema familiare e su questo credo che siamo tutti d’accordo. C’è però il fatto che molti genitori non sono capaci, si sentono a disagio, non sanno trovare le parole… E allora non lo fanno.

Le conseguenze poi si vedono: ad esempio nel fenomeno crescente delle gravidanze preoci. In Inghilterra qualche giorno fa la notizia di un padre tredicenne che ha avuto un figlio da una quindicenne ha sconvolto l’opinione pubblica.

Dal 1998 al 2006, le gravidanze precoci in Gran Bretagna sembravano essere arrivate ai valori più bassi mai riscontrati a partire dagli anni ottanta (12.9%).  Dall’anno scorso però sembra che il fenomeno sia in forte ripresa (i dati verranno resi pubblici questa settimana). Il Governo è così corso ai ripari e dal mese prossimo verrà distribuito nelle farmacie un opuscolo il cui scopo è quello di fornire dei consigli ai genitori su come parlare di sesso agli adolescenti.

Ad esempio, nell’opuscolo vi sono indicazioni come le seguenti:

“Discutere dei tuoi valori con un adolescente lo aiuterà a formarsene di propri ”

“Ricordati che dire questo è giusto e quell’altro è sbagliato può  rendere difficile all’adolescente confidarsi con te”

L’opuscolo, dal titolo Talking to Your Teenager About Sex and Relationships (Parlare con tuo figlio adolescente di sesso e amore) , elenca tutti i mezzi contraccettivi attualmente disponibili e consiglia ai genitori di affrontare  questi argomenti usando sempre un tono “leggero”.

Un modo simpatico e divertente, dice l’opuscolo, può essere quello di parlare della vita delle persone celebri: parlare di quello che succede a dei VIP può essere un modo per introdurre l’argomento. Si dovrebbe scegliere inoltre un momento informale, ad esempio mentre si guarda la TV, mentre si lava la macchina, ecc. piuttosto che l’ormai obsoleto: “ragazzo, siediti, oggi dobbiamo parlare di una cosa importante…”

Un altro consiglio dato dal Governo inglese ai genitori è quello di accompagnare i figli dal medico, per parlare di contraccezione, dal momento che per loro è una cosa “difficile”.

Anche se la Gran Bretagna non è un Paese cattolico e lo Stato è fortemente laico, sentite cosa dice Simon Calvert, direttore del Christian Institute, a proposito di questo opuscolo:

“L’idea che il governo stia dicendo alle famiglie di non trasmettere i propri valori è  scandalosa. L’obiettivo deve essere quello di preservare l’innocenza dei bambini. Quello è il linguaggio che ci piacerebbe ascoltare, e non questo approccio amorale, in cui i genitori vengono incoraggiati a presentare ai figli un fast food di attività sessuali, impedendo loro di farsi una idea propria”.Fonti:

The Telegraph
Timesonline

Giuliana Proietti

Immagine:

Pedrosimoes7

Si discute di questo argomento anche nel Forum

6 commenti

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Ne abbiamo già parlato, ma non è mai abbastanza, visto che il preservativo è il mezzo anticoncezionale più usato dai giovani e, soprattutto, è il mezzo più efficace per prevenire le malattie sessualmente trasmesse.

Oggi ne parliamo perché dei ricercatori della Università di Vigo, in Spagna, hanno studiato le abitudini sessuali di un campione di ragazzi spagnoli di età compresa fra i 14 ed i 24 anni

Dai risultati emerge chiaramente che le ragazze usano il condom più dei ragazzi nel sesso vaginale, ma lo usano meno dei ragazzi nei rapporti anali o nei rapporti orali

La ricerca, pubblicata sulla Gaceta Sanitaria, analizza un campione di 2.171 ragazzi delle tre regioni autonome (Galizia, Andalusia e Madrid). I partecipanti sono adolescenti (14-18 anni) e giovani adulti (19-24 anni).

José María Faílde, direttore del gruppo di ricerca, ha dichiarato che, secondo i dati raccolti, le ragazze si preoccupano principalmente di evitare le gravidanze, ma non si rendono conto dei rischi che corrono quanto alle MST, e questo dà loro un falso senso di sicurezza quando iniziano una relazione monogama con un ragazzo.

Gli adolescenti usano il condom più di quanto facciano i ragazzi fra i 18 ed i 24 anni. Secondo gli autori, ciò è dovuto al fatto che, con l’età, si creano rapporti di coppia più stabili e dunque spesso si passa dal preservativo alla pillola.

E’ un fenomeno conosciuto: quando si hanno rapporti sessuali con una sola persona si crede di correre minori rischi… Ma i ricercatori avvertono che, nella società moderna, avere un rapporto monogamo con una persona non garantisce in alcun modo che si possa stare al sicuro quanto a malattie sessualmente trasmesse. 

Molte persone, ad esempio, non sanno nemmeno di aver contratto dei virus (presenza di anticorpi) quando smettono di usare il preservativo. Secondo gli esperti, è proprio fra queste coppie stabili che occorre fare delle campagne di sensibilizzazione.

Fonte: Medical News Today

Link: http://www.plataformasinc.es/

… Detto in altre parole, anche se la coppia è stabile, non si può escludere che uno dei due abbia un rapporto a rischio e, siccome non sempre è facile esserne al corrente,  usare il preservativo in modo abituale potrebbe essere una norma di igiene e sicurezza personale, anche nella coppia stabile.

Immagine: gemini_libra_1543

Dr. Giuliana Proietti

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Qualche giorno fa ho avuto il piacere di intervistare il Prof. Michele Mirabella, per il sito www.psicolinea.it.  Tra le altre cose, gli ho chiesto anche qualcosa sulla sessualità…

GP Come osservatore del costume, in che cosa è cambiata la vita sessuale degli Italiani dal periodo della sua giovinezza ai giorni nostri?

MM E’ migliorata. Io l’ho sempre rispettato il sesso, purtroppo però oggi è diventato semplicemente un articolo di consumo e dunque secondo me le persone si divertono meno… Tornerà comunque, perché tutto è ciclico e dunque si tornerà a capire quanto prezioso sia considerare il sesso un’arte e non soltanto una ginnastica, o comunque una specie di modo per passare il tempo. Quando leggo nelle cronache: “hanno violentato la ragazza pe’ fa’ ‘na cosa“… Ma che senso ha? Se c’è una cosa che non deve avere niente a che fare con il sesso è la violenza. La violenza nel sesso è implicita e condivisa, ma in questo caso non è violenza, è forza… Ma sono discorsi troppo complicati per questi ragazzi, che hanno un’idea del sesso da bassa macelleria, sia i maschi che le femmine, purtroppo. Ciò che maggiormente mi indigna ed in questo c’è la mia formazione umanistica e da uomo del sud, che spesso le ragazze condividano questa idea del sesso come consumo. Me la aspetterei da quei ragazzacci che frequentano le bottiglierie, ma dalle ragazze…

Leggi il resto dell’intervista qui.

Giuliana Proietti

 

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2078378604_2ff7fea305.jpgIn Italia si sta animatamente discutendo in questi giorni di un altro caso di bioetica, dopo quello di Eluana Englaro. Questa volta però il caso non riguarda il fine-vita, ma l’inizio della vita, ovvero la fecondazione. Il problema è questo: può una donna chiedere di prelevare dello sperma dal marito in coma per farsi fecondare con la fecondazione assistita?

Non è, purtroppo, una domanda retorica, ma un fatto vero, che riguarda una sfortunata coppia di Vigevano: 35 anni lui, 32 lei. Un mese fa l’uomo è entrato in coma per un tumore fulminante al cervello: speranze di salvarlo sembra non ce ne siano, ma la moglie non vuole rassegnarsi al destino di perderlo, senza aver avuto un figlio da lui.

E’ stato dunque nominato un tutore (la dizione esatta è “amministratore di sostegno provvisorio“), per surrogare la volontà dell’uomo in coma (si è deciso per il padre di lui) e così il giudice tutelare  ha potuto dare il via libera alla Fondazione Policlinico San Matteo di Pavia, affinché l’equipe del professor Severino Antinori prelevasse del liquido seminale dal paziente in rianimazione. Ora quel liquido seminale – come scrive il San Matteo in una nota – sarà conservato in una struttura privata, gestita dal Prof. Severino Antinori, a Roma.

I problemi di bioetica non sono solo italiani, ed affollano le pagine di tutti i giornali del mondo. In Inghilterra, ad esempio, non si è ancora del tutto spenta l’eco del caso Patricia Rashbrook, una donna di 62 anni, psichiatra infantile, la quale nel 2006 partorì un figlio dopo aver ricevuto la donazione di un ovulo e un trattamento di fecondazione assistita. In Gran Bretagna la fecondazione è possibile su donne di età inferiore ai 55 anni: si vuole così cercare di avvicinarsi ai limiti naturali della più tardiva menopausa. Nel caso della Rashbrook, lo sperma utilizzato fu quello del marito, 61enne, il luogo prescelto per l’intervento fu un Paese dell’ex Unione Sovietica,  il medico che si occupò del caso fu… Severino Antinori, lupus in fabula.

Da quanto detto, appare dunque evidente che, non solo in Italia, ma nel mondo, si è sviluppato un business molto remunerativo, direttamente collegato a questa sorta di turismo della fecondità: le persone che hanno bisogno di inseminazioni eterologhe, donazioni di ovuli, pratiche genetiche ai limiti (o oltre i limiti della legalità, a seconda dei Paesi in cui vivono), si recano in altri Stati, dove i loro sogni di procreazione possono facilmente diventare realtà. Oltre ai Paesi dell’ex Unione Sovietica, di cui si è già detto, sembra vadano forte anche altri Paesi dell’Est, come la Romania, o anche Stati in pieno sviluppo economico, come l’India. Mete altrettanto frequentate sembrano essere anche gli Stati Uniti e la Spagna (specialmente per gli Italiani, dopo la legge 40).

La Chiesa , come sempre, è contraria e lo è anche nel caso della coppia di Vigevano. “Credo che un figlio debba sempre essere un atto di amore, non un esperimento di laboratorio - ha affermato ad esempio Rino Fisichella, pretore della Pontificia Università Lateranense - Un figlio non deve arrivare per desiderio recondito di una persona. Facciamo in modo di rispettare anche in questo aspetto la natura”. Elio Sgreccia, presidente emerito della pontificia Accademia per la Vita, si è mostrato contrario alla richiesta della donna di Vigevano perché, ha spiegato, ‘per un atto di procreazione, come dice anche la legge 40, ci vuole la manifestazione esplicita del consenso di entrambi i futuri genitori’. Per il vescovo, il caso rappresenta ‘un grave illecito’ a carico del marito.

La legge 40, per intenderci, è quella del 2004 sulla procreazione assistita, la quale all’articolo 2 afferma che lo Stato promuove «ricerche sulle cause patologiche, psicologiche, ambientali e sociali dei fenomeni della sterilità e dell’infertilità e favorisce gli interventi necessari per rimuoverle, nonché per ridurne l’incidenza», ma nel rispetto di «tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito».

Alle tecniche di procreazione assistita possono accedere, secondo la legge italiana, «coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi». La legge vieta il ricorso a tecniche di fecondazione eterologa (cellula uovo o spermatozoo donati da un terzo estraneo alla coppia)  e l’eugenetica (miglioramenti del feto, ottenuti grazie a manipolazioni genetiche). L’articolo 14 infine, vieta la crioconservazione degli embrioni, per ridurre il sovrannumero di embrioni creato in corso di procreazione assistita.

In Italia questa legge è stata fortemente voluta dal mondo cattolico, sia per imporre  limitazioni all’uso delle tecniche di manipolazione genetica, sia per ridurre i successi della fecondazione in vitro e limitarne dunque la casistica.

Per la cronaca, un intervento “tutto compreso” di fecondazione eterologa costa dai 30.000 ai 50.000 euro.  La signora di Vigevano (la cui inseminazione sarebbe comunque “omologa”, in quanto il seme da utilizzare è del marito) non pagherebbe nulla, perché il Prof. Antinori si è offerto di farle il trattamento gratuitamente, forse più per beneficiare dell’esposizione mediatica, che per umana bontà, sebbene dichiari che: “Non si tratta far nascere un orfano, ma di far nascere una vita da una grande tragedia”.

Personalmente non credo che le motivazioni della signora di Vigevano siano frutto di egoistiche ossessioni: difficile giudicare senza conoscere, ma a me sembra che questa scelta di avere un figlio dal marito morente sia un grande atto di amore verso di lui. La signora è infatti giovanissima e potrebbe benissimo rifarsi una vita con un’altra persona, mettendo al mondo tutti i figli che volesse. Devono dunque sicuramente esservi delle motivazioni più profonde, più intime, difficili da giudicare, ma che potrebbero avere molto a che fare con il concetto di Amore.

Ora, la vigente legge 40 sostiene che i due partners debbano essere “entrambi viventi” ed i signori di Vigevano (ancora) lo sono. Se il marito dovesse morire però, come ha gia annunciato Antinori, la fecondazione verrebbe fatta all’estero, per non trasgredire alla norma di legge.

… E allora, mi chiedo, se veramente si tratta di un “grave illecito” ai danni del marito in coma, perché se fatto lontano da casa non è più tale? Tornati in Italia, sia lei che Antonori, avrebbero o no dei problemi con la giustizia? Sarebbero o no scomunicati dalla Chiesa? Oppure il fatto non è, eticamente e legalmente parlando, così gravemente ”illecito” come si vorrebbe far credere?

Soluzione italica, o meglio sanremese: ”Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, e tu sei lontano, lontano da me…”

Fonti:
AGI
Repubblica
Timesonline
TG.com
Corriere della Sera

Immagine:
Brizzle Born

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