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aiko.jpgPovero tesoro. Sembra che la principessina Aiko, figlia unica del principe ereditario Naruhito e della moglie Masako, non voglia più tornare a scuola. La bimba, che frequenta un istituto per figli di alti dignitari giapponesi, ha accusato crisi d’ansia, mal di stomaco e nervosismo a causa del comportamento, per così dire, un po’ vivace di alcuni compagnucci maschi.

I funzionari del Palazzo Imperiale negano che Aiko sia stata oggetto di bullismo, ma i comunicati ufficiali raccontano una storia non del tutto convincente. Suvvia, la discendente della famiglia imperiale non si spaventa a morte per un ragazzino che le sfreccia accanto in corridoio: prima della nascita del cugino Hisahito, che essendo maschio l’ha scavalcata nell’asse ereditario, sembrava proprio che i giuristi fossero costretti a modificare la Costituzione perché fosse lei a diventare imperatrice. Invece no, il destino ha deciso altrimenti. O forse Aiko ha ereditato l’indole schiva e delicata della madre, Masako, sulla quale circolano da sempre voci non del tutto confermate di crisi depressive e scarsa tolleranza per le costrizioni del suo ruolo. Per sposare Naruhito, Masako ha rinunciato alla carriera e alla libertà personale, e per quanto il suo destino possa sembrare desiderabile a una donna occidentale che principessa non lo sarà mai, la storia è piena della malinconia delle future regnanti che credevano di trovare la favola e si sono scontrate con la dura realtà.

Aiko non sarà mai imperatrice, e forse questa è la sua fortuna: ma i bulletti della scuola deve proprio imparare ad affrontarli.

Foto: Lapresse

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facebook_giochi.jpgForse succede anche a voi. Su Facebook sembrano impazzare i giochini fra donne. Prima quello del colore del reggiseno; poi quello in codice che alla data di nascita fa corrispondere una frase in codice; infine la multa a punti ottenuta sommando i “peccati” commessi. Il leitmotiv di tutti questi pissi pissi è “Non ditelo ai maschi”: roba che forse solo in quinta elementare, forse.

Sembra proprio un revival d’infanzia e prima adolescenza, sì: nell’era dell’oversharing, dell’eccesso di informazione e della trasparenza pressoché totale, il tentativo di ricreare una forma di piccolo mistero. La famosa incomprensibilità femminile, forse, o solo la voglia di ristabilire la distanza fra un “noi e loro” che ha smesso di essere così netto da un pezzo. Dalla quinta elementare, forse.

Il problema (o forse il bello, dipende) è che a far girare questi equivalenti delle risatine e delle gomitate in cortile non sono le adolescenti, ma donne adulte che la quinta elementare l’hanno finita ben prima della riforma Moratti. Sarà nostalgia, sarà voglia di scherzare con le amiche, sarà quello che volete, ma questi giochini si diffondono come il fuoco in pineta. (E sì, essendo io il Grinch femmina, mai una volta che ne mandi avanti uno: sarà che alle elementari e alle medie e alle superiori non avevo amiche con cui darmi le gomitate, stavo sempre in mezzo ai maschi che per queste cose non avevano proprio il gusto.)

Ma voglio sapere, a voi sono arrivati? Ne avete fatto qualcuno, o di fare pissi pissi con le amiche vi siete stancate fra la quinta elementare e la terza media?

Foto di Kitt Walker

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home.jpgLo so che arrivo tardi. Che i regali dei bambini sono i primi che si comprano, e il 23 rimangono solo quelli degli adulti, accattati alla rinfusa come cantavano Elio e le Storie Tese qualche anno fa, “Non importa cosa prendi, l’importante è che li prendi”. Ma ecco, vorrei estendervi questa preghierina di Natale, così, in extremis: non comprate roba rosa alle bambine. Provateci. Hanno tutto l’anno per bardarsi di rosa, vestire Hello Kitty! tutto, cospargersi di brillantini, esigere ciappetti per i capelli color fragola e scarpine tonalità Big Babol. Per questo Natale, provateci: niente bambole, pentoline, cucinine, aspirapolverini, ferretti da stiro rosa.

E cosa rimane, allora, per le bambine?

Niente, o meglio: giochi “da maschi”. Il Lego, vari tipi di costruzioni, palloni da calciare, la bicicletta. I maschietti hanno sempre ricevuto i doni esteticamente meno interessanti ma più divertenti da usare: i giochi delle bambine, a parte i rari casi in cui servivano effettivamente a creare qualcosa (ma sempre nell’ambito dei lavori domestici: il Dolceforno, la Maglieria Magica), erano belli ma statici, servivano alla recitazione di ruoli, non all’esplorazione della fantasia. Poi, ovvio, molte di noi si sono scrollate di dosso la principessa o non ce l’hanno mai avuta, specialmente quelle che intorno avevano prati in cui correre. Molte altre no, e crescono ingabbiate in un’idea di femminilità seduttiva a tempo pieno, votata alla domesticità e al timore dell’avventura. Trucchi, smaltini, balze di tulle, padellini in miniatura su fornelli in miniatura per scaldare latte immaginario da dare al bimbo di plastica.

Quest’anno, se siete ancora in tempo, il rosa no. Per favore, no.

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precious2009poster.jpgClareece “Precious” Jones ha sedici anni e aspetta il suo secondo figlio. Il primo è nato quando ne aveva dodici e ha la Sindrome di Down. Il padre dei bambini è il padre della stessa Precious, che la molesta da quando era piccola; la madre di Precious, lungi dal sottrarla alle molestie, considera la figlia una rivale in amore. Precious - obesa, analfabeta - è sola al mondo senza esserlo.

È la trama, o meglio il presupposto, di Precious, un film in uscita in America in questi giorni, tratto dal romanzo Push della scrittrice Sapphire. Un romanzo, e un film, che parlano di salvezza tramite l’istruzione: Precious si iscrive a una scuola speciale per ragazzi con problemi di apprendimento, e incontra le persone che l’aiuteranno a trovare una via d’uscita. Ma la storia di Precious, fatta di piccoli orrori quotidiani, abbandono e violenza, non è una storia inverosimile: è la storia non raccontata di migliaia di ragazze nascoste nelle pieghe delle società più avanzate. L’autrice del romanzo racconta in un’intervista di una sua ex alunna che a dodici anni aveva dato alla luce un figlio avuto dal suo stesso padre, e stava morendo di AIDS. Storie che si ripetono identiche dall’alba dei tempi, già narrate da Alice Walker in Il colore viola, storie che a torto si tende a minimizzare come casi estremi, isolati, legati a una “cultura”, per non dover vedere il collegamento con una cultura mondiale in cui la femmina è altro, è non-uomo, è strumento, ma non persona.

Un argomento, quello della violenza e dell’incesto, che in Italia non viene discusso più che in altri paesi. Eppure la maggior parte delle vittime di stupro subiscono violenza in famiglia, da partner, mariti, fidanzati o parenti. Lo stupro si consuma nella privacy delle mura domestiche, nel contesto della famiglia santificata dalla politica come nucleo familiare da proteggere e tutelare ad ogni costo senza indagare sul suo effettivo stato di salute.

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gloton.jpgOppure “La bambola che allatti”, tanto per ricalcare una costruzione tanto cara ai copywriter degli anni ‘80 (al giorno d’oggi è tutto un Magiki Cavallini, signoramia). Comunque non me la sto inventando: gli spagnoli hanno messo in commercio un bambolotto di nome Bebé Glotón , il cui nome è più o meno autoesplicativo, e che può essere allattato al seno. Nella scatola è compresa una vezzosa imbragatura con dei capezzoli a forma di fiorellino (reminiscenti, per i maliziosi, dei copricapezzoli delle spogliarelliste) ai quali il neonato di plastica si attacca per succhiare la sua pappa.

Non è niente di tanto nuovo. Replicare i gesti della maternità è un’abitudine per la maggior parte delle bambine, condizionamento sociale o meno: molte di noi hanno visto la mamma allattare un fratellino o una sorellina più piccoli, e forse l’abbiamo imitata reggendo i nostri bambolotti all’altezza del petto. Ma nessuno ce li aveva venduti con l’esplicito invito a replicare una funzione biologica da adulte: di quei bambolotti potevamo fare un po’ quello che volevamo, il massimo delle loro funzioni era fare pipì all’istante dopo essere stati nutriti con un biberon pieno d’acqua, che quasi quasi conveniva tenerli sul vasino durante la nutrizione, altro che cambio del pannolino. Diciamo che questo Bebé Glotón sposta l’asticella del disagio per chi mal sopporta la precoce sessualizzazione delle bambine. Sarà colpa dei copricapezzoli.

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