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  • venerdì, 21 novembre 2008

    Siamo così

    Pubblicato da Giulia Blasi il 21 Novembre 2008
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    Siamo così belle. Anche con i vestiti prodotti in massa in India e in Thailandia per H&M e Zara. Anche con le scarpe di tre anni fa. Non c’è niente di male, nelle scarpe di tre anni fa. Sono scarpe belle. Abbiamo gusto, per le scarpe. Anche per le borse. Sono scarpe e borsa che ti risolvono un completo. In mezzo, ci metti un bel vestito nero e a posto così. Al limite una collana. Siamo così belle.

    Siamo così brave, che sappiamo fare il pane e a maglia e il decoupage. Fino all’anno scorso, non sapevo cosa fosse il decoupage. Poi la mamma del mio fidanzato è andata a un corso. Continuo a non capire cosa sia, ma ooooh, quante belle farfalline dipinte. Siamo così brave. Cuciniamo come chef. Una volta, Vissani mi ha detto che le donne non sono capaci di fare gli chef. Non avevo a disposizione un mestolo forato con cui percuoterlo, e nemmeno le prove per smentirlo. Forse non siamo abbastanza competitive: siamo modeste, eppure così brave. Cuciniamo cose sfiziose. Invitiamo le amiche. Siamo così brave.

    Siamo così intelligenti, usiamo il computer l’iPhone l’iPod lo Skybox la Playstation la Wii, se va a corrente per noi non ha segreti. Facciamo gli ingegneri, i matematici, gli architetti, per civetteria non femminilizziamo la qualifica, ce la teniamo maschile, faccio l’ingegnere perché l’ingegnera suona come la soldatessa alle grandi manovre. Siamo così intelligenti.

    Siamo così, dolcemente complicate, sempre più emozionate, delicate, sappiamo fare tutto, facciamo tutto, e ci avanza ancora tempo per essere altre cose, a volte ci avanza ancora tempo per stare da sole, per leggere un libro, per discutere di politica, per passeggiare, andare in palestra, fare la dieta, smettere la dieta, cucinare, rimetterci a dieta, scrivere, ruminare, dare una festa, comprare biancheria sexy, metterci la biancheria sexy, addormentarci sul divano con la biancheria sexy ancora addosso perché insomma, essere così stanca una cifra.

    L’adeguamento inglese

    Pubblicato da Giulia Blasi il 20 Novembre 2008
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    Certi discorsi, una volta iniziati, non finiscono mai. Così, proprio mentre Marta mi segnalava che anche in Gran Bretagna l’acquisto di sesso è diventato reato, con modalità molto simili a quelle svedesi, io trovavo questo articolo che entra nelle specifiche della questione. In pratica, su premesse molto simili a quelle scandinave - vale a dire che la maggioranza delle prostitute sono donne costrette a vendersi, non donne che scelgono liberamente quel ramo di attività - chiunque venga colto nell’atto di acquistare prestazioni sessuali sarà punito con una multa fino a 1.000 sterline, e l’iscrizione del reato nella fedina penale. La pena sarà ancora più pesante per chi ottiene prestazioni sessuali da una donna che sa essere in stato di schiavitù: in quel caso, il reato è lo stupro. Una novità rilevante, rispetto alle altre leggi simili, che mi pare piuttosto coerente con lo spirito alla base del provvedimento. Una donna costretta a fare sesso è una donna che subisce violenza, anche se chi la costringe e chi commette lo stupro sono due persone diverse in due momenti diversi.

    Le polemiche in questo caso sono simili a quelle nate in Svezia sulla volontarietà della prostituzione e sul rischio di colpire più le vittime che i carnefici, spingendo prostitute e protettori verso una pericolosa clandestinità. Il principio, tuttavia, è lo stesso, e cioè che le donne che si prostituiscano non siano libere di farlo, ma piuttosto costrette dagli sfruttatori, e molto spesso vittime di abusi sessuali quando erano ancora bambine.

    Adesso speriamo che qualcuno se ne accorga qua da noi, come dire.

    Il paradosso svedese

    Pubblicato da Giulia Blasi il 17 Novembre 2008
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    Diciamo che di default io darei ragione agli svedesi su tutto. In fondo, hanno inventato gli ABBA. Che gli vuoi dire, a chi ha inventato gli ABBA? E l’Ikea? E anche leggendo questo articolo mi viene da dire oooh, ecco qualcuno che ci ha finalmente capito qualcosa.

    Per combattere la prostituzione - e più specificamente quella basata sul traffico di donne - gli svedesi hanno deciso di criminalizzare l’acquisto del sesso, non la vendita. Il tutto parte da un’idea di fondo, e cioè che dietro la prostituzione ci sia sempre lo sfruttamento, e che questo sfruttamento sia un sopruso di genere, perpetrato dagli uomini sulle donne (provate a dirlo ad alta voce in Italia, e vedete in quanti secondi vi chiedono se vi depilate le gambe). La donna che vende è considerata una vittima, mentre il cliente è il primo anello di una rete di criminalità estesissima, e viene equiparato a sfruttatori e trafficanti. Chi si ferma a contrattare una prestazione (ma anche solo chi si ferma) viene bloccato, informato del fatto che sta compiendo un reato, registrato come “compratore di sesso”, e successivamente tenuto sotto controllo e chiamato in tribunale, dove viene collocato accanto ai criminali. Il metodo, a quanto pare, funziona: il traffico di donne in Svezia è calato drasticamente, come pure la prostituzione in strada e il numero di siti web che offrono ragazze a pagamento.

    Ovviamente non sono mancate le critiche, più al metodo che al merito. Il provvedimento non ha fatto altro che scacciare il traffico nella vicina Norvegia (che infatti si sta attrezzando in modo simile); le ragazze che non si vedono più sono in realtà al chiuso negli appartamenti, obiezione a cui la polizia risponde “Se ci arrivano i clienti, ci arriviamo anche noi”. Eppure, anche in questo eccellente metodo rimane una zona d’ombra, un principio che sconfina nel paternalismo. L’idea di basare il tutto su studi che provano che tutte le donne svedesi finite sulla strada fra gli anni ‘70 e gli anni ‘90 avevano subito abusi sessuali da parte di genitori, parenti o amici. Tutte? Il 100%? Quindi fra le svedesi non esistono Belle de Jour o Tracy Quan, donne per cui la prostituzione - il sex work, che include anche lo strip, o il lavoro in una linea erotica - è una performance fatta ugualmente di talento e tecnica? Che fine fa, nella libertaria Svezia, il diritto all’autodeterminazione di chi non trova che prostituirsi sia umiliante, e vuole farlo in libertà, senza protettori?

    Sia chiaro, sono d’accordo sul fatto che colpire il cliente sia necessario. Comprarsi un altro essere umano per la strada o su un sito web è un atto che rivela una profonda povertà emotiva. Ma esistono molti uomini soli, molto soli, per i quali la compagnia  di una professionista del sesso è l’unico sollievo. Criminalizzare chi foraggia il traffico di donne è fondamentale: la prostituzione di questo tipo non è un crimine senza vittime, e le prostitute non sono panetti di fumo. Rimane un vuoto legislativo che tuteli chi del sesso vuole fare una professione per sua libera scelta, libera da coercizioni e nel rispetto delle regole sociali.

    Prego, vuol ballare con me?

    Pubblicato da Giulia Blasi il 14 Novembre 2008
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    Per la Tina Turner di Private Dancer, il ballo a pagamento era metafora della prostituzione. Ma le bailarinas , le giovani donne che lavorano nei locali per latinos di New York, non sono prostitute: vengono letteralmente pagate per ballare con i clienti. In media, si tratta di uomini immigrati da poco, che parlano male l’inglese, hanno lasciato la famiglia - quella d’origine, o la moglie e i figli - a casa, e si sentono soli. La bailarina, tipicamente, chiede due dollari a canzone per i balli più semplici, tre per il più erotico reggaeton, che prevede strusciamenti ai limiti dell’osceno con il cliente. Se un cliente la vuole tutta per sé per una sera, deve pagare una tariffa speciale, intorno ai 40 dollari. Nella maggior parte dei locali, il contatto fisico fra gli uomini - gli unici ad avere il permesso di entrare: le donne non sono ammesse, dato che si balla esclusivamente con il personale - e le ballerine finisce lì.

    Ma c’è di più. Una brava bailarina sa che il suo guadagno sarà sempre limitato, se non impara a dare ai clienti quello di cui hanno maggiormente bisogno, vale a dire il conforto di una chiacchierata e la possibilità di sfogarsi, di confidarsi e di raccontare le proprie inquietudini. In questo, la bailarina somiglia più che mai alla geisha della tradizione giapponese: alla cerimonia del tè e allo shamisen sostituisce la capacità di muoversi a ritmo e di far muovere il cliente, e per il resto del tempo deve solo ascoltarlo, stuzzicarlo, portarlo alla confidenza e farlo divertire. Nella danza, questi uomini cercano compagnia: e non è infrequente che una bailarina dia loro il proprio numero di cellulare. Capita anche che nascano delle storie d’amore, anche se molte bailarinas preferiscono mantenere la giusta distanza professionale fra sé e il cliente.

    Questa storia mi ha fatto pensare a quello che dicono molte professioniste del sesso: e cioè che moltissimi uomini cercano la compagnia di una prostituta non tanto per l’atto sessuale in sé, ma per il contatto con un altro essere umano che li ascolti. Tutto lì. Che li ascolti senza fornire soluzioni o parlare di sé. Una forma di condivisione senza condivisione, che con le compagne, a volte, è più difficile da trovare: perché anche la donna più disponibile all’ascolto vuole, a sua volta, essere ascoltata. Dalle bailarinas, e dalle prostitute, questi uomini comprano l’ascolto o l’apparenza dell’ascolto, un simulacro di compassione, una forma di vicinanza. Mi fa venire voglia di pensarci su.

    Vedove di guerra

    Pubblicato da Giulia Blasi il 12 Novembre 2008
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    Taryn Davis aveva ventun anni, quando suo marito è morto in Iraq. Negli Stati Uniti non è poco comune essere sposati a quell’età, le tappe della vita sono tutte anticipate rispetto all’Europa e il matrimonio ha ancora un valore sociale assoluto. Taryn aveva ventun anni, ed era già vedova. Sola, e impreparata a far fronte al dolore della perdita, si è armata di videocamera e ha cominciato a cercare altre vedove di guerra per condividere la sua e le loro storie. E ha aperto un sito web, American Widow Project, in cui raccoglie risorse destinate alle persone che si trovano nella sua stessa condizione.

    L’esercito americano non è forte sulle faccende emotive. Le vedove di guerra ricevono istruzioni pratiche su come gestire l’organizzazione del funerale e la burocrazia post-mortem, ma non vengono assistite in quello che è il vero dramma, vale a dire la perdita del marito, o peggio ancora, del fidanzato: perché Adele Parrillo non è sola nell’aver perso il compagno e aver contestualmente visto cancellare la realtà del loro amore. Alcune vengono colte dalla notizia mentre aspettano un figlio, altre avevano già figli a cui dare la notizia e a cui pensare. Per tutte, lo strazio è inimmaginabile, una voragine immensa che si mangia la realtà. Non è strano che la sezione “A Good Laugh” non faccia ridere affatto.

    American Widow Project non è un sito politico. Il conflitto non viene giudicato: per queste donne, il lavoro del marito era il lavoro del marito, il marito era nell’esercito, ed è morto lavorando. Questo è quello che sanno, il resto è dietrologia.

    I filmati realizzati da Taryn stanno per diventare un documentario, che verrà distribuito gratuitamente a tutte le vedove e i vedovi di guerra. Per sentirsi meno soli, a volte, basta sapere che il proprio dolore non è unico, ma universale.

    Piccolo spazio pubblicità

    Pubblicato da Giulia Blasi il 10 Novembre 2008
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    Ho fatto questa videointervista al cast di Romanzo Criminale che mi piace veramente un sacco. La serie e l’intervista.

    Al rogo!

    Pubblicato da Giulia Blasi il 10 Novembre 2008
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    willow.jpgSi parlava di streghe; anzi, nello specifico, si parlava di Buffy e di come Buffy non avrebbe mai potuto dare la caccia alle streghe, essendo la sua migliore amica una strega. Sarà mica una coincidenza che, dopo giorni di discussione sull’argomento, mi sia caduto l’occhio su un articolo che parla proprio di questo? No, non di Buffy nello specifico, ma di streghe: negli Stati Uniti è appena uscito un libro intitolato The Enemy Within: 2,000 Years of Witch-Hunting in the Western World, di John Demos, che si occupa proprio di tracciare una storia della caccia alle streghe nel mondo occidentale.

    La storia più celebre fra quelle americane è quella dei processi di Salem, con i quali molti di noi hanno familiarità per aver letto o visto rappresentato il dramma di Arthur Miller, Il crogiuolo, oppure il film con Daniel Day-Lewis e Winona Ryder che ne è stato tratto nel 1996. La particolarità della caccia alle streghe, come fenomeno, è che sembra rispondere al bisogno primario dell’uomo di identificare un nemico o un capro espiatorio, ma è l’unico caso in cui il nemico viene ricercato direttamente fra i ranghi della comunità. Donne, anziani, bambini, uomini: nessuno poteva dirsi al sicuro.

    La stesura del Malleus Maleficarum, il manuale utilizzato per identificare le streghe, si deve alla Chiesa Cattolica, e più specificamente a due frati domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, che a loro volta elaborarono testi precedenti. Nel corpus di leggi della Chiesa esistono tuttora bolle anti-stregoneria non abiurate. L’eresia era considerata reato civile e non religioso: i roghi avvenivano quindi, per così dire, nel pieno rispetto della legge, dato che la sentenza ecclesiastica veniva commutata in reato penale. Poi ci si domanda come mai sia necessario mantenere la separazione fra Chiesa e Stato: mah?

    Quello che colpisce è la scala del fenomeno: un numero incalcolabile di persone (incalcolabile perché molti archivi vennero distrutti) fu mandata a morte in tutto il mondo. In Italia le persecuzioni si concentrarono nella prima parte del ‘500: l’espressione “streghe di Benevento” è in realtà fuorviante, perché a Benevento si ha traccia di un solo rogo, mentre in Val Camonica i roghi furono fra i 62 e gli 80. Questo stando ai dati disponibili, di per sé inaffidabili, dato che i registri sono andati parzialmente distrutti, inceneriti dalle autorità o comprati dalle famiglie per cancellare il disonore.

    Sulla genesi della caccia alle streghe si intrecciano diverse teorie: quella femminista del terrore maschile nei confronti delle donne, quella socio-economica della volontà di contenere l’iniziativa pubblica femminile in favore delle corporazioni maschili, e quella politica della creazione ad arte di terrori inesistenti fra la popolazione per far scaricare il disagio e la protesta dei ceti bassi su bersagli che non fossero i governanti (ehi, anche questa mi pare di averla già sentita). La realtà è probabilmente un intreccio di tutti questi fattori, uniti all’enorme potere della religione sulla gente. “Non lascerai che una strega viva”: un solo verso della Bibbia, usato per uccidere milioni di persone.

    Yes! He! Could!

    Pubblicato da Giulia Blasi il 5 Novembre 2008
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    senatorbarackobama1.jpgUn po’ di motivi sparsi per cui essere donne in America potrebbe essere un po’ più rilassante con Barack Obama presidente:

    1. Barack Obama sostiene l’autodeterminazione
    Obama si è dichiarato in favore di quello che in America si definisce complessivamente reproductive rights, ovvero la contraccezione, l’educazione sessuale informativa (che non è quella basata sull’astinenza che ha goduto dei fondi dell’amministrazione Bush) e la possibilità di interrompere una gravidanza indesiderata. In America, la possibilità di abortire è legata a una sentenza, Roe vs Wade, che McCain e Palin intendevano far annullare.

    2. Barack Obama sostiene l’uguaglianza di stipendio fra uomini e donne
    Lilly Ledbetter ha fatto causa alla Goodyear dopo aver scoperto di essere stata pagata, a parità di mansioni, meno dei colleghi maschi. La Corte Suprema ha annullato una sentenza che le assegnava un risarcimento, citando come motivazione il fatto che la signora Ledbetter non aveva fatto causa entro i 180 giorni dal primo stipendio (anche se lei non poteva sapere di essere pagata meno dei colleghi). Una proposta portata davanti al Senato, il Lilly Ledbetter Fair Pay Act, ha avuto il voto contrario di McCain e quello favorevole di Obama.

    3. Barack Obama è stato cresciuto da una madre single
    McCain, in compenso, ha scaricato la prima moglie sfigurata in un incidente per un modello più recente e biondo, alla quale poi ha dato della “stronza” in pubblico, quando non l’ha proposta per Miss Maglietta Bagnata (giuro, è tutto vero).

    4. Sarah Palin è tornata in Alaska
    Quella donna mi faceva paura. Se gli americani avessero voluto una vicepresidente favorevole alla caccia alle streghe, tanto valeva eleggere Buffy l’ammazzavampiri.

    5. Barack Obama fa sangue
    Scusate, ma voi vi ricordate altri politici così indiscutibilmente fighi?

    Avvocate in edicola

    Pubblicato da Giulia Blasi il 4 Novembre 2008
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    Fai entrare le donne in una professione tradizionalmente maschile, e cosa ottieni? Una nicchia di mercato. O la svalutazione della professione stessa, dato che dove arrivano le donne gli stipendi si abbassano, perché i datori di lavoro tradizionalmente pagano meno le donne rispetto agli uomini. Anche di questo si occupa Sue, il giornale “For women in litigation“, che detto in inglese è molto più figo rispetto a “Per le donne che intraprendono la professione legale”, perché diciamolo, “litigation” rende meglio l’idea.

    Il gioco di parole nel nome (”Sue” è un nome proprio, come “Grazia”, ma è anche un verbo che significa “fare causa”) è stato suggerito da un commentatore anonimo del sito Above the Law, o almeno così dicono gli autori di Above the Law, un po’ scherzando un po’ no; ché la rete in America è una cosa seria, e la gente che la abita viene presa sul serio. Comunque sia, Sue si rivolge alle professioniste del settore legale, e offre consigli su come entrare in nuovi settori in espansione (come quello delle grandi aziende tecnologiche, appunto), offre reportage e informazioni su quello che succede all’estero, e affronta temi spinosi come quello della disparità di compenso fra uomini e donne, o come gestire l’ego di un collega maschio (indovinate: tramite la manipolazione, proprio come con i fidanzati! Yeee!) Ma si parla anche di salute, di intelligenza (anteposta alla bellezza) e di come bilanciare lavoro e vita privata, una specie di impresa per le professioniste americane, che lavorano intorno alle 50-60 ore settimanali. Le Ally McBeal d’America, insomma, hanno finalmente il loro giornale.

    Amen, sorella

    Pubblicato da Giulia Blasi il 3 Novembre 2008
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    Spesso mi capita di guardare le donne che girano per la città indossando jeans bellissimi e tacchi alti e magliette carine, e penso, dovrei sforzarmi di più. Dovrei avere quell’aspetto lì. Poi penso, non possono essere felici, su quei tacchi.

    Kate Winslet