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mamma_bambino.jpgAl contrario di quello che dicono le nostre stoiche mamme, la cui devozione alla causa della maternità è tale da portarle a sostenere senza battere ciglio che “Partorire non fa male”, partorire fa malissimo. Chi non l’ha sperimentato di persona può chiederlo a una mamma di più recente conio, una di quelle con minore investimento emotivo nella missione di assurgere al ruolo di Genitrice Perfetta. Fa malissimo, ma non si muore, o almeno, nei paesi occidentali si muore molto di rado. E non si rimane nemmeno troppo scioccate, anzi, le endorfine generate dalla visione della scimmietta rubizza che ci è uscita come per miracolo dalla pancia tendono a rendere la memoria del dolore patito astratta e distante, come qualcosa che non ci riguarda.

In alcuni casi, però, un parto doloroso e complicato può causare una forma di shock post-traumatico. Lo racconta Taffy Brodesser-Akner su Salon, riportando la sua esperienza di parto indotto, trenta ore di travaglio e cesareo finale. Un incubo che le ha causato sintomi del tutto simili a quelli riportati dai reduci di guerra, e che sulle prime erano stati scambiati per una forma acuta di depressione post-partum. Ma quello non era.

Le nostre stoiche mamme sbufferanno: milioni di donne partoriscono ogni giorno, possibile che si debba paragonare il parto a un conflitto armato? Il racconto di Taffy Brodesser-Akner, però, non è il racconto di un parto normale: è il resoconto di un intervento partito male e gestito peggio, con un medico freddo e incompetente, nel momento in cui una donna è al massimo della sua vulnerabilità e ha bisogno di sentirsi sostenuta e compresa. L’esperienza di una violenza, in altre parole.

Foto: Lapresse

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suri.jpgA mia zia piacevano le bambine. Aveva la passione per i fiocchetti, i vestitini, le cosine graziose, e sua sorella (mia madre) aveva due bambine senza avere minimamente la fissa per le relative cose da femmine. Risultato, mia zia ha avuto due maschi, e la nipote più grande (io) era senza capelli da infiocchettare e amava molto rotolarsi sull’erba.

Una volta si diceva “Auguri e figli maschi”: ora invece sono in crescita le donne che vogliono la femmina. Ma non che vogliono genericamente una bambina per i soliti pregiudizi secondo cui le femmine sarebbero più docili e più facili da gestire rispetto agli irruenti maschi (e vagli a spiegare che se educhi il ragazzino a spaccare tutto perché è un maschietto e cosa ci vuoi fare, ovvio che poi sia ingestibile): vogliono la femmina perché amano i fiocchetti, le scarpine, gli abitini, il rosa. Praticamente, vogliono una bambola dotata di movimento autonomo. E quando effettivamente hanno una bambina, la vestono come una minuscola adulta e poi dicono che è lei a scegliersi i vestiti, perché è tanto femminile, è proprio una piccola lady. E mi viene da pensare che se a tre anni avessi chiesto a mia madre di portare i tacchi, mi avrebbe dato un buffetto e infilato a forza quelle scarpine nere che noi bambine degli anni ‘70 utilizzavamo come unica calzatura, sempre, alla faccia dello stile.

Fine della storia: mio cugino (uno dei due maschi di mia zia) si è sposato e ha avuto figli. Un altro maschietto. A volte, l’universo ha una sua logica.

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duggar2.jpgGli Stati Uniti non hanno esattamente un problema di natalità zero, a differenza dell’Italia. Eppure, per alcuni cristiani fondamentalisti, fare figli è una missione religiosa: incrementare le schiere dei credenti da opporre agli infedeli è il fondamento della loro vita spirituale. Si fanno chiamare Quiverfull, unione delle parole quiver, faretra, e full, piena. Perché ogni figlio è una freccia nella faretra di un uomo, da scagliare contro i suoi nemici.

Le donne che aderiscono a questa corrente - che è trasversale a diverse chiese protestanti - fanno un figlio dietro l’altro, ripetutamente, anche a rischio della vita. Perché Dio provvede per la donna che fa la sua volontà, e se la donna muore (lasciando degli orfani) è perché la sua fede era insufficiente. Un Comma 22 da cui è impossibile districarsi, a meno di fuggire lasciandosi alle spalle il marito aspirante arciere di Dio, come ha fatto Vyckie Garrison.

Di tutte le famiglie Quiverfull, la più celebre è quella dei Duggar, la cui diciannovesima discendente diretta è nata pochi giorni fa, prematura. Michelle e Jim Bob, padre e madre della numerosa progenie, sono anche già nonni di una bimba, nata dal matrimonio del loro primogenito. Diciannove figli sono tanti, anche se oltre un certo limite cominciano ad allevarsi fra fratelli, sollevando la madre dall’incombenza di stare dietro a tutti. Ma sono sempre tanti, e il corpo femminile ha dei limiti, che Michelle, Jim Bob e gli altri seguaci della loro fede non sembrano voler smettere di sperimentare.

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ro170909pol_0056.jpgDice che non è mai stata così bene, e quelle che contemporaneamente vomitano e barcollano, sbilanciate dagli ormoni, gradiscono poco questa iniezione di mistica della maternità in arrivo dritta dritta dal Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, incinta di pochi mesi e diretta al matrimonio con il compagno e padre del nascituro. Un copione, quello della raggiante ministressa, difficilmente replicabile dalle altre donne: essere parlamentare con incarichi di governo ha i suoi vantaggi. Primo di tutti quello di farsi mettere la nursery al Ministero (con tata ministeriale embedded, tata privata o semplicemente culletta da cui raggiungere rapidamente il pupo, non è dato saperlo), lusso estremo che le altre lavoratrici si sognano: per loro, a detta della collega di governo Mara Carfagna, si potrebbe prevedere un munifico part-time. Al posto dell’asilo aziendale (che nessuno si sogna di incentivare), vai a casa prima e non rompere le scatole. Sarai scavalcata sul lavoro dai colleghi maschi e dalle colleghe femmine senza figli, ma che problema c’è? Vorrai mica veramente lavorare?

Del resto, la buona Mariastella si premura di comunicarci che la donna degli anni ‘80 che sceglie la carriera invece dei figli e della famiglia è una figura che non le appartiene. Tante grazie, rispondono a denti stretti le trentacinque-quarantenni magari impegnate in relazioni pluriennali, il cui desiderio di un figlio è sistematicamente ammazzato dall’impossibilità di conservare il posto in caso di gravidanza. O mangi, o figli: è l’imperativo di una generazione che poi finisce per farli lo stesso, i figli, appoggiandosi ai nonni quando può e restando a casa al 50% quando non può. Meno bistecche, più amore: cosa vuoi che sia?

E insomma, il MiniMariastella in arrivo nasce sotto i migliori auspici: vicino vicino a una mamma felice che può averlo sott’occhio senza rinunciare alla sua identità di lavoratrice o dover dipendere dal tempo, dalla fatica e dalle risorse economiche di nonni e parenti vari. Davvero fortunato, questo bambino.

Foto: Lapresse

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mi070904est_0024.jpgQuando io andavo a scuola (vi risparmio le battute sui dinosauri e il Pleistocene), qualunque cosa gli insegnanti dicessero su di me era Vangelo. Essendo di base una persona poco complicata (che fossi sempre distratta era abbastanza ovvio, visti gli affreschi a matita che lasciavo sul banco; e anche che fossi un fenomeno nelle cose che mi piacevano, mentre in quelle che non mi piacevano tirassi a campare, praticamente l’adolescente media), i rimproveri post-colloquio con gli insegnanti erano sempre più o meno giustificati. Sta di fatto che i miei genitori nutrivano un grande rispetto della figura dell’insegnante, e mai e poi mai avrebbero preso le mie difese, né quando le critiche sembravano fondate, né quando (molto più di rado) sembrava si parlasse di qualcuno che non ero io. Se venivo rimandata era perché ero un’asina, non perché l’insegnante mi avesse presa di mira o non sapesse fare il suo lavoro. Un approccio tagliato con l’accetta, sicuro, ma forse necessario a fare sì che perfino la mia classe fitta di debosciati figli di papà mantenesse un contegno e rigasse dritto, accettando le decisioni del corpo docente come insindacabili.

Perché vi racconto questo? Non per fare dei gran “Signoramia ai miei tempi”, ché ce ne sarebbe da dire su come venivano gestiti i programmi di insegnamento ai famosi “miei tempi”, e sulla qualità media dell’insegnamento. Ma questo post di Valentina mi ha fatto pensare a quello che succede oggi, nella scuola moderna in cui gli insegnanti sono pubblicamente additati come fannulloni e pesi morti, e agli adolescenti viene attribuito un ruolo di “clienti” della scuola che ne esaspera la naturale tendenza a sentirsi padroni del mondo. Se vent’anni fa era impensabile discutere l’operato di un’insegnante (con tutto quello che ne consegue in termini di qualità dell’insegnamento e frustrazione degli studenti vessati), ora si assiste a un fenomeno di segno opposto. E Valentina si domanda: come posso spiegare a mia figlia che la sua insegnante sbaglia - ed è evidente che sbaglia, e la figlia di Valentina se ne accorge perché è una ragazzina intelligente - senza minare alla base il patto di non ingerenza che consente agli insegnanti di fare il loro lavoro con relativa serenità?

Leggetelo, e parliamone, perché è un tema importante.

Foto: Lapresse

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