Nicole Kidman dice di aver trovato la fonte della fertilità, una polla d’acqua ai piedi delle cascate Kununurra, in Australia. Sette donne fra quelle coinvolte nella lavorazione del film Australia di Baz Luhrmann sono rimaste incinte dopo aver fatto il bagno in quei laghetti. Miracolo? Suggestione? Benessere fisico estremo che allenta lo stress e facilita la fecondità? Difficile dirlo, ma direi che la fauna dei laghetti può aspettarsi qualche disturbo nei prossimi mesi, quando in Australia arriverà l’estate e le aspiranti madri si affolleranno a fare il bagno in queste acque prodigiose.

I riti propiziatori della gravidanza sono letteralmente vecchi come il mondo, o quantomeno vecchi come la religione, qualsiasi religione: già nella preistoria si veneravano dee femmine con grandi seni e grandi fianchi, e dei maschi muniti di prodigiosi attributi maschili, quando non direttamente gli attributi di entrambi i sessi e morta lì. In Sardegna (lo racconta Michela Murgia in Viaggio in Sardegna) ci sono i menhir di Pranu Muteddu, contro i quali le neospose strofinano il ventre. Anche fra le pieghe della devozione cattolica si nascondono gesti simbolici: stretti passaggi attraverso cui strisciare, crepe nella pietra da baciare. Leggetevi in proposito l’affascinante post di Placida Signora sul suo blog personale, tanto per farvi un’idea di come il paganesimo sopravviva pressoché intatto sotto la patina solenne della liturgia religiosa.

La cosa che colpisce, in questo tempo di conoscenze e tecnologia, è come la credenza popolare assegni sempre alla donna il merito o demerito di dare o meno la vita: i riti e le credenze, che coinvolgono quasi sempre solo il genere femminile, sembrano confermare questa teoria. La scoperta della gravidanza come unione di ovulo e sperma è relativamente recente nella storia dell’uomo: un tempo si pensava che la donna fosse un campo da seminare, in cui il seme maschile prosperava fino a prendere la forma di un bambino, o moriva di fame e sete. Una donna che non dà figli alla sua comunità, in alcuni luoghi del mondo, è ancora un essere umano inferiore; una donna che partorisce solo femmine, in alcune culture, può essere ripudiata o rimpiazzata con una seconda consorte, o una terza.

La scienza oggi ci dice che l’infertilità di una coppia, in più della metà dei casi, dipende dall’uomo. Ogni famiglia ha i suoi aneddoti in proposito: il mio trisavolo, già padre e vedovo, sposò in seconde nozze la governante dei figli, vedova anch’essa ma non madre. “Sposala, Leonardo, ché tanto non te ne fa più”. Morale, la governante sfornò tre pargoli in pochi anni: il problema di infertilità, evidentemente, non era suo. Eppure siamo quasi sempre noi donne a portare il peso sociale e morale di una gravidanza voluta e non ottenuta, a considerare la maternità come consacrazione ultima del nostro stare al mondo.

E tu cosa ne pensi?


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