Da quando l’ho saputo, vado in giro con quel motivetto fisso in testa: “You’re standing on my neck… la la la la la“. Quelle chitarre riverberate e quasi dissonanti, quintessenzialmente ’90s, come quintessenzialmente ’90s era lei, Daria: nata con la terza ondata del femminismo americano e, brevemente, portabandiera di un futuro luminoso di eroine ciniche, intelligenti e distaccate davanti a tutto tranne che a quel chitarrista lì.
La faccia dimenticata degli anni ‘90, quella del grunge e delle riot grrrl, degli anfibi con i calzettoni arrotolati sopra ad ammazzare la linea degli abitini a fiori, dell’ambientalismo e della nascente coscienza politica. Adesso, dici anni ‘90 e pensi Beverly Hills 90210. Allora, il quadro era questo: si rideva moltissimo per film e serie i cui protagonisti erano una coppia di metallari di stupefacente idiozia. I due film di Bill & Ted (con protagonista un Keanu Reeves agli esordi), Wayne’s World (o Fusi di testa che dir si voglia) e Beavis and Butthead. Daria viene al mondo così, come compagna di classe sobria e scocciata degli ultimi due dementi in elenco, e si guadagna una serie tutta per sé. Avanti veloce quasi vent’anni, Beavis & Butthead è inguardabile; Daria è un classico.
Era tutte noi “strane”, si vestiva come noi, ascoltava la nostra musica, andava nel pallone per il laconico musicista stropicciato fratello della migliore amica artista. Era intelligente, proiettata verso un futuro accademico brillantissimo; doveva convivere con la madre carrierista, simbolo del superamento degli anni ‘80, il padre debole e incerto, la sorella frivola e superficiale. All’epoca la guardavamo, Quinn, come se fosse l’avanzo trascurabile di una femminilità superata. Non ci sembrava possibile che le sciocchine potessero vincere. E invece.
Daria esce in DVD. E io sono felice. Mi è mancata tanto.
Bloggato da Giulia Blasi
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Cambiare il mondo è una faccenda lunga, e probabilmente al di là delle possibilità di ognuna di noi. Fare piccoli cambiamenti quotidiani, però, è possibile. Separare carta, vetro e plastica, spegnere la luce quando si esce da una stanza, chiudere il rubinetto, cedere il turno alla signora anziana alla cassa del supermercato, stare in casa una sera con l’amica che ha il bimbo malato. Cose piccole, lievi sterzate del karma.
Poi ci sono le cose piccole, nella nostra prospettiva, che sono enormi nella prospettiva dell’altro. Tramite Livia Iacolare, ho scoperto Kiva: un’organizzazione che, tramite la rete, si occupa di sostenere lo sviluppo delle micro-imprese nei paesi più poveri. Qualcosa di più dell’evangelico insegnamento della pesca al proprio fratello in sostituzione del pesce omaggio: il tentativo di Kiva è di creare crescita autentica, per quanto sostenibile, partendo dai piccoli imprenditori ma guardando avanti. Non si limita a distribuire fondi: crea un sistema di prestiti che poi vengono rimborsati dagli imprenditori stessi. Non guarda con tenerezza da primo mondo a chi prova a costruire un futuro migliore per sé e per la sua comunità, ma cerca soluzioni attraverso il dibattito per fare sì che le micro-imprese diventino grandi e competitive. Oltre la sussistenza, verso la prosperità.
Perché ne parlo? Perché dalla pagina del sito in cui si possono visualizzare le persone che hanno fatto richiesta di un prestito attraverso Kiva, si nota che in gran parte sono donne. A volte sole, più spesso in gruppo, com’è tipico della cultura femminile. E torno con la mente a The Girl Effect, altra organizzazione che si occupa di cambiare il futuro del mondo partendo dalle ragazze. Dando loro un’istruzione, prestiti, la possibilità di sconfiggere il maschilismo che spesso paralizza non solo la società, ma anche la crescita economica dei paesi sottosviluppati.
Non ci avevo mai pensato, ma ecco qua. Forse non farà il miracolo, ma i miracoli, per loro natura, sono fragili.
Nella foto, un gruppo di imprenditrici del Kyrgyzystan.
Bloggato da Giulia Blasi
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Piccole donne. Ogni tanto ne esce una con un potenziale clamoroso: come Tavi Gevinson, il mio feticcio del momento. Tredici anni, capelli tinti di grigio argento, tiene un blog intitolato Style Rookie. Ha sempre avuto (l’avverbio “sempre” ha un’estensione relativa all’età del soggetto) il pallino della moda, ed è talmente originale e acuta da essere finita a commentare le sfilate per Harper’s Bazaar. Mandando anche in bestia la gente seduta dietro di lei per avere indossato un gigantesco fioccone rosa come cappellino durante lo show di Dior. Cercate di ricordare come eravate voi a tredici anni, e ditemi se Tavi un po’ non vi vendica tutte. Me sicuramente sì.
La secchiona che sarei potuta essere (e non sono stata) è invece molto ammirata da Li Boynton, diciotto anni, scienziata. No, veramente: Li ha sperimentato un metodo semplice ed economico per testare la presenza di agenti inquinanti nell’acqua che potrebbe essere messo a frutto nei paesi in via di sviluppo, dove l’analisi dell’acqua è essenziale per la sopravvivenza ma troppo costosa per essere condotta su vasta scala. Un’intuizione che Li ha avuto dopo avere letto un romanzo, e che le è valsa un posto d’onore accanto a Michelle Obama durante l’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione.
Alla faccia di quelli che “I giovani d’oggi”, ecco.
Nella foto, Tavi Gevinson
Bloggato da Giulia Blasi
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Eve Ensler è quella che ha fatto monologare le vagine in tutto il mondo. Il suo The Vagina Monologues è stato messo in scena ovunque, diventando un classico del teatro contemporaneo, nonché il testo che ha lanciato il movimento V-Day, contro la violenza sulle donne. Ogni anno un nuovo monologo viene aggiunto al testo teatrale per gettare luce su un problema che affligge le donne in qualche luogo del mondo.
Ci pensavo ieri, a come alle donne venga spesso chiesto di “Pensare come gli uomini”, di essere “Più maschili” nel senso di più assertive, più decise, più coraggiose, meno legate alla propria emotività. In qualche punto della nostra storia, l’emotività, la vulnerabilità, la permeabilità ai sentimenti, la percezione che tutto sia in qualche modo collegato sono diventate non doti ma difetti. E infatti non si chiede mai agli uomini di farsi più donne, di comprendere, di capire, di sentire di più. La “cellula ragazzina”, la girl cell dentro di noi, deve essere soppressa per fare posto all’efficienza, all’impersonalità e alla capacità di separare l’emozione dall’azione. Meno compassione, più decisionismo! I risultati, credo, sono sotto gli occhi di tutti.
Per questo vorrei iniziare la settimana con questo discorso di Eve Ensler (purtroppo solo in originale senza sottotitoli),che esorta tutti a resuscitare la nostra parte femminile. A onorarla se donne, a coltivarla se uomini. Ilove being a girl! Ditelo forte, anche se avete la barba di tre giorni.
Foto: Lapresse
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E se lo capisce lei. Helen Mirren dice che comprende il desiderio delle giovani star di rimanere giovani più a lungo possibile, anche con l’aiuto della chirurgia plastica. A 64 anni, una delle più amate fra le attrici britanniche rimane una delle donne più affascinanti dello showbiz internazionale, rughe incluse. Ma ci sono esperienze che segnano: più specificamente, essere misurate, ricalcate, osservate, calibrate e minuziosamente riprodotte in cera per il Madame Tussaud’s. Stare in piedi davanti a una riproduzione a grandezza naturale di se stessi è davvero un’esperienza surreale: sei costretto a guardarti oggettivamente, oltre l’inganno dello specchio, e in tre dimensioni.
Paura.
Insomma, Dame Helen dice che lei un po’ le capisce, quelle che corrono dal chirurgo urlando “Mi rifaccia tutto!” Perché a un certo punto capita a tutte, soprattutto a quelle che nella loro bellezza - o meglio: nella loro giovinezza - hanno investito molto. Resta da vedere che cos’è che distingue quelle che cedono all’impulso di farsi spianare da quelle che decidono che alla fine va bene così: le Janice Dickinson e le Faye Dunaway separate dalle Helen Mirren e dalle Judi Dench, insomma.
Foto: Lapresse
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