Abbiamo visto nel post precedente quanto il costrutto dell’identità sessuale sia complesso e variegato. Inoltre lo stesso concetto è fortemente legato alla cultura e al periodo storico. Si pensi infatti a come e quanto sia cambiato il ruolo di genere, o ruolo sessuale, negli ultimi anni. Più che parlare di “normalità” o “anormalità” nell’identità sessuale sarebbe meglio parlare di “egosintonia”, cioè il soggetto si sente in armonia con i propri bisogni e/o desideri, e sente un senso di coerenza con l’immagine e il senso che ha di sé. In questo caso il soggetto sta bene con se stesso e vive una vita normale. Il contrario sarà allora “egodistonia” ovvero quella sensazione di non essere in sintonia con i propri bisogni e una sensazione di incoerenza tra la propria immagine e senso di sé. Questo porta a vivere sensazioni di non appartenenza e marcato disagio in diversi campi della vita.
Nello specifico in letteratura si parla di “Disturbo dell’identità di genere” come mancata corrispondenza tra la percezione interiore della propria identità di genere e il sesso biologico in cui si è nati. Tali soggetti hanno una profonda e persistente identificazione nel sesso opposto a quello assegnato anagraficamente. Questo disturbo non riguarda solo il comportamento e le scelte sessuali, ma l’intera personalità dell’individuo in tutte le sue caratteristiche. Queste persone sentono che il sesso biologico con cui sono nati non gli appartiene. Sentono letteralmente di “vivere nella pelle sbagliata” già fin da piccoli, si sentono “imprigionati in corpi che non sono i loro”. C’è un forte desiderio di essere considerato come appartenente all’altro sesso assumendone anche le caratteristiche fisiche. Tutto questo crea un forte disagio nella persona e molto spesso una profonda compromissione della vita sociale, relazionale e lavorativa.
Nello specifico poi si parla di travestitismo, o crossdresser, in chi, seppur desiderandolo, non si sottopone mai a chirurgia plastica per l’assunzione dell’altro sesso, ma si veste e agisce come se lo fosse. Di transessuale o transgender per chi invece si è sottoposto a cure ormonali, fino all’operazione chirurgica di cambio di sesso.
Nella società queste persone sono spesso viste in modo estremamente negativo poiché rompono in modo netto con quanto affermato dalle convenzioni comuni. Nella nostra cultura il genere sessuale deve necessariamente appartenere a una delle due categorie “maschio” o “femmina”. Non a caso la prima cosa che uno chiede quando nasce un bambino è “Che sesso è?”. Tendiamo, vuoi per praticità o per economia di pensiero, a catalogare le persone in scatole ben definite. Chi invece è transgender ha sfidato e valicato i confini di genere. Se le persone non si possono riferire all’altro con chiarezza come un lui o una lei, si sentono a disagio.
Il disturbo di identità di genere è presente anche nel manuale diagnostico psichiatrico ma ha la caratteristica di essere l’unica patologia classificata come psichiatrica a non essere in effetti curata psichiatricamente. La persona con questo disturbo non viene portata alla “guarigione” arrivando ad essere a proprio agio con il suo sesso di origine, bensì accompagnandola e sostenendola durante il percorso di passaggio da un sesso all’altro.
Foto: simbolo transgender di PhotoComix
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L’identità sessuale è un aspetto fondamentale della nostra vita. In termini colloquiali potremmo dire che è il modo in cui noi esprimiamo e viviamo le nostre caratteristiche sessuali. Essa scaturisce da un processo costruttivo di complessa interazione tra aspetti biologici, psicologici, educativi e socioculturali. È un processo che ci accompagna durante tutto l’arco di vita emergendo all’interazione dinamica tra varie componenti come: l’individuo, la famiglia, la storia. Lo sviluppo comincia con capacità primarie molto semplici e subito dopo si configura in pattern estremamente complessi e variabili.
Per comprendere meglio il concetto possiamo dire che l’identità sessuale è un costrutto multidimensionale che possiamo operativamente scomporre in 4 dimensioni:
- Sesso biologico: questa è la parte fisiologica dell’espressione cromosomica che ci fa essere donne con cromosomi XX e uomini con cromosomi XY.
- Identità di genere: rappresenta la sensazione soggettiva di appartenenza alle categorie psichiche di maschio e femmina.
- Ruolo di genere: questa è l’espressione esteriore culturalmente e socialmente determinata dell’identità di genere. È composto dall’insieme di aspettative e ruoli su come gli uomini e le donne si debbano comportare in una data cultura e periodo storico.
- Orientamento sessuale: ovvero l’attrazione erotica ed affettiva per una altra persona che può essere del sesso opposto, dello steso sesso oppure di entrambe i sessi. Abbiamo quindi rispettivamente l’eterosessualità, l’omosessualità e la bisessualità.
L’identità sessuale deriva dalla complessa interazione delle dimensioni appena menzionate. Queste possono essere al loro interno variamente determinate e tra loro diversamente combinate. Si capisce dunque quanto l’identità sessuale possa avere una complessa modalità di espressione individuale. Difficilmente si può dunque stabilire una “normalità” nell’identità sessuale che sia predeterminata e precostituita. Anche lo stesso sesso biologico che può sembrare apparentemente sicuro e incontrovertibile, in alcuni casi è portatore di “ambiguità”. Ci sono alcuni bambini che nascono con la presenza di un cromosoma XXY e quindi la compresenza di tratti fisici sia maschili che femminili.
Normalità nell’identità sessuale è sentirsi bene e in armonia con se stessi, il proprio corpo e le proprie caratteristiche sessuali. Se identità di genere, ruolo di genere e sesso biologico coincidono nella percezione soggettiva dell’individuo si può parlare di “egosintonia” , cioè il soggetto si sente in armonia con i bisogni e desideri, e sente un senso di coerenza con l’immagine di sé. Ciò può valere allo stesso modo sia per l’eterosessualità che per l’omosessualità, visto che questa differisce dalla prima solo nell’orientamento sessuale.
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Dopo un lungo periodo di convivenza può capitare che nella coppia si diventi talmente “familiari” che ci si sente più amici che amanti. Questo capita perché ci si lascia andare alla routine, ci si lascia travolgere dalla quotidianità con tutti i suoi problemi e non si trova più il tempo per la propria relazione. Ci si trova allora a percorrere due strade che sono solo accidentalmente vicine. Molto spesso si pensa che il solo condividere lo spazio o la vita matrimoniale siano lo stimolo per far andare avanti la coppia, ma nella realtà dei fatti non è affatto così. Una relazione amorosa ha bisogno di essere curata e alimentata giorno dopo giorno.
La routine è uno dei più grandi pericoli per una coppia. Da un lato questa può sembrare confortevole e rassicurante, ma dall’altro non ci permette di vivere nel pieno la nostra vita. Ci fa andare avanti come se avessimo dei paraocchi. Se le cose sono ormai per noi evidenti e sempre uguali a sé stesse smettiamo di curarcene e quasi di accorgercene. Lo stesso capita nella relazione sentimentale.
Se nella vostra relazione sentite di essere diventati buoni amici non deve essere la fine, ma potete farlo diventare un nuovo inizio. Potete anche prenderlo come un gioco: “Facciamo come se non fossimo già una coppia e cerchiamo di riconquistarci”.
Innanzitutto cercate di identificare i meccanismi della routine che hanno ingoiato la vostra unione. Ci possono essere problemi di comunicazione. Oppure un problema di intimità. O forse sentite o pensate di non essere più tanto attraenti per il vostro partner.
In ogni caso c’è bisogno di un cambio di prospettiva. Se sentite che il vostro compagno si è allontanato o anche se siete voi a sentirvi distanti non aspettate che anche l’altro se ne accorga e sia lui a venirvi incontro. Prendete in mano la situazione e affrontatela con sincerità.
Introducente nella vostra vita qualche cambiamento coinvolgendo il vostro compagno. Iniziate comunicando a lui il vostro disagio. Non addossate la colpa né a voi né al vostro compagno, ma cercate la sua collaborazione nella scelta di una soluzione.
Se non vi sentite più seducenti cercate di migliorare il vostro rapporto con il corpo, ricreate la vostra sensualità magari con un esercizio fisico ad hoc. Se siete più avanti negli anni e pensate che l’attività fisica non faccia per voi potete aumentare la vostra sensualità curando il linguaggio della seduzione tramite la parole e il corpo come suggerito nell’articolo “Il linguaggio della seduzione”.
Imparate a ricreare il giusto livello di intimità sia fuori che dentro il letto.
Infine datevi del tempo, sicuramente c’è voluto tempo per farvi diventare solo amici ora vi servirà del tempo per ricostruire un nuovo rapporto. Tornare ad essere amanti si può con l’impegno di entrambe i partner.
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Questa domanda sottintende un grande pregiudizio legato alla sessualità, cioè che la sessualità è predeterminata in base al sesso di appartenenza. Questo non è assolutamente vero. La sessualità ha naturalmente basi fisiologiche che determinano delle differenze nei due sessi, ma queste non determinano tutta la nostra sessualità. Le differenze piuttosto che esserci in modo netto tra donne e uomini ci sono tra persona e persona. Ognuno di noi è differente ed ha pertanto un atteggiamento differente verso la sessualità. Questo ci deriva dalla biologia, dalla cultura, dall’esperienza personale e dalla nostra soggettività.
Credere che il maschio per sua natura sia “obbligato” ad avere un desiderio sessuale sempre attivo e alto spinge da una parte l’uomo a doversi conformare con un ideale di sé irrealistico e dall’altra parte le donne a soffrire se il loro uomo non si confà ai loro stereotipi. Questo può portare l’uomo a sviluppare ansia da prestazione o bassa autostima. Lo troviamo infatti spesso alla rincorsa di un falso machismo che si esplicita soprattutto in una sessualità esagerata. Questo atteggiamento tende anche a sminuire quello che è l’atto sessuale in sé e ridurlo solo ad un mero sfogo di bassi istinti. L’atto sessuale invece è molto di più di una spinta biologica.
Le donne dal canto loro possono sentirsi in colpa e poco desiderate quando vedono che il loro compagno non ha così tanto desiderio sessuale come credono sia giusto.
Una donna con un forte desiderio sessuale, invece, è mal vista e considerata per lo più una poco di buono.
Tutto questo non fa bene alla sessualità, né dell’uomo né della donna. Innanzitutto non c’è un minimo di attività sessuale statisticamente giusto. Nel post “Fisiologia del desiderio sessuale” abbiamo visto come la libido sia variamente declinata lungo tutto l’arco di vita. Si può dire che si ha un desiderio sessuale scarso quando c’è una persistente e scarsa presenza di interesse verso il sesso o di fantasie sessuali tali da causare forte disagio personale, se non addirittura ansia o depressione. Quindi non si può indicare un numero esatto di volte in cui è giusto fare sesso, ma ognuno fa sesso tutte le volte che si sente bene nel farlo.
In seguito è bene evitare di ragionare seguendo stereotipi soprattutto quando sono mal confezionati. Nella sessualità, come nella vita, c’è una grande componente soggettiva che ci rende unici e dà anche sostanza all’atto sessuale, che altrimenti sarebbe stereotipato e sempre uguale a sé stesso, quindi estremamente noioso.
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Che intorno al sesso ci siano ancora molti tabù e visioni negative è storia di tutti i giorni. Senza scomodare grandi teorie psicologiche basta soffermarsi su quanto sia ancora difficile usare le parole che riguardano il sesso e la sessualità. A partire da quelle più basilari. Ad esempio per definire le zone genitali si usano i più disparati eufemismi, quelle rare volte che si riescono a nominare. Perché è un fatto certo ogni volta che si deve nominare la “Vagina” o il “Pene” siamo tutti presi da una inspiegabile vergogna. Le zone genitali sono parte del nostro corpo, al pari delle ginocchia o delle braccia, eppure vengono considerate una cosa vergognosa che non si può neanche nominare. Si cerca allora di trovare alternative più soft, ma la connotazione di vergogna è dura da superare. Per non parlare poi di parole come “Orgasmo” od “Eiaculazione”.
Le parole sono importanti, lo diceva anche Moretti in un vecchio film, e sono un indice preciso dell’atteggiamento di una cultura. Come dice la linguista Nora Galli de’ Paratesi «Il legame tra l’oggetto che una parola designa e la parola stessa è psicologicamente tanto forte da far sì che la carica emotiva che noi associamo all’uno si rifranga anche, con pari intensità, sull’altra. Nelle civiltà primitive tale identificazione tra parola e oggetto […] veniva vissuta come qualcosa di magico. Nelle lingue moderne […] Certe parole evocano in noi, oltre ad un concetto, anche la rappresentazione particolare che noi ne abbiamo ed il modo in cui lo viviamo: piacevole o spiacevole, temibile o no». È dunque importante sdoganare le parole legate al sesso dalla connotazione negativa. Questo sarebbe indice di una sessualità vissuta in modo più naturale, come è bene che sia.
Sarebbe importante anche per i nostri bambini, imparerebbero così che il sesso può essere vissuto con naturalezza e non c’è nulla da temere o da nascondere. Ora invece dal nostro atteggiamento imparano subito che tutto quello che riguarda il sesso è vergognoso e sporco.
Lo scorso anno c’è stata una lodevole iniziativa della Treccani in cui si è cercato di trovare una via nuova per parlare di sesso senza risultare scurrili o essere scambiati per ginecologi.
Il sesso anche nel vocabolario è colpito da ambivalenza, perché se da un lato c’è una grande vergogna nel pronunciare le parole del sesso dall’altro si fa un uso smodato e automatico dei neologismi dispregiativi relativi ad esso. Si veda l’uso comune e totalmente negativo dell’espressione “cazzo”. Tutto questo non aiuta la nostra sessualità.
Per superare i tabù sul sesso si deve iniziare a cambiare atteggiamento riconsiderando il sesso come una funzione naturale e benefica per l’essere umano che va coltivata e curata, piuttosto che una attività meccanica, sporca e di cui ci si può solo vergognare.
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