Al contrario di quello che dicono le nostre stoiche mamme, la cui devozione alla causa della maternità è tale da portarle a sostenere senza battere ciglio che “Partorire non fa male”, partorire fa malissimo. Chi non l’ha sperimentato di persona può chiederlo a una mamma di più recente conio, una di quelle con minore investimento emotivo nella missione di assurgere al ruolo di Genitrice Perfetta. Fa malissimo, ma non si muore, o almeno, nei paesi occidentali si muore molto di rado. E non si rimane nemmeno troppo scioccate, anzi, le endorfine generate dalla visione della scimmietta rubizza che ci è uscita come per miracolo dalla pancia tendono a rendere la memoria del dolore patito astratta e distante, come qualcosa che non ci riguarda.
In alcuni casi, però, un parto doloroso e complicato può causare una forma di shock post-traumatico. Lo racconta Taffy Brodesser-Akner su Salon, riportando la sua esperienza di parto indotto, trenta ore di travaglio e cesareo finale. Un incubo che le ha causato sintomi del tutto simili a quelli riportati dai reduci di guerra, e che sulle prime erano stati scambiati per una forma acuta di depressione post-partum. Ma quello non era.
Le nostre stoiche mamme sbufferanno: milioni di donne partoriscono ogni giorno, possibile che si debba paragonare il parto a un conflitto armato? Il racconto di Taffy Brodesser-Akner, però, non è il racconto di un parto normale: è il resoconto di un intervento partito male e gestito peggio, con un medico freddo e incompetente, nel momento in cui una donna è al massimo della sua vulnerabilità e ha bisogno di sentirsi sostenuta e compresa. L’esperienza di una violenza, in altre parole.
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