2738326531_e13ec2d3c1.jpgLa ”ninfomania” indica il morboso e ossessivo desiderio sessuale femminile. Il termine viene dal greco nymphè, νύμφη: ninfa, sposa e mania  μανία: passione intensa, follia e fu coniato nel lontano 1771 dal medico francese J. D. T. de Bienville, il quale lo utilizzò nel trattato La Nymphomanie. Questo scritto aveva anche un sottotitolo: Traité de la fureur utérine. All’epoca i medici (tutti uomini, naturalmente), sapevano ben poco della fisiologia e della psicologia femminile, tanto che, per spiegarsi alcuni comportamenti e atteggiamenti delle donne, si rifacevano ancora a teorie formulate da Galeno (II sec. D.C.).

Fu Galeno infatti a parlare per primo dell’isteria, una malattia provocata, diceva, dal malfunzionamento uterino. In questa visione archeomedica, l’utero si ammalava per la mancanza di una appropriata soddisfazione sessuale, per cui si staccava dalla sua sede naturale e cominciava a vagare nel corpo, creando instabilità psichica. Il ‘furore uterino’ di cui parlava de Bienville era sicuramente considerato un furore socialmente pericoloso, visto che avrebbe portato la donna ad essere infedele, rifiutando così sia la vita matrimoniale, sia la maternità, mettendo pertanto in crisi le basi stesse della vita sociale.

La ninfomania, dal punto di vista della moderna psichiatria, è stata dapprima considerata una ‘deviazione sessuale’ ( nel DSM, manuale diagnostico degli psichiatri del 1951), poi è stata definita ‘disturbo sessuale’ (DSM III, 1980),  quindi ‘dipendenza sessuale’ (DSM III R) capace di interferire pesantemente nella vita di tutti i giorni della paziente, compromettendo la sua vita lavorativa e di relazione. Infine, la ninfomania è stata completamente cancellata nell’odierno DSM IV, visto che non vi sono prove scientifiche di una patologia psichiatrica specificamente femminile, legata alla frequenza dei rapporti sessuali.

In questi giorni se ne parla a causa dello pseudo-scandalo che avrebbe sollevato l’uscita del film Diario di una ninfomane, da oggi nelle sale. Credo che parlare di scandalo sia eccessivo, anche se l’intraprendenza sessuale femminile rimane sicuramente ancora un tabù sociale.

Un conto infatti è provare desiderio perché si è state sedotte (normale) e un conto è provarlo per via autonoma (follia)…

Dr. Giuliana Proietti

Immagine: DerrickT

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3866130656_c2cfb54558.jpgDopo il diario della squillo,   di cui abbiamo recentemente (e non a caso) parlato, è arrivato anche quello della ninfomane.

Diario di una ninfomane è infatti un film di prossima uscita che racconta la storia di Val, una donna d’affari francese dagli appetiti sessuali incontrollati. Val ama anche scrivere e lo fa in un diario personale, dove custodisce le sue più intime confessioni: «Ogni giorno scrivo sul mio diario. Il sesso è l’altra mia passione. Faccio anche quello quotidianamente… in diversi posti. Anche questa sono io». Le pagine del diario di Val diventano quindi la cronaca puntigliosa delle sue avventure sessuali, dalla prostituzione alla redenzione.

Forse una strategia pubblicitaria molto indovinata sta montando, anche qui in Italia, dopo averlo già fatto in Spagna, uno pseudo-scandalo sul manifesto del film, facendolo (volontariamente?) censurare. Per chi non lo avesse ancora visto, quel manifesto, in bianco e nero, mostra un busto femminile, con una mano che si introduce in uno slip di pizzo trasparente.

Come nel caso della squillo per bene, anche qui il film è preceduto da un libro, scritto da Valérie Tasso, una scrittrice autodichiarantesi non solo “ninfomane”, ma anche “sessuologa”, con tanto di diploma preso presso l’Università di Alcalà de Henares (spero non sia, come temo, quello trimestrale online dal costo di 80 euro, con tanto di diploma).

Anche per Val, come per Belle (la blogger-squillo di cui si è detto sopra), prostituirsi non equivale a vendere il proprio corpo: “una riceve danaro in cambio di prestazioni, il corpo rimane suo”.

Il messaggio culturale che questo filone letterario e cinematografico sta cercando di far passare è insomma quello che prostituirsi può andar bene, anzi è bello, purché lo si faccia con intelligenza, ovvero facendosi pagare lautamente ed usando i clienti, senza lasciarsi usare.  Non è un concetto etico, ma evidentemente funziona, almeno nell’immaginario erotico di lettrici e spettatrici del film.

Non a caso, come editori, registi e pubblicitari ben sanno,  quella di prostituirsi è una delle fantasie erotiche femminili più ricorrenti. E sottolineiamo”fantasie”…

Dr. Giuliana Proietti

Fonte consultata: Corriere della Sera
Immagine:Mighty Mac

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