Capita sovente che al termine di una relazione si passi il tempo a rimuginare sul “perché”, perché la storia sia finita, perché non si sia stati in grado di salvare la relazione, molte volte addirittura perché sia mai iniziata quella relazione.
Il ruminare continuo sul perché blocca l’individuo in un passato ormai andato, generando e aumentando sentimenti di rabbia o depressione. Non è tanto l’interrogarsi su cosa sia successo che è problematico, bensì il rimanere incastrati in un pensiero che è solo un circolo vizioso. Questo tipo di pensiero ha come unico risultato il continuare a pensare in modo ripetitivo, concentrandosi sul fatto che in quel momento ci si sente tristi, scoraggiati o depressi. Frasi tipiche di questa ruminazione sono: “perché è successo a me?”; “devo assolutamente capire perché proprio a me”; “perché mi caccio sempre nelle solite situazioni”; “perché sono sempre il solito sfigato”.
Per uscire dal tunnel del pensiero ossessivo non è dunque tanto utile interrogarsi sul “perché” ma bensì sul “come”. Il come è proattivo, proietta verso il futuro per superare le difficoltà. Pensieri di questo tipo sono simili ai seguenti: “come faccio a risolvere questa situazione?”; “come posso fronteggiarla?”; “come posso rimettermi in gioco?”; “come posso ridurre le conseguenze negative?”.
Capire dove si è sbagliato può essere utile per non commettere di nuovo gli stessi errori, ma la cosa principale è tornare a vivere e dunque trovare nuove strategie nel presente, qui ed ora.

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Nella coppia quando il passato viene letto in maniera negativa è segno che si è in un momento di forte crisi. Coppie che vivono momenti del genere saranno anche più propense ad avere un alto livello di negatività negli scambi e comunicazioni quotidiane.
Spesso si arriva ad un punto in cui assolutisticamente si vede tutto nero. Si perde la capacità di giudicare il rapporto con occhi obiettivi e si introducono parole del tipo “sempre” e “mai”. Come abbiamo detto in un altro post le parole che noi usiamo condizionano molto il nostro modo di vedere e considerare le cose. Quando cediamo all’assolutizzazione ci allontaniamo dalla realtà, perché gli eventi reali non possono essere sempre uguali. Quando invece cominciamo a recriminare il partner accusandolo di “essere sempre disattento nei nostri confronti”, di “non essere mai disponibile”, oppure consideriamo la nostra relazione “sempre brutta” o affermiamo che “le cose non sono mai andate bene” stiamo assolutizzando una situazione che nella realtà non potrà mai essere stata così terribile.
Quando la coppia ricorda il passato negativamente e utilizza questo materiale come fonte di costante rabbia nei confronti dell’altro mette a rischio la durata dell’unione. L’eccessiva negatività porta alla fine alla rilettura costante negativa anche del presente inquinando il benessere della coppia.
Vivere il legame di coppia in modo sano non vuol certo dire vedere tutto bello e positivo. Anche in questo caso la coppia rischia grosso poiché l’immagine della famiglia felice che vive spensierata in un mondo fatto di sole è fuori dalla realtà. Se ci si identifica con questa figura ideale della famiglia perfetta nel momento in cui è necessario affrontare la realtà ci si trova di fronte ad una discrepanza. Si deve fare i conti con un mondo che non collima con l’ideale e ci si può trovare spiazzati senza più punti di riferimento.
Nella coppia reale i momenti di felicità o benessere si alternano naturalmente con i momenti brutti. Se fosse vero che tutta la relazione è stata un fallimento ed è stata solo una sequela di fatti brutti allora perché è andata avanti fino a quel punto? O si è masochisti e incoscienti o forse vuol dire che nella realtà non è tutto sempre così brutto. Il che, in un ceto senso, aumenta l’indecisione, soprattutto quando ci si trova di fronte alla scelta se continuare o terminare una relazione.
Nella coppia che funziona armonicamente ognuno dovrebbe essere pronto ad assumersi la sua parte di colpa perché le cose non sono andate bene, ma anche la sua parte di riconoscimento per quello che ha funzionato. Insieme a ciò riconoscere quanto l’altro dal canto suo ha fatto. Si tratta di esprimersi autenticamente ed aprirsi onestamente, di collaborare insieme ad una soluzione comune e recuperare dopo un conflitto. La coppia sana non evita i conflitti, si confronta, alle volte scontra, ma mantenendo le discussioni circostanziate al problema e alla situazione attuale senza tirare fuori recriminazioni antiche e generalizzanti. Anche la coppia ha bisogno di guadagnare una prospettiva temporale che sia funzionale.

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Il divorzio non è una malattia, soprattutto non è una malattia contagiosa.
Come abbiamo visto nel post precedente le separazioni sono spesso sovrastimate così come è sovrastimato il loro effetto contagiante.
Essere figli di una coppia divorziata non determina automaticamente l’incapacità di mantenere una relazione stabile.
Il coinvolgimento che ognuno mette nelle proprie relazioni è strettamente personale e legato a caratteristiche individuali. Se si sceglie di rimanere insieme ad una persona o di separarsene lo si fa in base ai propri valori e credenze. Aver vissuto la separazione dei genitori non veicola necessariamente l’idea che le unioni si possano terminare senza pensarci. Non è realistico pensare che qualcosa che sia avvenuto in passato è costretto a ripetersi esattamente uguale, tanto più quando coinvolge persone essenzialmente diverse.
Non credo che molte coppie prendano il divorzio così tanto alla leggera. Anzi alle volte vedere che le persone a noi care si sono separate con sofferenza può far valutare più responsabilmente l’unione di coppia. Al massimo quello che può essere contagioso non è la tendenza al divorzio in sé, ma la possibilità di riflettere e valutare quanto la relazione può dare, insieme al coraggio di dire basta ad una situazione che non da più nulla. Sai già che il divorzio può essere dispendioso sia da un punto di vista psicologico che economico, ma allo stesso tempo puoi vedere che all’esperienza si può sopravvivere e si può tornare ad una nuova vita.

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Sebbene il numero dei divorzi sia in aumento non è affatto vero che la metà dei matrimoni finisce in un divorzio. Ad esempio, prendendo gli ultimi dati forniti dall’ISTAT relativi al 2009, in quell’anno ci sono stati 230.613 matrimoni a fronte di 85.945 separazioni. Naturalmente i dati non sono automaticamente confrontabili, perché quelle separazioni non sono direttamente riferite a quegli stessi matrimoni, ma sono relative a matrimoni contratti nei più disparati anni. Allo stesso tempo però il dato ci fornisce l’evidenza che rispetto ai matrimoni le separazioni sono ancora notevolmente inferiori.
La credenza che la metà dei matrimoni finiscono in divorzio è solo un falso mito riguardo le unioni. La notizia di una separazione è un dato che colpisce di più l’immaginazione e l’attenzione dell’interlocutore rispetto a quello di un matrimonio che passa nel registro intenzionale di chi lo riceve come un dato scontato. È per questo che percepiamo molto più frequenti le separazioni piuttosto che i matrimoni, le prime attraggono di più la nostra attenzione poiché in qualche modo discordano con la nostra visione abituale della vita. Quanto più una notizia ci coglie di sorpresa tanto più ci rimane impressa. La percentuale delle separazioni è altamente sopravvalutata.
Naturalmente le motivazioni per cui si divorzia sono le più disparate, alle volte possono anche essere, per così dire, buffe come trovate nell’ articolo “I motivi più strani per chiedere il divorzio”.
Tra le caratteristiche che più statisticamente risultano determinare un divorzio troviamo in primis la giovane età, la probabilità di divorzio sembra infatti diminuire all’aumentare dell’età in cui si contrae il primo matrimonio. Altro fattore demografico rilevante è la presenza di un divorzio precedente. Chi ha già affrontato un divorzio sembra avere più probabilità di reagire alle difficoltà della nuova unione con una nuova separazione. Questo però non vuol dire che automaticamente chi ha già divorziato una volta deve per forza continuare a farlo. Risposarsi si può ma bisogna farlo in modo utile, come suggerito in questo post.
Non ci sono standard che possono determinare o meno la riuscita di una coppia. L’amore può essere per sempre o no, entrambe le probabilità rientrano nella normalità della vita. Come abbiamo già scritto la paura del divorzio non deve impedire di sposarsi.

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Anche se il divorzio avviene con convinzione e accordo tra le due parti è pur sempre un evento difficile e stressante. Molto spesso è associato a sentimenti di colpa e auto-commiserazione. Sono questi due però proprio gli aspetti più negativi che impediscono una giusta e veloce elaborazione del divorzio.
La caratteristica essenziale da potenziare è la resilienza. Per un individuo, essere resiliente significa essere in grado di tornare a vivere dopo aver “subito l’urto” di un evento spiacevole, come può essere proprio la perdita della persona cara o di una parte importante della nostra vita come la vita matrimoniale.
Alcuni hanno una naturale propensione alla resilienza, altri purtroppo no. Per questo è importante apprenderla, ricevere un sostegno e un supporto che ci aiuti a svilupparla, la cosa migliore sarebbe avere la possibilità di svilupparla fin da piccoli.
Il punto focale è quello di riconoscere che i nostri punti di forza, detti anche fattori di protezione, possono superare i punti di debolezza cioè i fattori di rischio. Non siamo cioè solo deboli ed indifesi contro gli eventi della vita, ma possiamo prendere in mano le nostre risorse per riorganizzare la nostra vita.
L’atteggiamento giusto è mantenere un senso di indulgenza , gentilezza e comprensione verso se stessi. Prendere coscienza che si è un essere umano e che la possibilità di rottura di un matrimonio rientra nella normalità dei rapporti, non è un evento unico che dipende solo ed esclusivamente da noi. Seppur possa essere visto come un fallimento è un fallimento che accomuna diverse persone e che non fa di noi dei falliti in tutta la nostra vita. È solo in questa occasione e in questo rapporto che, per diversi motivi, noi non siamo riusciti ad andare avanti. Non vuol dire però che sia il fallimento di tutta una vita. Circoscrivere dunque a questo momento storico ed a questa occorrenza la nostra incapacità a mantenere la relazione e non generalizzarla a tutta la vita e a tutti i campi della nostra esistenza.
Siate amorevoli verso voi stessi, non provate sentimenti di colpa per il vostro passato, non siate punitivi e duri con voi stessi e soprattutto individuate e riconoscete i vostri punti di forza, questo vi permetterà di superare più rapidamente il trauma del divorzio.
Mantenete un atteggiamento che inscriva la perdita in una più grande esperienza umana attenua il senso di isolamento e colpa, lasciando di nuovo liberi di prendersi cura di se stessi ed aprirsi al futuro.
Tornare ad avere un vita piena dopo un divorzio si può così come tornare ad avere nuovi appuntamenti galanti, come abbiamo visto in questo post.
La vostra vita non è finita, ma deve essere coltivata con dedizione e cura in modo continuativo.

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