Archivio di Ottobre, 2009

to080508est_0567.jpgSia lode a Jerry O’Connell: una lode preventiva, per così dire, perché il suo libro Cry, Feed, (Make Love to Wife), Burp non solo non è ancora stato pubblicato, ma non è nemmeno ancora scritto. Eppure si preannuncia, almeno nel tema, rivoluzionario: è la storia di un papà casalingo, che sceglie di stare a casa a crescere le gemelline nate dal suo matrimonio con Rebecca Romijn, mentre la moglie continuava a lavorare.

Sì, lo so, sono fissata con il tema dei papà, ma non è mica strano. Intorno alla maternità esiste un alone mistico, dovuto in parte alla realtà biologica della faccenda (un giorno sei solo tu, il giorno dopo hai un’altra persona dentro la pancia che si nutre di quello che mangi, si agita, scalcia e infine esce strillando) e molto al fatto che per qualche millennio la maternità è stato l’obiettivo di vita di tutte, senza sconti. Quelle che non figliavano rischiavano l’emarginazione. La storia la sappiamo. Ma insomma, se la mamma è una figura ai limiti della santità, il papà ha contorni più sfumati: lavora, gioca con i pupi, delega la loro educazione alla mamma. I papà che stanno a casa a crescere i figli, rinunciando - a tempo determinato o indeterminato - alla carriera sono talmente pochi che la mia assemblea di condominio, a confronto, pare Montecitorio.
Figurarsi i papà che sono già attori noti, e che scelgono di privilegiare la carriera della compagna rispetto alla propria, e non hanno paura di abbracciare pubblicamente il ruolo del casalingo.

Vorrei metterli tutti in fila per stringergli la mano, questi papà che sfidano il diffuso pregiudizio secondo cui il bambino ha bisogno della mamma e solo della mamma, e senza la mamma non può crescere sano. Comincio, simbolicamente, da Jerry O’Connell, papà a casa ma non papà per caso.

Foto: Lapresse

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04631_photos_660x387_themagdalenesisters03.jpgHa chiuso, la scuola-riformatorio per ragazze di Beloit, nel Kansas. Era una delle ultime strutture nel suo genere: nata per “correggere” il comportamento di ragazze troppo vivaci, colpevoli di ballare e bere con i ragazzi o di causare “disturbo” in famiglia, ma anche per accogliere le fuggiasche o le vittime di abusi. Molte delle ragazze che venivano accolte nella struttura erano finite lì come punizione per aver tenuto una condotta “immorale” con i familiari, il vecchio (ma in fondo, non così vecchio) modo di dire che avevano subito molestie sessuali.

La reputazione di Beloit non è delle migliori. Tra le sue mura si sono consumate crudeltà e violazioni della dignità umana: ragazze purgate con l’olio di ricino, sterilizzazioni forzate ispirate dalle teorie eugenetiche naziste, il taglio dei capelli a sfregio. Le ospiti della struttura erano considerate indesiderabili, e invece di intervenire sulle loro condizioni familiari e sociali, si preferiva nasconderle. Una storia simile a quella delle Case Magdalene in Irlanda, nate per accogliere e riabilitare le prostitute e finite per diventare lavanderie industriali che sfruttavano la manodopera gratuita fornita da ragazze vittime di stupro o incesto, o semplicemente troppo carine e vivaci per essere lasciate libere.

Alcune ragazze, tuttavia, furono letteralmente salvate da Beloit, che nei suoi periodi migliori rappresentò un porto sicuro per chi fuggiva da una situazione familiare difficile, incluse quelle che per legittima difesa avevano ucciso un parente. Molte soffrirono per la chiusura dell’istituto, che rappresentava per loro l’unica casa che avessero mai avuto. Ora Beloit è chiusa, perché è venuta meno l’idea che femmina e colpa siano due concetti appaiati. Almeno in America.

Foto: un fotogramma del film Magdalene, di Peter Mullan (Miramax)

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mi070904est_0024.jpgQuando io andavo a scuola (vi risparmio le battute sui dinosauri e il Pleistocene), qualunque cosa gli insegnanti dicessero su di me era Vangelo. Essendo di base una persona poco complicata (che fossi sempre distratta era abbastanza ovvio, visti gli affreschi a matita che lasciavo sul banco; e anche che fossi un fenomeno nelle cose che mi piacevano, mentre in quelle che non mi piacevano tirassi a campare, praticamente l’adolescente media), i rimproveri post-colloquio con gli insegnanti erano sempre più o meno giustificati. Sta di fatto che i miei genitori nutrivano un grande rispetto della figura dell’insegnante, e mai e poi mai avrebbero preso le mie difese, né quando le critiche sembravano fondate, né quando (molto più di rado) sembrava si parlasse di qualcuno che non ero io. Se venivo rimandata era perché ero un’asina, non perché l’insegnante mi avesse presa di mira o non sapesse fare il suo lavoro. Un approccio tagliato con l’accetta, sicuro, ma forse necessario a fare sì che perfino la mia classe fitta di debosciati figli di papà mantenesse un contegno e rigasse dritto, accettando le decisioni del corpo docente come insindacabili.

Perché vi racconto questo? Non per fare dei gran “Signoramia ai miei tempi”, ché ce ne sarebbe da dire su come venivano gestiti i programmi di insegnamento ai famosi “miei tempi”, e sulla qualità media dell’insegnamento. Ma questo post di Valentina mi ha fatto pensare a quello che succede oggi, nella scuola moderna in cui gli insegnanti sono pubblicamente additati come fannulloni e pesi morti, e agli adolescenti viene attribuito un ruolo di “clienti” della scuola che ne esaspera la naturale tendenza a sentirsi padroni del mondo. Se vent’anni fa era impensabile discutere l’operato di un’insegnante (con tutto quello che ne consegue in termini di qualità dell’insegnamento e frustrazione degli studenti vessati), ora si assiste a un fenomeno di segno opposto. E Valentina si domanda: come posso spiegare a mia figlia che la sua insegnante sbaglia - ed è evidente che sbaglia, e la figlia di Valentina se ne accorge perché è una ragazzina intelligente - senza minare alla base il patto di non ingerenza che consente agli insegnanti di fare il loro lavoro con relativa serenità?

Leggetelo, e parliamone, perché è un tema importante.

Foto: Lapresse

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151911_lon812_pa.jpgParliamo di capelli? Parliamo di capelli, o meglio, parliamo di uno dei tanti artisti che hanno riscattato le donne dalla ciclica schiavitù di pettinature complesse e difficili da mantenere. Vidal Sassoon, di recente insignito di un’onorificenza come Commander of the British Empire, si è reso protagonista della seconda grande rivoluzione della chioma dopo il taglio alla garçonne degli anni ‘20. Le donne erano pronte, eh, prontissime: Brigitte Bardot, creatura selvaggia, già si era ribellata alle pettinature rigide dell’epoca, tutte cotonature e permanenti e bigodini da tenere su all’infinito, e portava i capelli sciolti e spettinati o legati in una coda. E dalle forbici del parrucchiere ebreo che aveva combattuto il fascismo sulle strade di Londra e la guerra del ‘48 in Israele uscivano caschetti cortissimi, geometrici, che accompagnati ai miniabiti di Mary Quant gridavano modernità da ogni parte.

Gli uomini non erano tutti convinti - il Duca di Bedford gli domandò stizzito come mai volesse far sembrare sua moglie la duchessa una lesbica - ma le donne si lanciarono sulla nuova opportunità di essere eleganti senza passare ore dentro un salone, soffocandosi con la lacca. I tagli di Vidal Sassoon fecero epoca anche al cinema: da quello cortissimo realizzato su Mia Farrow per Rosemary’s Baby (frutto, a quanto racconta Sassoon, di una crisi isterica dell’attrice, che se li era tagliati da sola dopo una lite, costringendo lo stylist a scalare la chioma al minimo) a quello per Peter O’Toole in Lawrence d’Arabia, che secondo John Gielgud lo rendeva così carino che ancora un po’ avrebbero dovuto chiamarlo “Florence d’Arabia”.

Vidal Sassoon oggi ha 85 anni e non ha ancora finito: un documentario sulla sua vita è previsto per il 2010. Il titolo onorifico gli fa piacere, ma «Se avessero aspettato ancora un po’ a darmelo, sarebbe stato postumo.»Foto: Lapresse

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213604_bud102_ap.jpgAvrete sicuramente sentito parlare di Miss Plastic Hungary, ultimo in una lunga serie di concorsi di bellezza nel mondo, ma il primo ad ammettere fra le sue partecipanti solo donne che si siano sottoposte ad interventi di chirurgia estetica. Perché basta con le ipocrisie, così fan tutte: e se da certi concorsi le “rifatte” vengono sbattute fuori (o si chiude un occhio su evidenti manipolazioni della forma originale), qui il lavoro del tuo chirurgo di fiducia può mostrarsi in tutto il suo splendore. E farti rischiare un incidente serio.

Sì, perché se le cadute delle Miss durante le sfilate non sono una novità, è sicuramente nuovo il concetto di Miss che si spetascia al suolo per il peso delle sue mammelle. La ventitreenne Alexandra Horvath (poi arrivata seconda, dietro la ventiduenne Reka Urban) è crollata sulla passerella, sbilanciata dalle protesi. Sbam.

In caso avessimo dei dubbi, ad essere premiate non sono solo le carrozzerie rinforzate delle signorine in gara, ma anche l’arte del chirurgo che le ha fatte così funky. In Ungheria, a quanto pare, le donne sono ancora restie ad andare sotto il bisturi: il concorso è stato allestito apposta per incoraggiarle a rinunciare ai loro ordinarissimi difetti percepiti, e ad unirsi senza indugio ai ranghi delle ottimizzate. Due sono i casi: o stiamo andando verso un futuro di bellezza uniformata e revisione obbligatoria per le esteticamente inadeguate, o prima o poi la bruttezza così come la conosciamo diventerà così rara da essere eletta a nuova, sfolgorante bellezza.

Foto: Lapresse

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