Una volta, per mettere al mondo una vera e propria tribù di figli, occorreva essere delle persone molto speciali: ci voleva molta forza fisica, grande potere, capacità di uccidere i concorrenti e collezionare le grazie di interi harem di donne. E’ quello che fece ad esempio Gengis Khan. Pensate che, ancora oggi, l’8% degli uomini che vivono nelle terre dell’antico impero mongolo sono portatori del cromosoma Y di Genghis Khan, come scrive Nicholas Wade nel libro All’alba dell’uomo. Viaggio nelle origini della nostra specie. Volendo fare dei numeri, si tratta di 16 milioni di uomini, circa lo 0.5% della popolazione mondiale.
Oggi però non c’è più bisogno di essere così speciali per mettere al mondo tanti figli… Ciò è possibile attraverso l’inseminazione eterologa: con lo stesso materiale genetico di un solo donatore infatti, si possono fecondare centinaia di donne. Questo produce nella società un nuovo genere di famiglia, allargata, allargatissimima anzi, con decine, centinaia di “fratellastri” che non si conoscono fra loro e che però hanno geneticamente molto in comune.
Sulla rivista specializzata Human Reproduction è appena uscito uno studio su queste nuove famiglie “spermatiche” ed i ricercatori sono i primi a lanciare l’allarme, invitando i politici a prendere opportuni provvedimenti.
La Dott.ssa Tabitha Freeman del Centre for Family Research presso l’Università di Cambridge ed i suoi colleghi, hanno studiato 791 casi di genitori che erano ricorsi all’inseminazione eterologa.
Più del 90% dei genitori presi in esame dallo studio vivevano negli Stati Uniti, dove la legislazione impone regole e restrizioni per l’utilizzo di sperma e ovuli molto più liberali di quanto avviene in Gran Bretagna. Infatti, sebbene nelle linee-guida della legislazione americana vi sia il suggerimento di non utilizzare lo stesso materiale genetico per fecondare un numero troppo elevato di donne, le cliniche specializzate in questi trattamenti possono in realtà fare quello che vogliono.
Si viene così a creare una nuova (ennesima, verrebbe da dire), forma di famiglia: la famiglia genetica, che si basa unicamente sui legami genetici fra figli, avuti in famiglie diverse, utilizzando il seme dello stesso donatore.
I 791 genitori sono stati reclutati dai ricercatori attraverso il Donor Sibling Registry, un’associazione americana fondata nel 2000 da Wendy Kramer, che permette ai fratellastri di potersi ritrovare. (Wendy Kramer ha fondato questa associazione per permettere al figlio di trovare i suoi fratellastri). Spesso, grazie all’operato di questa associazione, non si riesce a sapere i nomi delle famiglie-parenti, ma almeno si può sempre sapere quante ve ne siano.
E il bello è che fra queste famiglie allargatissime, quando si ritrovano, si vengono a creare dei veri legami di affetto, dei veri e propri legami familiari… Ad esempio, afferma la Dr.ssa Freeman, le madri sviluppano dei sentimenti materni verso i fratellastri del proprio figlio.
Dei genitori presi in esame per lo studio, si è visto che il 39% era costituito da madri single, il 35% da coppie lesbiche, il 21% da coppie eterosessuali. Il 91% (717) viveva negli Stati Uniti, il 5% (37) in Canada l’1% (8) nel Regno Unito; altri vivevano in Austria, Germania, Irlanda, Spagna, Svezia, Australia, Nuova Zelanda e Israele.
La maggior parte di loro si è iscritta al Registry per curiosità, per scoprire se anche i fratellastri dei proprio figlio avevano dei tratti fisici o psicologici in comune, o per dare ai figli un maggiore senso di identità personale. Circa il 73% di loro è riuscito a trovare almeno il nome di un fratellastro , il 63% si è effettivamente messo in contatto con lui/lei o con la sua famiglia, il 23 % lo ha incontrato di persona. Di questi due ultimi gruppi, la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di continuare a restare in contatto.
I genitori si sono detti in gran parte soddisfatti dell’esperienza, mentre una piccola minoranza (meno dell’1%) ha dichiarato che l’esperienza è stata negativa, specialmente perché i genitori non erano d’accordo l’uno con l’altro su come gestire questa ricerca. I genitori più curiosi di conoscere i parenti genetici del proprio figlio sono quelli che vivono in coppie dove non c’è un genitore di sesso maschile (donne single e coppie lesbiche).
Wendy Kramer si augura che anche negli Stati Uniti venga presto modificata la legge, in modo che i donatori non abbiano più il diritto di restare anonimi e le cliniche della fertilità siano poste in condizione di registrare i dati del donatore e anche di essere obbligate a fornirli.
Anche in Canada questa legge viene ridiscussa in questo periodo, dopo che l’anno scorso Olivia Pratten, la figlia di un donatore anonimo, ha presentato una querela contro la procura generale della British Columbia e dell’ordine dei medici in quanto si sente discriminata dalla impossibilità di poter conoscere il nome del proprio padre genetico.
Del resto, quando si parla di inseminazione eterologa, si parla spesso dei diritti dei genitori e mai di quelli della prole: ad esempio non si considera il fatto che i figli potrebbero instaurare relazioni incestuose inconsapevoli con altre persone concepite con lo stesso materiale genetico.
I genitori presi in esame nello studio avevano informato o pensavano di informare i propri figli della loro nascita “particolare” nel 97% dei casi. Molti lo avevano fatto quando i loro figli erano molto piccoli.
Uno degli iscritti al Registro, Mr. Stevens, racconta della sua grande soddisfazione nell’incontrare i suoi parenti genetici: è bello vedere in lui/lei i propri tratti genetici, trovare subito una certa familiarità. Le parole più usate da chi ha incontrato un fratellastro attraverso il Donor Sibling Registry sono: ”enriching”, “wonderful” and “fun” (arricchente, meraviglioso, divertente).
Nel Regno Unito, dal 2005, i donatori devono accettare di poter essere identificati dai figli maggiorenni che lo richiedano, in contro-tendenza con la precedente legislazione, che garantiva invece l’anonimato. Questo ha provocato una diminuzione drastica dei donatori: per questo c’è una proposta di legge per aumentare il numero massimo, attualmente stabilito, di fecondazioni che si possono fare con lo stesso materiale genetico, cioè dieci.
La fecondazione eterologa in Italia
In Italia la Legge 40, emanata nel 2004, regola la possibilità delle coppie di affidarsi al Sistema Sanitario Nazionale per avere dei figli tramite la fecondazione assistita e questa legge vieta espressamente l’inseminazione eterologa. Al referendum abrogativo del 2005, solo il 26% dei cittadini si è recato alle urne, mantenendo dunque in vigore l’attuale legge. La maggior parte delle coppie italiane sembra però insoddisfatta della legge: secondo una ricerca promossa dal Censis con la collaborazione della Fondazione Serono (Febb. 2009), l’80,5% delle coppie italiane interpellate dal sondaggio ha detto che “vivere in Italia non favorisce tutti coloro che vogliono avere un bambino attraverso la fecondazione assistita”.
Una coppia su tre (32,3%) si dice disposta a praticare la fecondazione eterologa, un dato che non si discosta molto (27,2%) se si analizzano solo le coppie di cattolici praticanti.
Fonti:
Health24
The Globe and mail
ScienceDaily
AGI
Immagine: Surleygirl








