Il divorzio non è una malattia, soprattutto non è una malattia contagiosa.
Come abbiamo visto nel post precedente le separazioni sono spesso sovrastimate così come è sovrastimato il loro effetto contagiante.
Essere figli di una coppia divorziata non determina automaticamente l’incapacità di mantenere una relazione stabile.
Il coinvolgimento che ognuno mette nelle proprie relazioni è strettamente personale e legato a caratteristiche individuali. Se si sceglie di rimanere insieme ad una persona o di separarsene lo si fa in base ai propri valori e credenze. Aver vissuto la separazione dei genitori non veicola necessariamente l’idea che le unioni si possano terminare senza pensarci. Non è realistico pensare che qualcosa che sia avvenuto in passato è costretto a ripetersi esattamente uguale, tanto più quando coinvolge persone essenzialmente diverse.
Non credo che molte coppie prendano il divorzio così tanto alla leggera. Anzi alle volte vedere che le persone a noi care si sono separate con sofferenza può far valutare più responsabilmente l’unione di coppia. Al massimo quello che può essere contagioso non è la tendenza al divorzio in sé, ma la possibilità di riflettere e valutare quanto la relazione può dare, insieme al coraggio di dire basta ad una situazione che non da più nulla. Sai già che il divorzio può essere dispendioso sia da un punto di vista psicologico che economico, ma allo stesso tempo puoi vedere che all’esperienza si può sopravvivere e si può tornare ad una nuova vita.

Foto di bored-now

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Sebbene il numero dei divorzi sia in aumento non è affatto vero che la metà dei matrimoni finisce in un divorzio. Ad esempio, prendendo gli ultimi dati forniti dall’ISTAT relativi al 2009, in quell’anno ci sono stati 230.613 matrimoni a fronte di 85.945 separazioni. Naturalmente i dati non sono automaticamente confrontabili, perché quelle separazioni non sono direttamente riferite a quegli stessi matrimoni, ma sono relative a matrimoni contratti nei più disparati anni. Allo stesso tempo però il dato ci fornisce l’evidenza che rispetto ai matrimoni le separazioni sono ancora notevolmente inferiori.
La credenza che la metà dei matrimoni finiscono in divorzio è solo un falso mito riguardo le unioni. La notizia di una separazione è un dato che colpisce di più l’immaginazione e l’attenzione dell’interlocutore rispetto a quello di un matrimonio che passa nel registro intenzionale di chi lo riceve come un dato scontato. È per questo che percepiamo molto più frequenti le separazioni piuttosto che i matrimoni, le prime attraggono di più la nostra attenzione poiché in qualche modo discordano con la nostra visione abituale della vita. Quanto più una notizia ci coglie di sorpresa tanto più ci rimane impressa. La percentuale delle separazioni è altamente sopravvalutata.
Naturalmente le motivazioni per cui si divorzia sono le più disparate, alle volte possono anche essere, per così dire, buffe come trovate nell’ articolo “I motivi più strani per chiedere il divorzio”.
Tra le caratteristiche che più statisticamente risultano determinare un divorzio troviamo in primis la giovane età, la probabilità di divorzio sembra infatti diminuire all’aumentare dell’età in cui si contrae il primo matrimonio. Altro fattore demografico rilevante è la presenza di un divorzio precedente. Chi ha già affrontato un divorzio sembra avere più probabilità di reagire alle difficoltà della nuova unione con una nuova separazione. Questo però non vuol dire che automaticamente chi ha già divorziato una volta deve per forza continuare a farlo. Risposarsi si può ma bisogna farlo in modo utile, come suggerito in questo post.
Non ci sono standard che possono determinare o meno la riuscita di una coppia. L’amore può essere per sempre o no, entrambe le probabilità rientrano nella normalità della vita. Come abbiamo già scritto la paura del divorzio non deve impedire di sposarsi.

Foto di DrJohnBullas

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Quando finisce un amore, soprattutto in modo improvviso e poco chiaro, ci si sente spezzare il cuore. Sembra che in casi simili la metafora usata da tutti possa rivelarsi come una realtà. La Sindrome del cuore spezzato è un disturbo causato da shock emotivi forti sia negativi, come una brutta notizia, un lutto o la fine di un amore, sia positivi, come la vittoria alla lotteria, che presenta gli stessi sintomi di un attacco cardiaco, ma senza le stesse conseguenze fisiche come l’ostruzione delle arterie e i danni muscolari. Fondamentalmente, ciò che provoca l’attacco è un improvviso squilibrio di ormoni e adrenalina, che blocca la funzionalità cardiaca. Il disturbo fu individuato per la prima volta in Giappone nel 1990, quando fu dimostrato che uno shock improvviso o un immediato stress emotivo può causare al cuore sintomi simili a un infarto ma senza danni permanenti e a livello medico viene infatti chiamata “cardiomiopatia di Takotsubo”. Rispetto all’infarto vero e proprio questo ha una prognosi migliore e meno recidiva. Ma la cosa più caratteristica è che più di due terzi degli attacchi siano stati preceduti da forti stress fisici ed emotivi, come notizie molto brutte o seri problemi sentimentali ed accadono tra la primavera è l’estate, al contrario dell’infarto vero e proprio.
Le cause di tale tipo di cardiopatia ancora non sono chiare. Secondo alcuni sarebbe una forma di attacco di cuore che “abortisce”, cioè che inizia a dare sintomi ma poi non si concretizza. Altri sostengono che la sindrome non ha nulla a che fare con le arterie coronariche ed è semplicemente un problema del muscolo cardiaco. È pur vero che però l’innesco è fortemente connesso allo stress psicologico provocato da forti livelli emozionali. Gli stress emotivi, soprattutto quelli negativi, sono spesso seguiti dall’adozione di stili di vita non sani adottati per ‘distrarsi’ dalla sofferenza. È molto frequente la tendenza a lasciarsi andare, o voler ‘stordirsi’ attraverso sostanze come all’alcol o droghe. Questi comportamenti hanno effetti deleteri sulla salute.
Sembra che le donne siano quelle più soggette a questa patologia soprattutto dopo la menopausa.
Per affrontare la situazione è bene capire che il problema dipende molto dal nostro vissuto emotivo. È su quello che bisogna andare a lavorare per riuscire ad elaborare lo shock in modo positivo. Un blocco emotivo può essere deleterio e creare un blocco fisico, come in questa cardiopatia, o vitale. Le emozioni vanno lasciate fluire, vanno vissute ma poi lasciate andare elaborandole. Se il peso di un amore spezzato diventa troppo pesante da portare, vi sentite schiacciati e non riuscite ad andare avanti allora è il caso che cerchiate un aiuto psicologico che vi permetta di elaborare le vostre emozioni e tornare a vivere più serenamente. Sopravvivere ad una perdita si può anche se questa ci spezza il cuore.

Foto di Roel Wijnants

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Uno studio ha recentemente dimostrato quello che gli innamorati ben sanno, cioè che quando si viene lasciati il dolore che si prova è così reale da sembrare un dolore fisico.
Chi viene lasciato vive una dolorosa esperienza di abbandono e di rifiuto che può intaccare in modo molto profondo l’autostima e la fiducia nell’amore e nel futuro. Accettare l’abbandono della persona amata richiede tempo (come minimo sei mesi) e un processo psicologico complesso per certi versi analogo a quello che avviene alla morte di una persona cara. In genere, il processo dell’elaborazione del lutto avviene per fasi la cui durata e intensità varia da individuo a individuo. Ciascuno vive il lutto a modo suo, in alcuni predomina la componente depressiva, in altri la rabbia per l’abbandono subito e il bisogno di risarcimento. In genere si attraversano queste fasi: negazione della realtà, rabbia, auto-recriminazione, depressione e infine accettazione.
Dopo l’abbandono il dolore è intenso e può venire stimolato da ogni più piccola cosa che ricorda l’amato. L’idea del cuore spezzato non è poi così lontana dalla realtà. La sensazione di dolore provata dall’amato abbandonato può infatti ben essere rappresentata nella persona che la prova in una rottura fisica del proprio cuore. Occorre dunque rimettere insieme i pezzi e creare una nuova riorganizzazione di noi stessi. Ricordiamoci che l‘unica vera persona su cui possiamo contare siamo noi stessi. Quindi riprendiamo in mano le redini della nostra vita, ricordandoci che non siamo sempre stati una coppia, ma che siamo stati capaci anche di vivere da soli. Nonostante la sensazione che l’amato abbia portato via una parte di noi dobbiamo riuscire a tornare a fare un esame di realtà e renderci conto che questa può essere solo una sensazione. L’amato non ha portato via la nostra essenza, la nostra individualità che è sempre con noi e nessuno ce la può rubare. Ricordiamo che sopravvivere ad una perdita si può, come abbiamo visto anche in un altro post.

Fonte: Repubblica.it

Foto: “Broken Hearts are for……………………” di Meneer De Braker (Akbar2)

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L’affetto che si prova per il proprio animale domestico è molte volte palpabile e alle volte rischia di diventare veramente ingombrante. Sono infatti in aumento i divorzi a causa del troppo attaccamento di uno dei coniugi all’animale domestico arrivando ad essere addirittura la quinta causa di divorzio. L’attaccamento al proprio cane o gatto, ma ci sono casi di separazione dovuti anche al pappagallo o alla tartaruga, diventa fonte principale di incomprensione. Da un a parte c’è un partner che si sente trascurato, dall’altra l’altro che probabilmente si lega all’animale come fonte di svago e conforto, un compagno che non parla ma dà tanto affetto. Forse è per questo che i più attaccati sembrano essere gli uomini, che in genere sono legati soprattutto ai cani. L’amore provato verso il cucciolo di casa è causa di grandi gelosie, invidie e litigi. Nel 2008 l’Aidaa (Associazione italiana difesa animali ed ambiente)  ha diffuso i dati relativi ai loro sportelli on line per questioni legate agli animali rivelando anche che nascono vere e proprie diatribe per l’affidamento dell’animale dopo la separazione. Una volta si litigava per i figli, ora si contendono anche gli animali domestici. Ma non è solo la gelosia per le cure eccessive rivolte verso cani e gatti a scatenare le ire di fidanzate, conviventi, mogli e mariti. In alcuni casi di divorzio tra le ragioni della separazione viene annoverato l’abbandono da parte del consorte del cucciolo di casa.
Se però nella coppia gli animali domestici possono causare guai, per i single o chi è rimasto solo possono essere un valido aiuto per sentire meno il peso della solitudine. Avere qualcosa che rende occupati e qualcuno di cui prendersi cura.
L’amore per gli animali è un toccasana per lo spirito. Attenti però amate sì il vostro cucciolo, ma non dimenticate di dare le giuste attenzioni anche al vostro partner.

Fonte: virgilio.it

Foto: “Bed Hog” di Big D2112

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