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  • A scuola di femminismo

    Pubblicato da Giuliana Proietti il 19 Agosto 2008
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    La Dr.ssa Jessica Ringrose, docente di sociologia di genere presso il London’s Institute of Education, ritiene che molte allieve abbiano un concetto di sé  molto, decisamente “troppo”, vicino alla tradizionale idea della donna che hanno gli uomini. Infatti, tutto quello che sembra interessare loro è diventare ’sexy’, sentirsi ’sexy’, in modo da piacere, sempre e comunque, agli uomini. 

    Lo riscontriamo anche nel linguaggio: le teenagers usano tra di loro un linguaggio molto sessualizzato, definendosi reciprocamente “puttana”, “troia” e via dicendo, senza forse rendersi conto fino in fondo di quello che stanno dicendo e dei modelli culturali che, con il loro modo di esprimersi, stanno di fatto avallando. 

    Per combattere questo, la Ringrose sostiene che si dovrebbe trovare il modo di insegnare nelle scuole dei fondamentali concetti femministi, che incrementino nelle ragazze il rispetto di sé stesse.

    Allo stesso modo, le insegnanti dovrebbero proporre dei modelli femminili che contrastino quelli offerti da alcune star del momento, come Paris Hilton, Britney Spears o Christina Aguilera.

    Far conoscere Virginia Woolf, la leader del movimento delle suffragette Emmeline Pankhurst o, al limite, anche il personaggio dei cartoni Lisa Simpson, potrebbe essere un modo per proporre ruoli positivi di donne.

    A scuola, dice la Ringrose, si dovrebbe cercare di combattere le diseguaglianze, portando le ragazze a conoscenza del fatto che ancora oggi le donne guadagnano meno degli uomini, sebbene escano dalla scuola superiore e dalle Università con voti molto più alti dei loro colleghi maschi.

    “Dobbiamo ridare forza agli ideali femministi,” ha dichiarato la Prof al supplemento del Times che si interessa di scuola e istruzione. “Le ragazze di oggi faticano a trovare una identità positiva che non sia completamente definita dalla loro sessualità. I modelli di ruolo positivi possono aiutarle a sentirsi vere donne e non solo oggetti sessuali, secondo i desideri degli uomini”.

    Fonti:
    The Telegraph
    Timesonline

    Immagine: Ganggerl

    Ed ora, permettete un breve commento a questa notizia…

    …dal momento che anch’io da lungo tempo, certamente per ragioni anagrafiche, ma anche per ideali giovanili in cui, malgrado tutto, tendo ancora a credere, mi occupo del problema, vivendo con non poca sofferenza questa finta ‘liberazione’ sessuale femminile.

    Le teen agers ridono delle donne che negli anni settanta bruciavano in piazza i reggiseni, invitavano a scoprire sé stesse e il proprio corpo, a partire dagli organi sessuali e dal clitoride, al grido di “io sono mia“. Le ragazze credono di aver raggiunto la parità fra i sessi e non lo ritengono più un vero problema. Come si spiega infatti il modo in cui la cultura popolare rappresenta ancora oggi le donne? Come si spiegano i costumi di scena delle ragazze che appaiono in TV? E’ facile constatare come le donne di oggi o si vestono e si comportano come gli uomini, o assumono, per piacere loro, le sembianze e gli atteggiamenti della donna-puttana: l’unico modello femminile che, da sempre, piace incondizionatamente a tutti gli uomini.

    Poco sanno e poco fanno le ragazze per contrastare la persistente violenza contro le donne o i recenti fenomeni di bullismo sessuale. Il problema è che esse non ignorano volutamente il problema: semplicemente non ne hanno sufficiente consapevolezza, dal momento che hanno imparato a reagire alla paura del comportamento sessuale violento dell’uomo non con dei mezzi efficaci sul piano pratico, ma solo con una del tutto inopportuna identificazione con l’aggressore.

    Per comprendere come, dal punto di vista psicologico, questo fenomeno possa accadere, basta pensare alle danze e ai rituali delle popolazioni primitive. Perché i danzatori vestono le pelli delle belve feroci e rappresentano questi animali nelle loro danze? Il meccanismo è semplice: se io mi vesto in modo tale da somigliare al leone, se io imito i suoi movimenti, io non ho più paura del leone, perché io SONO il leone.

    Di questo meccanismo di difesa parlò Anna Freud, definendolo “identificazione con l’aggressore”:  un meccanismo inconsapevole, inconscio, che porta a comportarsi come ciò che più di tutto crea spavento, disagio e malessere.

    In questo meccanismo, dall’imitazione pura e semplice si passa poi alla identificazione con l’altro, fino a perdere la consapevolezza di sé, la propria reale identità, con un pensiero del tipo: “io non imito l’altro, io SONO l’altro“.

    Identificarsi con l’altro significa tradire la propria storia personale, i propri pensieri, i propri sentimenti ed entrare in uno stato di confusione che, al di là delle apparenze, non permette di progredire nella costruzione della propria personalità e della propria realtà oggettiva.

    Mi piacerebbe dunque, come suggerisce la Ringrose, che in classe si parlasse di femminismo, ma non in senso storico o letterario, partendo dalle suffragette o da Virginia Wolf… Mi piacerebbe invece partire da esempi concreti, come dall’analisi del linguaggio di tutti i giorni.

    Facciamo un esempio pratico (e mi scuserete per la volgarità delle espressioni citate): le ragazze si rendono realmente  e pienamente conto del fatto che usando espressioni apparentemente neutrali, come un banale “che cazzo dici“, “non mi rompere i coglioni“, “figlio di puttana“, “sono incazzata” e così via, esse avallano un modello culturale maschile, da sempre dominante, che tende ad opprimere la donna e a non farla progredire né a livello sociale né sul piano culturale?

    Io credo che noi donne, per completare la nostra rivoluzione culturale e raggiungere la piena parità dei sessi dovremmo riconoscere ed imparare ad apprezzare la nostra femminilità, cominciando anzitutto dal depurare il nostro lessico da tutti i riferimenti, inutili e inopportuni, agli organi sessuali maschili o alle espressioni tipiche della cultura machista, che ci fanno sentire come l’altro, ma che in realtà contribuiscono, e non poco, a mantenere il nostro genere sessuale subalterno a quello maschile (Basti pensare all’esempio citato dalla Ringrose: malgrado le ragazze raggiungano risultati scolastici molto migliori dei loro colleghi maschi, esse faticano assai di più ad entrare nel mondo del lavoro e, se ci riescono, nella maggior parte dei casi devono accettare demansionamenti e retribuzioni molto ridotte rispetto a quelle dei colleghi uomini).

    Per tornare al discorso iniziale dunque, ben venga il femminismo nelle scuole, partendo dai testi scolastici. Avete mai pensato, ad esempio, alla differenza che c’è fra l’espressione “l’uomo cominciò ad utilizzare il fuoco per cucinare il cibo” o “l’essere umano cominciò… ecc” ? Precisare questi concetti attraverso un utilizzo più appropriato dei termini eliminerebbe in partenza non pochi pregiudizi sulle donne e, forse, porterebbe al tanto auspicato, ma decisamente non ancora raggiunto ideale di un “mondo migliore”: da costruire insieme, uomini e donne ( o meglio: “donne e uomini:lol: ).

    Giuliana Proietti

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    1 Commento

    Di: il sesso e la luna » Blog Archive » Messaggi in Bottiglia: Ines Testoni in 1 Settembre 2008

    […] # Uomini e Prostitute: L’uomo è in crisi e la donna non sa più come accontentarlo ed appagarlo, perché questo è l’interesse principale della massa femminile, a parte l’esigua élite di femministe e studiose autocoscienti. Poiché è priva di iniziativa sociale, perché non ha alcun potere e quindi non è in grado di declinare le proprie idee in modo da apportare un cambiamento significativo nelle relazioni culturali che informano le relazioni intime, la donna non può che subire la rabbia regressiva maschile, ambivalente e animale, dovendo altresì competere con un “femminile artificiale” ben più eccitante del suo - quello dei transessuali che sono estremamente attraenti perché il maschio-cliente cerca sostanzialmente il piacere attraverso l’umiliazione dell’altro, e non c’è umiliazione più grande della femminilizzazione di un uomo. Il rapporto prostituito è rassicurante per chi paga, perché il danaro supplisce a tutte quelle carenze soggettive che l’uomo sente come limitanti in un rapporto paritario. Finché si crederà e si manterrà una rappresentazione della sessualità maschile come di un’espressione di indominabile animalità e finché le donne non sapranno porsi in modo diverso dall’esser prede che non aspettano altro che il predatore, la prostituzione non sarà risolta. Il percorso di autocoscienza rispetto a tutto questo per donne e uomini è estremamente lungo, faticoso e doloroso, ma inevitabile e ci sono già importanti segnali di “emancipazione” in tal senso sia nell’universo maschile sia in quello femminile.    di Ines Testoni a cura di Giuliana Proietti Potrebbe interessarti anche: A scuola di Femminismo […]

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