3125254009_6d759d5c34.jpgSe non lo avete già fatto, vi consiglio di documentarvi su questa inchiesta del Comune di Milano, che io ho letto oggi su La Stampa. Non vi è ragione di credere che ciò che accade a Milano non accada anche in altre città del nostro Paese: nelle grandi metropoli, così come nei piccoli centri.

Gli attori sono infatti gli stessi: ragazzi adolescenti, cresciuti senza la compagnia dei genitori, e dunque senza modelli, né controlli familiari; allevati e spesso plagiati dai programmi meno educativi della TV (e, per questo, anche più “interessanti” per loro)

All’inizio i bambini (perché di questo si parla!) cominciano a praticare il sesso come se fosse un gioco, per scimmiottare quello che hanno visto in TV, ma poi, crescendo, essi capiscono che il sesso può anche essere un lavoro: un lavoro ben pagato, che si può fare nel presente, non nel lontano e sempre più incerto futuro, con poca fatica e, perché no, perfino qualche divertimento.

Niente di nuovo sotto il sole, sia chiaro; la prostituzione, ovvero la vendita del proprio corpo in cambio di denaro, è sempre esistita e sempre esisterà. Il problema secondo me è la massificazione del fenomeno: sempre più ragazze (e ragazzi) usano questo mezzo per fare soldi facili, di cui hanno un intenso bisogno, per raggiungere quella che loro credono sia “la felicità”..

Che ci fanno poi con questi soldi, come orientano i loro consumi? Lo sappiamo: cellulari sempre più tecnologici, abiti firmati, serate in discoteca e in locali vari, acquisto di video-games, ma anche acquisto di compiti svolti, ovvero tempo libero.

Speranze? Solo una: trovare, attraverso selezioni, provini, frequentazioni, quel “gancio in mezzo al cielo” che li porti su, su, fino al mondo dei VIPs, nuovi dei dell’Olimpo.  Partecipando ai loro convivi, alle loro feste essi possono così apparire sui sempre più numerosi rotocalchi di gossip, di cui i giovani sono protagonisti e consumatori.

E se per ottenere questo occorre cominciare col sesso rapido nei bagni della scuola durante l’intervallo, facendo sesso di gruppo, rapporti orali e anali con singoli e coppie, pazienza: tutti devono fare la loro gavetta, dicevano i nonni, no?

Cosa si fa per arginare il fenomeno in Italia? Risposta: nulla.
E le famiglie, i genitori, cosa fanno per salvaguardare i propri figli da queste esperienze e da questi modelli di vita? Risposta: nulla.

In compenso, a Milano nei mesi scorsi le associazioni dei genitori hanno preteso che l’amministrazione comunale bloccasse le lezioni di educazione sessuale, organizzate con l’Asl, nelle scuole pubbliche.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte: Sesso a scuola, basta un sms
Immagine:Brigitte

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53337098_eb5ec47137.jpg“La storia delle donne romane merita particolare attenzione. A differenza della storia delle donne greche e delle altre donne antiche non è un passato remoto.E’ il nostro passato prossimo. E forse, in qualche misura, è anche una parte del nostro presente”…

Così si legge nella quarta di copertina del libro di Eva Cantarella, Passato Prossimo, che ho subito comprato e da poco finito di leggere.

Il libro è molto interessante, perchè, attraverso un continuo ricorso, diretto e puntuale, alle fonti, ci permette di scoprire come era la condizione della donna nell’antica Roma. Lungo un percorso, che inizia dal ratto delle Sabine, scopriamo come, partendo da una condizione di pressoché totale mancanza di autonomia, al tempo di Augusto buona parte delle donne romane si erano, per così dire, “emancipate“, raggiungendo una libertà che, ad esempio, le loro coeve ateniesi non ebbero mai.

La Cantarella individua diversi fattori che spinsero le donne ad emanciparsi: il primo fu la possibilità di essere ammesse alla successione ereditaria, sia dal padre, sia dal marito (le ateniesi potevano invece contare unicamente sulla dote, ottenuta dalla propria famiglia al momento del matrimonio, che poi diventava comunque proprietà del marito). Il secondo fu il diffondersi del matrimonio “sine manu”, ovvero quello che consentiva alle mogli di potersi sposare, rimanendo però persone indipendenti dal marito (sui iuris) e dunque legittimate  a gestire a piacere il loro denaro personale.

Ma è nella guerra, sostanzialmente, che l’autrice trova il fattore principale che portò le donne romane ad emanciparsi. Due secoli di guerre, tra cui la terribile Seconda Guerra Punica: fu in questo periodo che gli uomini, impegnati nelle preoccupazioni belliche, dovettero affidare alle donne la gestione e la salvaguardia degli affari e del patrimonio familiare.

Le guerre portarono dunque all’indebolimento della figura autoritaria e accentratrice del paterfamilias, permettendo finalmente alle donne di acquisire nuovi diritti e privilegi.

Tra questi privilegi, forse il più importante fu quello di poter allevare i propri figli. A differenza di quanto succedeva alle ateniesi, che avevano un ruolo materno solo biologico, le madri romane non erano delle semplici riproduttrici e nutrici: esse erano, specialmente per i figli maschi in età adolescente o adulta, delle consigliere morali, le vere custodi dei valori civici.

Riflessione conclusiva (mia personale):

Sin dai tempi antichi dunque, sono le donne a trasmettere ai figli mentalità, principi e modelli di comportamento. Paradossalmente, sono le madri ad insegnare e a trasmettere a figli maschi e femmine il culto della virilità, quel culto che spesso si traduce in  sopraffazione di un genere sessuale sull’altro. In questo senso dunque, il mammismo potrebbe essere considerato un dispositivo di “autocorrezione” materno nei confronti dei pericolosi modelli trasmessi:  portando i figli maschi ad avere un attaccamento eccessivo e particolare con la propria madre, (figura di donna da intendersi moralmente superiore a tutte le altre), le madri si preservano per tutta la vita dall’essere trattate secondo i dettami dei propri stessi insegnamenti.

Giuliana Proietti

Libro:
Eva Cantarella, Passato e Presente, Donne romane da Tacita a Sulpicia
ed. Feltrinelli

Immagine: Alun Sait

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2345703764_4e873918a5.jpgAntonella, 43 anni, di Udine, sposata. Lei si prostituisce da molti anni, mentre suo marito fa l’operaio in una fabbrica.. Hanno tre figli, tutti adolescenti, che non conoscono il mestiere della mamma.

Le ho fatto qualche domanda, per cercare di capire meglio la personalità e il mondo di una donna che ha scelto il sesso come mestiere. Ecco l’intervista:

Che età avevi quando hai iniziato a prostituirti?
Diciassette anni.

Cosa hai provato la prima volta?
Difficile ricordare..paura sicuramente..

Lavori in strada, in casa, in hotel…
Ho iniziato in strada per molti anni poi con l’arrivo degli stranieri era diventato rischioso e quindi la maggior parte delle italiane si sono ritirate in appartamento.

Che differenza c’è fra una prostituta e una escort? Perché non tutte scelgono di fare le escort?
La escort si sposta, fa viaggi anche lunghi, fine settimana, cene, questo implica una buona dialettica e capacità di essere gradevole come compagnia: non tutte sono portate e preferiscono il rapporto più veloce e sbrigativo.

Hai mai provato a smettere, a fare un lavoro normale?
Ho smesso costretta dagli eventi della vita e fatto lavori anche umili, ma quando ho potuto ho ripreso.  E’ difficile fare a meno di un certo tenore di vita.

Tuo marito sa quale è il tuo vero lavoro? E’ geloso?
Mio marito era un cliente. Quindi sa che per me è un lavoro:niente di coinvolgente, fisicamente o mentalmente.

Quali sono i rapporti intimi fra di voi?
Abbastanza radi, in quanto sessualmente perdi molto esercitando questo lavoro..

Quanti clienti vedi, ogni giorno?
Difficile fare medie. A causa della crisi economica che ci ha colpito direi che sono oggi da 2 a 7-8 al giorno.


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2214489128_19f66207e4.jpgMolte sono le donne che non riescono a rimanere incinte, nonostante ripetuti tentativi e altissima motivazione alla gravidanza.

Generalmente queste donne, prima di rivolgersi ad una clinica per problemi di infertilità, si affidano ai consigli del proprio medico, ai suggerimenti delle amiche, oppure a quanto riferiscono anonime testimonianze su Internet.

Non è infrequente che alcune cerchino in un primo tempo dei trattamenti di medicina alternativa, come prodotti erboristici ed altro, pensando che se non fanno bene, almeno male non fanno. Solo alla fine di questo lungo percorso si arriva in genere alla decisione di sottoporsi ad un trattamento di fertilizzazione in vitro (IVF).

Un nuovo studio danese tuttavia, appena pubblicato, ha scoperto che il successo del trattamento IVF è ridotto del 30% fra le donne che hanno utilizzato trattamenti di medicina alternativa.

Il ricercatori hanno studiato più di 700 donne sottopostesi a trattamenti di fertilizzazione in vitro in un periodo di 12 mesi, riscontrando che le donne che avevano già provato a curare l’infertilità tramite trattamenti di riflessologia, agopuntura, aromaterapia, prodotti erboristici,  rimanevano incinte in misura significativamente inferiore delle altre donne che non avevano mai usato questi rimedi.

Gli autori dello studio, Polyakov e Vollenhoven, affermano che, allo stato attuale, è impossibile capire se l’insuccesso è causato direttamente dagli effetti delle medicine alternative, oppure se le donne che prima della FIVET hanno provato con le medicine alternative siano donne che hanno maggiori difficoltà al concepimento rispetto alle altre (n.d.b. magari perché infertili da un maggior numero di anni, più stressate, più deluse, ecc..) e per questo rimangono incinte meno delle altre.

In ogni caso, suggeriscono i ricercatori a chi gestisce le cliniche dell’infertilità, fino a che non se ne saprà di più sull’argomento, meglio sconsigliare i propri pazienti, in lista per una FIVET, dal cercare di curare l’infertilità tramite medicine alternative.

Fonte:  “Use of complementary and alternative medicines associated with a 30% lower ongoing pregnancy/live birth rate during 12 months of fertility treatment.” via Science Daily

Dr. Giuliana Proietti

Link: Faculty of 1000: Biology and Medicine

Immagine: Daquella Manera

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Come superare una cotta estiva

Si parla di: Amore

2338074641_ce0e3ec422.jpgL’estate è un periodo particolare dell’anno in cui possono facilmente nascere storie d’amore molto passionali, ma che purtroppo durano il tempo di una vacanza. E’ vero, ci sono storie d’amore nate sulla spiaggia che riescono a durare nel tempo, ma sono casi molto rari, perché i due partners, per quanto innamorati, trovano poi montagne di difficoltà per continuare a vedersi e a vivere serenamente la loro storia romantica.

Per far durare un amore estivo è infatti necessario che uno dei due si trasferisca, il che non è sempre facile, specialmente se il luogo di residenza e quello di vacanza sono piuttosto distanti fra loro.

Un’altra difficoltà che spesso si incontra è quella della lingua: spesso si intrecciano storie con persone che parlano una lingua diversa. Nei primi tempi ci si intende abbastanza bene con un inglese stentato, perfino con i gesti, ma col tempo sono inevitabili le incomprensioni e i malintesi.

A tutto questo spesso occorre aggiungere anche il problema delle differenze sociali: quando si è tutti in costume sulla spiaggia, senza niente di particolare da fare, ci si sente tutti uguali. Le cose ovviamente cambiano quando si torna alle vecchie abitudini e ci si deve confrontare con persone abituate a vivere in ambienti completamente diversi.

Prima di prendere qualsiasi decisione dunque, occorre tornare alle vecchie abitudini, nella propria città, per valutare in modo più obiettivo se è il caso o meno di continuare la storia estiva.

Se ci si rende conto che la relazione ha poche possibilità di sopravvivere, conviene troncare subito: questo genere di legami a distanza infatti possono durare anche molti anni, dato che i partner si vedono e si frequentano pochissimo. In questo modo non solo si perdono molte altre opportunità di conoscenza e di frequentazione, ma si continua a vivere in una realtà illusoria, come se dall’ultima serata trascorsa insieme nel luogo di vacanza non fosse mai cambiato nulla.

Giuliana Proietti

Immagine: Joel Bedform

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