I bambini lasciamoli fuori dalle liti

Si parla di: Famiglia, coppia

È recente la notizia di un bambino conteso tra il padre e la madre che viene trascinato via a forza dal padre. Purtroppo storie di bambini contesi sono frequenti.
È assolutamente sbagliato coinvolgere i bambini nelle liti tra genitori ed utilizzarli come merce di ricatto.
La relazione tra i genitori è qualcosa di diverso dalla relazione che questi hanno con i figli. Se ci sono dissapori all’interno della coppia non sono i figli a doverne pagare le conseguenze.
Allo stesso modo non fa bene e non serve a nulla denigrare apertamente l’altro genitore agli occhi del figlio.
Recenti ricerche hanno dimostrato come le liti dei genitori possono influire in maniera forte sul benessere psicologico dei figli. Questo non vuol dire che le coppie non possano o non debbano litigare, ma è bene cercare di gestire i conflitti in modo funzionale, nel modo meno violento e negativo possibile. Se i figli assistono alle liti dei genitori è bene che questi spieghino loro i motivi del contendere e che rendano partecipi i figli anche della pace ritrovata. Le burrasche possono capitare, ma poi si risolvono e ci si ama tutti ancora di più. Non lasciare situazioni irrisolte per giorni e giorni. La guerra fredda è deleteria tanto quanto il conflitto aperto. Il bambino non riesce ad inquadrare i motivi o le ragioni della tensione non risolta.
I bambini si affidano totalmente ai propri genitori, vederli in conflitto può generare un certo stato d’ansia. Il bambino difficilmente riesce a capire da solo i motivi del contendere, e decidere chi dei due può aver torto o ragione.
Soprattutto se la frequenza dei conflitti è elevata si può assistere ad alterazione della serenità del bambino con conseguenze anche sulla sua personalità. Possono a lungo andare svilupparsi disturbi psicosomatici del sonno o dell’alimentazione o ritardi nello sviluppo e nell’apprendimento.
I figli non possono essere arte del contendere, né bisogna cercare di trascinare un figlio verso sé allontanandolo dall’altro, i figli amano indipendentemente e allo stesso modo entrambe i genitori. I figli vanno salvaguardati dalle questioni di coppia.

Foto di Phoney Nickle

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Il rapporto sessuale tra consanguinei, detto incesto, in sé non è pericoloso né a livello di salute fisica che psichica. Il pericolo maggiore è nella procreazione. Il nostro patrimonio genetico ha bisogno di variazione, accoppiarsi con un consanguineo non permette di introdurre elementi di variazione nel codice genetico del figlio e a lungo andare tale codice può indebolirsi. Inoltre più è vicina la consanguineità tra i genitori più è stato riscontrata una incidenza di malattie ereditarie recessive.
Resta il fatto che comunque l’incesto è condannato culturalmente in modo universale, spesso anche a livello penale. La differenza tra le culture è semmai sull’estensione del divieto rispetto al grado di parentela. In alcune società ad esempio il matrimonio tra cugini è accettato culturalmente. Numerose sono le spiegazioni a sostengo di tale universalità del divieto. In genere tutte sono legate a un qualche svantaggio che il rapporto sessuale tra consanguinei può comportare, che sia a livello di salute o economico. Del resto, la storia dei matrimoni combinati per interesse ce lo insegna, contrarre matrimonio con persone esterne alla propria famiglia permette di ampliare il proprio raggio d’azione o la propria influenza e conseguentemente la ricchezza. La stessa storia ci insegna però che si tratta di una regola che non ha nulla di biologico o di naturale, come è confermato dai casi di società, come quella dell’antico Egitto o quella Inca, in cui all’interno delle famiglie regnanti l’incesto era incoraggiato come atto di conservazione del potere. Secondo un’ottica bio-psicologica l’incesto si è radicato nella specie umana proprio in virtù dei vantaggi sia genetici che adattivi derivanti dall’accoppiamento con persone estranee alla famiglia. Probabilmente la spiegazione del tabù dell’incesto è determinata da una serie diversa di fattori.
Sul lato psicologico l’atto in sé non ha alcuna problematicità. Può essere però difficile sostenere un comportamento che è fortemente stigmatizzato. Possono svilupparsi forti sensi di colpa, insieme a senso di inadeguatezza e autosvalutazione.
Quando poi nell’incesto è coinvolto un minore allora si parla di abuso sessuale ed in questo caso le conseguenze psicologiche possono essere rilevanti.

Foto di graham_alton

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Il divorzio non è una malattia, soprattutto non è una malattia contagiosa.
Come abbiamo visto nel post precedente le separazioni sono spesso sovrastimate così come è sovrastimato il loro effetto contagiante.
Essere figli di una coppia divorziata non determina automaticamente l’incapacità di mantenere una relazione stabile.
Il coinvolgimento che ognuno mette nelle proprie relazioni è strettamente personale e legato a caratteristiche individuali. Se si sceglie di rimanere insieme ad una persona o di separarsene lo si fa in base ai propri valori e credenze. Aver vissuto la separazione dei genitori non veicola necessariamente l’idea che le unioni si possano terminare senza pensarci. Non è realistico pensare che qualcosa che sia avvenuto in passato è costretto a ripetersi esattamente uguale, tanto più quando coinvolge persone essenzialmente diverse.
Non credo che molte coppie prendano il divorzio così tanto alla leggera. Anzi alle volte vedere che le persone a noi care si sono separate con sofferenza può far valutare più responsabilmente l’unione di coppia. Al massimo quello che può essere contagioso non è la tendenza al divorzio in sé, ma la possibilità di riflettere e valutare quanto la relazione può dare, insieme al coraggio di dire basta ad una situazione che non da più nulla. Sai già che il divorzio può essere dispendioso sia da un punto di vista psicologico che economico, ma allo stesso tempo puoi vedere che all’esperienza si può sopravvivere e si può tornare ad una nuova vita.

Foto di bored-now

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Quando si parla di genitorialità l’orientamento sessuale o lo status relazionale contano poco nel determinare la qualità del genitore, anche quando parliamo di identificazione sessuale o relazionale dei propri figli.
Anzi, alcune ricerche americane hanno rilevato che i figli di genitori omosessuali hanno una maggiore apertura mentale nei confronti della novità, sono in grado di adattarsi meglio ai cambiamenti ed hanno un atteggiamento meno rigido nei confronti della vita. In particolare si è visto che bambini che vivono in famiglie lesbiche hanno ottenuto un punteggio superiore rispetto a quelli cresciuti in famiglie eterosessuali su alcune misure psicologiche riguardanti autostima e fiducia, mentre hanno evidenziato meno problemi comportamentali in tema di trasgressività e aggressività.
Questo non vuol dire che le famiglie omosessuali siano migliori, ma che il semplice fatto di essere una famiglia che si discosta dalla visione classica non determina problemi psicologici nei figli.
Naturalmente i dati rilevati in America non possono essere direttamente generalizzati all’Italia. Qui da noi la strada dell’ “emancipazione” dell’omosessualità è ancora lunga, ma questi dati dovrebbero far riflettere i detrattori su cosa è che determina un genitore.
Anche per quanto riguarda l’identità sessuale i figli di coppie omosessuali non hanno più probabilità degli altri di divenire essi stessi omosessuali o sviluppare un disturbo dell’identità di genere. L’identità sessuale ha in ciascuno una complessa modalità di espressione individuale che non deriva necessariamente dall’immagine che i genitori mostrano di sé. Altrimenti questo significherebbe che noi non siamo altro che una copia dei nostri genitori.
Lo sviluppo armonico dei figli dipende dai tratti personali di ciascun genitore piuttosto che dal suo orientamento sessuale.

Foto di Mavis

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Abusi domestici, c’è chi dice no

Si parla di: Cronaca, Famiglia

La violenza sessuale all’interno delle mura domestiche è una situazione difficile da sopportare, soprattutto quando le vittime sono dei minori. Le vittime subiscono un forte trauma soprattutto perché la violenza viene perpetrata da una persona che è vicina, molte volte proprio dalla persona che ci dovrebbe volere più bene e proteggere.
Nelle vittime c’è spesso un senso di impotenza e rassegnazione. Possono sviluppare diversi sintomi psicologici come paure, attacchi di panico, problemi nel sonno, incubi, irritabilità, reazioni di rabbia e improvvise reazioni di shock quando sono toccate. Hanno speso scarsa fiducia in sé e nel prossimo, fino a subire una grave depressione.
L’abusante cerca in ogni modo di rafforzare il potere che ha sulla sua vittima controllandone i movimenti, i progetti e le attività e generando isolamento sociale. La vittima così prende le distanze dal mondo, diventa più introversa e inizia a non amare più il contatto con gli altri. Alle volte però l’abuso può avvenire anche con modalità seduttive che rafforzano il legame affettivo con l’aggressore e generano confusione nella mente di chi lo subisce.
La violenza diventa poi ancora più pensante da sopportare quando l’ambiente esterno la nega. Molto spesso i familiari non riescono o non vogliono vedere e la vittima si sente ancora è più sola e abbandonata. Così alla fine gli altri componenti della famiglia si trasformano in complici silenziosi ed omertosi, paurosi e tendenzialmente decisi a non rovinare la famiglia, a non riempirsi di vergogna, a tenere tutto nascosto.
Reagire si può, ci sono storie di ragazze capaci di trovare la forza e il modo di far uscire l’accaduto allo scoperto. C’è per esempio il caso di una ragazzina di 14 anni della provincia di Reggio Emilia che per essere creduta dalla madre ha girato un video con un telefonino nascosto nel quale riprendeva il padre che commetteva atti sessuali su di lei. Così ha potuto spedire il genitore in carcere con l’accusa di violenza sessuale su minori.
Od anche il caso della bambina di 12 anni di Palermo che ha denunciato gli abusi subiti dallo zio e dal cugino tramite delle lettere scritte ai compagni in cui raccontava le vicende subite e il suo disagio misto a paura. La madre l’aveva fatta tacere ma i compagni le hanno subito creduto e hanno riferito agli insegnanti di quelle confidenze, permettendo l’arresto dello zio.
Purtroppo poche sono ancora le denunce. Le ragioni più comunemente addotte per la mancata denuncia sono la paura di essere giudicate o trattate male, la vergogna, l’auto-colpevolizzazione. Le vittime non dovrebbero invece mai dimenticare appunto di essere vittime e che non è loro la colpa per questo.
In caso di violenza domestica è importante rompere l’isolamento e trovare il coraggio di parlare con qualcuno di ciò che avviene fra le mura domestiche. Ci si può rivolgere alle Forze dell’Ordine oppure si può individuare una persona vicina con la quale si ha confidenza. Parlate finché qualcuno non sia pronto ad ascoltarvi. Se si è vittima di violenza si può chiamare il numero verde 1522 è gratuito ed è dedicato all’accoglimento di segnalazioni di violenza sulle donne. È un Servizio del Ministero per le Pari Opportunità attivo 24 su 24 ore, tutti i giorni. Ci si può anche rivolgere ad un Centro Antiviolenza, reperibili anche nell’elenco telefonico. Si tratta di Centri gratuiti, che offrono tutta l’assistenza di cui si ha bisogno in questi casi, compresa eventualmente l’ospitalità.

Foto: “Crying teddy” di sonson

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