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Le schiave del sesso nei campi di concentramento nazisti: una mostra a Ravensbrueck

2915742778_b504a474aa.jpgRavensbrueck, nord di Berlino, ex sede di un notorio campo di concentramento nazista prevalentemente femminile c’è in questi giorni un’interessante esposizione, che riguarda la storia di molte prigioniere, obbligate a prostituirsi, fra il 1942 e il 1945. Queste donne non erano destinate ai gerarchi nazisti, come si potrebbe pensare, ma ai loro stessi sfortunati compagni di prigionia.

Non si trattava ovviamente di un’espressione di generosità da parte dei nazisti, semmai di una congenere consapevolezza che l’uomo, per essere più produttivo, deve dare sfogo alle sue pulsioni sessuali. E poi c’era il problema dell’omosessualità, come si sa aborrita dalla ideologia nazista: dunque, per non far dilagare i rapporti sessuali fra uomini era necessario introdurre delle donne-schiave che avessero consentito questi salutistici accoppiamenti uomo-donna.

Si stima che il numero di queste schiave del sesso sia stato molto inferiore alle decine di migliaia di ”donne per il piacere” rapite in Asia e date in pasto, come sfogo sessuale, alle truppe giapponesi. Il Direttore del Centro di Ravensbrueck, Insa Eschebach, sostiene che fossero circa 200 queste schiave del sesso, prese nei campi di Ravensbrueck ed Auschwitz e messe al lavoro in una decina di campi nazisti, in Germania e nei territori occupati nell’Est.

Una testimonianza, quella di Frau W. così ricorda: “Ci dissero che eravamo nella casa di appuntamenti del campo e che eravamo fortunate. Avremmo potuto mangiare bene e bere a sufficienza. Se ci fossimo comportate bene e avessimo svolto correttamente il nostro lavoro non ci poteva accadere nulla”.

Esse erano finite nei campi prevalentemente per  ”comportamenti anti-sociali” un crimine arbitrariamente definito sotto il nazismo, che includeva prostitute di professione, ma anche donne con idee politiche non gradite, o che avessero delle relazioni con persone di razza ebraica.

I prigionieri che riuscivano a mettersi in luce nelle gerarchie dei campi (secondo il curatore dell’esibizione, Michael Sommer, circa l’uno per cento dei prigionieri)  potevano “comprare” fino ad un quarto d’ora con una di queste prostitute, per due Reichsmarks.

Le prostitute avevano diritto ad una frazione minima di quegli importi, pagati per loro, allo scopo di potersi comprare del cibo, quando era disponibile.

Il lavoro sessuale veniva organizzato in modo molto burocratico, sostiene Sommer, mostrando i documenti delle prigioniere con codice “998″, quello delle prostitute. Vi erano anche specifici vouchers per gli uomini autorizzati ad utilizzare questo servizio.

Le prostitute erano tutte tedesche e per le guardie dei campi furono create strutture separate. Esse venivano controllate regolarmente, per evitare che si ammalassero e potessero trasmettere delle malattie sessuali nei campi. Le gravidanze finivano sempre in aborti forzati.

C’erano anche delle “volontarie“, dal momento che gli spazi destinati a questo servizio erano riscaldati ed avevano condizioni igieniche migliori del normale. A queste donne veniva inoltre promesso di poter essere scarcerate in anticipo.

Una testimone, Frau B., ha dichiarato che ogni donna lavorava in una piccola stanza, dove riceveva fino a cinque uomini l’ora. Da uno spioncino le guardie potevano osservare le scene di sesso e sghignazzarci sopra. I clienti invece erano delle persone “decenti”: erano stati prigionieri per lunghi anni ed erano felicissimi di avere questo breve ma intenso contatto umano. A volte, i clienti delle prostitute volevano solamente parlare.

I prigionieri politici boicottavano invece il bordello creato dai nazisti. I comunisti ad esempio, a Buchenwald, credevano che i bordelli fossero usati dalle SS a danno dei prigionieri.

Dopo la guerra, molte di queste lavoratrici del sesso tedesche si tennero dentro i traumi subiti e la vergogna, per non essere considerate “collaborazioniste”. La Germania non ha dato loro nessun riconoscimento per il servizio prestato  e poche di loro sono ancora vive.

La schiavitù sessuale è stata riconosciuta come crimine di guerra dalle leggi internazionali solamente nel 2002 e i casi recenti che hanno riguardato stupri di massa si sono verificati soprattutto nelle guerre di Bosnia e in Rwanda.

L’esibizione di Ravensbrueck termina l’8 Marzo, dopo di che essa farà altre tre tappe in Europa, per approdare a Roma nel 2010.

Giuliana Proietti

Fonti:
AFP
Times of India

Links utili:

Ravensbrueck - tutto su questo campo di concentramento
Immagini sul campo di Ravensbrueck

Immagine: Hannablu59

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  1. 4 marzo 2009 / ore 15:22
    lucy

    La lettura di questo post provoca sgomento. Perché per la donna c’è sempre un gradino in più sulla strada del dolore? Perché lo permettiamo?

  2. 4 marzo 2009 / ore 19:46

    Lo permettiamo sempre di meno Lucy, ma in ogni caso il potere è ancora saldamente in mani maschili, come del resto è sempre stato. In questo post si parla di SS e campi nazisti, ma si parla anche della vicinissima Bosnia, di pochi anni fa… Purtroppo credo che tutto sia ancora come prima, malgrado il femminismo e il post-femminismo.

  3. 5 marzo 2009 / ore 23:18
    lucy

    E quindi è sempre e comunque una questione di potere? Non c’è nient’altro che influenzi il comportamento e le azioni umane in modo altrettanto profondo?

  4. 10 marzo 2009 / ore 09:15

    … Vogliamo dire che questa cosa è l’amore? Diciamolo Lucy, ma con poca convinzione… :-) Anche se tutto, certamente, sarebbe più bello.

  5. 10 marzo 2009 / ore 18:55
    lucy

    Gentile dottoressa, innanzitutto la ringrazio perché con i suoi post e con i suoi commenti ci induce a riflettere su questioni tanto importanti. Non ho dubbi sul fatto che sia il potere a guidare la modalità delle relazioni, ma questa cosa mi sconforta, e non poco. Nell’ultimo secolo abbiamo dato l’assalto alle università e alle professioni, ci siamo emancipate economicamente, ma, ridotta la questione ai minimi termini, l’uomo può ancora “usare” la donna. E prima o poi, in condizioni particolari di rabbia o paura, lo fa. Voglio credere che, nonostante tutto, sia possibile cambiare lo stato delle cose. Per noi e per le nostre figlie.

  6. 15 marzo 2009 / ore 14:22

    Grazie Lucy delle gentili parole. Credo si possa essere ottimiste: in fondo non stiamo già assai meglio delle nostre nonne e bisnonne? ;-)

  7. 6 settembre 2010 / ore 15:28
    pam

    salve dottoressa,
    mi sto occupando della violenza sessuale nelle istituzioni totali e sarei interessata a sapere quando c’è questa esposozione a Roma (pregando che non ci sia ancora stata).
    grazie mille

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